Una versione precedente di questo articolo è uscita sulla newsletter In Asia.

La conferma che gli Stati Uniti hanno sventato un complotto del governo indiano per assassinare un attivista sikh a New York, come svelato giorni fa da un’inchiesta del Financial Times, è arrivata poco fa. Il dipartimento di giustizia statunitense ha infatti depositato un atto d’accusa contro un funzionario del governo di New Delhi per aver orchestrato il complotto, e ha accusato un altro cittadino indiano di aver collaborato con lui. Anche se nell’atto il nome dell’obiettivo della congiura non c’è, il Financial Times ha verificato che si tratta di Gurpatwant Singh Pannun.

Di Pannun si era parlato qualche settimana fa sui giornali indiani dopo che sui social network era circolato un video in cui l’uomo, un attivista sikh che vive negli Stati Uniti, invitava a non usare l’Air India dopo il 19 novembre. Le autorità di New Delhi l’avevano presa come una minaccia e l’agenzia indiana antiterrorismo aveva aperto un fascicolo sul caso. Pannun, che ha cittadinanza statunitense e canadese e che nel suo paese d’origine è considerato un terrorista, si era difeso dicendo che il suo era un invito a boicottare la compagnia di bandiera per non finanziare lo stato indiano, che perseguita i sikh.

Il 22 novembre era uscito lo scoop del Financial Times, firmato da Demetri Sevastopulo. Il giornalista spiegava anche che il governo statunitense aveva comunicato a quello indiano il sospetto di un suo coinvolgimento nella cospirazione. Il primo avviso a New Delhi risale a subito dopo la visita del premier indiano Narendra Modi a Washington, lo scorso giugno. Le autorità indiane si mostrarono allora “sorprese e preoccupate”. Poi, durante il G20 di New Delhi a settembre, il presidente statunitense Joe Biden aveva sollevato la questione con Modi, un leader corteggiato dall’occidente come alleato in Asia contro la Cina ma sempre più impresentabile.

Poco dopo il vertice di New Delhi si era aperta la crisi diplomatica ancora in corso tra India e Canada: il premier canadese Justin Trudeau aveva accusato pubblicamente il governo indiano di essere dietro l’omicidio di un altro attivista sikh, Hardeep Singh Nijjar, cittadino canadese che come Pannun si batteva per una nazione sikh indipendente dallo stato indiano del Punjab, dove il 58 per cento della popolazione è di religione sikh, ed era ritenuto dalle autorità di New Delhi un terrorista. A giugno nella British Columbia Nijjar era stato freddato da due sicari col volto coperto.

Della crisi tra Ottawa e New Delhi avevamo parlato all’epoca in questa newsletter, dove spiegavamo anche cos’è il movimento indipendentista sikh e perché la loro storia è traumatica. Dopo l’omicidio di Nijjar, racconta Sevastopulo, Biden aveva informato alcuni alleati del complotto sventato contro Pannun, consapevole che se la storia fosse diventata di dominio pubblico i dubbi sull’affidabilità dell’India come partner nella strategia di contenimento della Cina nell’Indo-Pacifico sarebbero aumentati. Washington riceve continui appelli dagli attivisti per i diritti umani in India, ma per il consigliere statunitense per la sicurezza nazionale Jake Sullivan, quella tra India e Stati Uniti è “una delle relazioni che definiscono il 21° secolo”.

La vicenda apre per Washington e per l’alleato indiano una questione imbarazzante che, come nel caso del Canada con Nijjar, riguarda la sovranità nazionale. New Delhi aveva appena annunciato l’istituzione di “un comitato d’indagine di alto livello per verificare il presunto coinvolgimento di suoi funzionari nel complotto per assassinare Pannun”.

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