24 aprile 2020 15:52

Questo è il sesto di una serie di articoli di John Foot pubblicati da Internazionale e dedicati ad antifascisti italiani. Questo articolo è uscito sul numero 1347 di Internazionale.

Era il 25 settembre 1921. Il deputato socialista Giuseppe Di Vagno si trovava nella cittadina di Mola di Bari, in Puglia, la sua regione natale, e aveva appena partecipato alla cerimonia di apertura di una sede del partito. Erano le prime ore della sera e passeggiava con amici e compagni in attesa dell’auto che doveva riportarlo a casa. Aveva 32 anni e sua moglie aspettava un figlio. Nel 1914 era stato eletto consigliere comunale e poi provinciale. Si era schierato contro la prima guerra mondiale e per questo era stato mandato al confino in Sardegna. Alle elezioni politiche generali del 1921, nella circoscrizione di Bari-Foggia, era stato il secondo più votato tra i candidati di sinistra. Per via della sua statura e del suo carattere, Di Vagno era soprannominato “il gigante buono”. Come tanti altri dirigenti socialisti di quel tempo, di professione faceva l’avvocato.

All’improvviso, un gruppo di giovani “benvestiti” emerse “dal buio in fila indiana”. Si udì qualcuno dare un ordine. Uno di loro aveva il “bavero alzato, mano sinistra in tasca, cappello a falde calato sugli occhi”. Tutto successe molto rapidamente. Dei colpi di arma da fuoco furono esplosi alle spalle del deputato a distanza ravvicinata; due lo colpirono alla schiena. Di Vagno cadde a terra “in un lago di sangue”. I giovani si allontanarono di corsa continuando a sparare e lanciando una bomba a mano per confondere le tracce. Nell’aggressione rimase ferita anche un’altra persona, un ferroviere. Secondo alcune versioni, inoltre, una passante incinta perse il bambino per lo shock di aver assistito alla scena da vicino.

Di Vagno fu portato in una piccola clinica di Mola di Bari. Le sue condizioni erano gravi per un’emorragia interna, ma era ancora vivo e riusciva a parlare. A chi gli chiedeva chi gli avesse sparato, rispose: “Posso solo dire che il mio aggressore è un giovane alto, magro e vestito di grigio, mi pare di Conversano. Vedendolo potrei riconoscerlo”. Vista la gravità del suo stato, non gli furono fatte altre domande e non poté firmare la sua dichiarazione. Fu sottoposto a un’operazione chirurgica, ma invano: morì il giorno dopo. In quel momento gli era vicino il celebre dirigente sindacale Giuseppe Di Vittorio.

Uccidere un socialista a pistolettate nella schiena era ufficialmente un atto patriottico, se commesso da fascisti

Già in passato, sembra, avevano sparato a Di Vagno, e in molte occasioni lo avevano minacciato. La camera ardente fu allestita a Bari, dove a rendergli omaggio andarono, si dice, diecimila persone. Al funerale partecipò una folla immensa: la bara sfilò “sotto una pioggia di fiori, tra due fitte ali di popolo”. Di Vagno fu il primo parlamentare italiano a essere ucciso dai fascisti, ma non sarebbe stato l’ultimo. Alla sua morte, come era già avvenuto molte volte in risposta alle violenze fasciste, fu indetto uno sciopero generale: a Bari tutti i negozi restarono chiusi, l’illuminazione pubblica rimase spenta, non uscirono i giornali, e anche i treni si fermarono.
Ma chi erano gli aggressori? In breve la polizia fermò alcuni giovani fascisti di Conversano, la cittadina dove Di Vagno era nato, che si erano resi irreperibili. Si disse che lì Di Vagno fosse stato “condannato a morte”. I fascisti erano giunti a Mola di Bari a bordo di due automobili che avevano parcheggiato in campagna prima di entrare in paese a piedi. Nessuno dubitò che fossero state arrestate le persone giuste, ma chi aveva ordinato l’assassinio? Di lì a poco, intervenne la politica.

Il 28 ottobre 1922 Benito Mussolini andò al potere dopo la marcia su Roma, e il 22 dicembre fu emanato un decreto che concedeva l’amnistia ai responsabili di atti “commessi in occasione o per causa di movimenti politici o determinati da movente politico, quando il fatto sia stato commesso per un fine nazionale, immediato o mediato”. Dopo poco più di una settimana, la corte d’appello di Trani sentenziò che l’assassinio di Di Vagno era stato commesso “ad opera di giovani appartenenti al fascio di combattimento e determinati da movente politico per fine nazionale”. Dunque, uccidere un socialista a pistolettate nella schiena era ufficialmente un atto patriottico, se commesso da fascisti. Per riprendere, modificandolo, uno slogan in voga anni dopo, uccidere un socialista non era un reato. Così gli assassini di Di Vagno rimasero a piede libero, e anzi continuarono ad assillare la sua vedova e chi andava a trovarla a Conversano. Mussolini cercò di lavarsi le mani dall’omicidio, e il giornale fascista, Il Popolo d’Italia, scrisse: “Il deputato socialista Di Vagno assassinato in terra di Bari, vittima di odii locali… Non essendovi a Mola fascisti, è da escludersi il motivo politico; ma si ritiene che l’aggressione debba attribuirsi ad odio personale dei suoi concittadini di Conversano”.

Con la caduta del fascismo e la liberazione della Puglia, come avvenne per tanti altri episodi di violenza fascista dopo il 1944-1945, il caso fu riaperto. Nel 1946, sei componenti del gruppo degli assalitori arrestati nel 1921 furono condannati per omicidio o reati connessi. Ma nel 1948 la corte di cassazione annullò la sentenza sostenendo che si era trattato di omicidio preterintenzionale. Alla sentenza fu poi applicata un’altra amnistia, stavolta decisa da un comunista e antifascista, Palmiro Togliatti, e così gli assassini del 1921 restarono in libertà.

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Com’è stato ricordato (o dimenticato) Giuseppe Di Vagno? Poco tempo dopo il suo omicidio fu scoperta una targa in cui lo si definiva “Tribuno apostolo martire dell’ideale socialista”. Ovviamente la cosa non piacque ai fascisti del luogo, che la distrussero due volte. Nel 1947 la targa fu rimessa al suo posto. Per evidenziare le guerre della memoria che si erano svolte sotto il regime, fu aggiunta questa frase: “La codardia nemica due volte distrusse, il popolo due volte pose”. Sotto il regime fascista i ricordi venivano tramandati all’interno delle famiglie, visto che le commemorazioni ufficiali erano proibite. La storica Simona Colarizi ha descritto la venerazione tributata al martire Di Vagno: “Una devozione commovente si perpetuava anche nel chiuso delle case più povere dove, accanto alle immagini religiose, non era infrequente trovare la foto ingiallita del ‘gigante buono’”.

Tuttavia la figura di Giuseppe Di Vagno non è mai entrata a far parte della memoria nazionale italiana come quella di Giacomo Matteotti, assassinato nel 1924. A Bologna, a Bari, a Brindisi e un po’ in tutta la Puglia ci sono strade e piazze a lui intitolate, ma sempre molte meno di quelle dedicate a Matteotti in tutta Italia. Matteotti aveva avuto un ruolo centrale nella denuncia della violenza politica e della corruzione del regime fascista. E la sua morte ebbe una grandissima risonanza. A Roma, non a Mola di Bari. Nel 1924, non nel 1921. Di Vagno non ebbe mai l’occasione di diventare una figura dello stesso rilievo. La sua carriera politica finì quando era appena cominciata.

Suo figlio, Giuseppe Di Vagno junior, nato a Conversano nel gennaio del 1922, non conobbe mai il padre. È morto nel 2013 all’età di 91 anni, dopo essere stato per vent’anni deputato del Partito socialista e per due volte sindaco di Conversano.

(Traduzione di Marina Astrologo)

Questo è il sesto di una serie di articoli di John Foot pubblicati da Internazionale e dedicati ad antifascisti italiani. Questo articolo è uscito sul numero 1347 di Internazionale. Compra questo numero|Abbonati