Immaginate la crisi tra Stati Uniti, Israele e Iran in un mondo alimentato principalmente dall’energia eolica e solare e dalle batterie invece che dal petrolio e dal gas. Nell’economia di oggi, basata sui combustibili fossili, gli attacchi iraniani contro le infrastrutture petrolifere e del gas nel golfo Persico e la minaccia di Teheran di chiudere lo stretto di Hormuz provocano la reazione dei mercati. I prezzi del petrolio s’impennano. I governi si preparano all’inflazione.
Un quinto del petrolio scambiato nel mondo passa da quel corridoio stretto, che collega i paesi del Golfo alle rotte commerciali. Quando le tensioni aumentano in quella zona, i mercati energetici reagiscono immediatamente.
Ma, se la maggior parte dell’energia fosse prodotta a livello locale da fonti rinnovabili, quelle minacce provocherebbero lo stesso una crisi mondiale? L’instabilità nel Golfo farebbe aumentare comunque i prezzi alimentari e del carburante in tutto il mondo? O le ricadute economiche sarebbero diverse?
Per provare a rispondere dobbiamo capire com’è strutturato il sistema attuale dell’energia.
Per circa un secolo, l’economia globale è stata molto dipendente dai combustibili fossili prodotti da un piccolo numero di paesi nella regione del golfo Persico. Per questo dei punti di passaggio critici nella regione come lo stretto di Hormuz hanno acquisito un peso strategico enorme.
Ed è per questo che il conflitto in corso ha effetti così immediati sui mercati globali. Ancora prima che ci sia un’interruzione prolungata delle forniture di petrolio e gas, i prezzi salgono alle stelle perché c’è la possibilità che una parte significativa dei flussi mondiali si possa bloccare. Visto che il petrolio è alla base dei trasporti, dell’agricoltura e della manifattura, gli improvvisi rincari ricadono rapidamente sui mercati delle materie prime, sulle catene di approvvigionamento e sui bilanci delle famiglie. Un conflitto regionale può trasformarsi in una tempesta economica globale nel giro di pochi giorni.
Ora torniamo al nostro esperimento iniziale, immaginando la stessa crisi in un mondo in cui i sistemi energetici sono alimentati da fonti rinnovabili ed elettricità invece che da petrolio e gas. La stessa crisi, nello stesso momento, con le stesse dinamiche militari, la stessa retorica sulla chiusura dello stretto di Hormuz. Ma in uno scenario in cui il sistema energetico globale è già stato ampiamente decarbonizzato.
In questo mondo alternativo, la maggior parte dell’elettricità viene prodotta dentro i confini nazionali sfruttando il vento, il sole e altre fonti a basse emissioni di carbonio. Il trasporto su strada sarebbe prevalentemente elettrico. Il riscaldamento si baserebbe su fonti rinnovabili disponibili a livello locale, come pompe di calore, biomasse domestiche, sistemi geotermici o idrogeno verde. Sono tutte tecnologie collaudate. Non sono una roba del futuro, eppure oggi la nostra economia globale ricava ancora circa l’80 per cento della sua energia primaria dai combustibili fossili.
Un potere diffuso
Cosa cambierebbe nello scenario alternativo? Nell’immediato lo shock macroeconomico avrebbe effetti più contenuti. Il blocco dello stretto di Hormuz avrebbe comunque un certo peso. In alcuni settori il petrolio sarebbe ancora necessario, ma non sarebbe più così centrale per la produzione quotidiana di energia. I prezzi sarebbero più bassi perché la domanda sarebbe già in calo. Il legame automatico tra instabilità nel golfo Persico e inflazione globale sarebbe debole.
La produzione di elettricità continuerebbe, in gran parte al riparo dalle interruzioni della fornitura di gas. Le persone con auto elettriche sarebbero colpite meno direttamente da un picco del prezzo della benzina. Le bollette delle famiglie resterebbero invariate, con tariffe energetiche stabili. I governi sarebbero meno esposti alle richieste improvvise di stanziare sussidi per i carburanti e a un’impennata dell’inflazione.
La sicurezza energetica diventerebbe meno legata al controllo di rotte marittime lontane, e più orientata alla costruzione di una rete elettrica domestica distribuita e resiliente, con maggiore capacità di accumulo e catene di approvvigionamento diversificate.
Questo non significa che scomparirebbe la geopolitica dell’energia. Si trasformerebbe. I sistemi basati sulle energie rinnovabili dipendono da minerali critici come il litio, il cobalto e le cosiddette terre rare, e da catene di approvvigionamento manifatturiero avanzate per produrre pannelli solari, turbine eoliche e batterie. Potrebbero emergere nuovi colli di bottiglia negli hub di lavorazione dei minerali o negli impianti di semiconduttori. La competizione geopolitica per l’accesso alle terre rare è già in corso.
Ma ci sono differenze importanti. Le riserve di combustibili fossili sono geograficamente concentrate, ed è per questo che il commercio globale converge su una manciata di rotte marittime: Hormuz, Suez, Malacca (tra l’oceano Indiano e il Pacifico) e altre ancora. I mercati del petrolio e del gas sono volatili.
Le risorse rinnovabili come la luce solare e il vento sono più diffuse geograficamente. Anche se le catene di approvvigionamento dei minerali restano disuguali e ancora fortemente dipendenti da un ristretto numero di produttori – come la Cina per le terre rare, la Repubblica Democratica del Congo per il cobalto e l’Indonesia per il nichel – non convergono su un unico collo di bottiglia. Le variazioni di prezzo si fanno sentire sui mercati tecnologici molto più lentamente. È più facile costituire riserve strategiche.
Nella nostra crisi iraniana ipotetica, il potere sarebbe più diffuso, e nessuno stato sarebbe in grado di minacciare una perturbazione così grave. Siccome i minerali sono più distribuiti del petrolio e del gas e meno concentrati in pochi posti, si ridurrebbe il tipo di centralizzazione e di “caccia alle risorse” che ha storicamente caratterizzato l’industria petrolifera.
Gli standard globali in materia di consenso delle comunità, trasparenza e tutele ambientali sono oggi molto più solidi nelle filiere di approvvigionamento dei minerali di quanto non siano mai stati per i combustibili fossili.
Questo elemento dà maggiore potere contrattuale alle forze locali. Le regioni ricche di minerali in Africa, America Latina e in alcune parti dell’Asia acquisirebbero un certo peso, non semplicemente come fornitrici di risorse, ma anche perché, attraverso meccanismi di consenso delle comunità, potrebbero incidere di più sulla realizzazione dei progetti.
Questo segna una rottura rispetto all’era del petrolio, in cui il potere si è concentrato in larga misura tra stati e compagnie petrolifere multinazionali che operano a distanza dalle comunità colpite.
La decarbonizzazione è spesso presentata come una necessità climatica. Porterà anche a una ridistribuzione del potere geopolitico, probabilmente verso una maggiore stabilità.
Nell’attuale sistema basato sui combustibili fossili, lo stretto di Hormuz si trova al centro di un sistema economico mondiale che lega la stabilità economica al flusso continuo di petrolio e al potere militare che lo protegge. La crisi attuale mette in luce la fragilità di questo assetto.
L’ipotesi da cui siamo partiti non suggerisce che le energie rinnovabili cancelleranno la geopolitica. In un mondo meno dipendente dal petrolio, lo stretto di Hormuz avrebbe ancora importanza e i conflitti per le risorse non scomparirebbero. Ma dimostra che l’attuale sistema energetico è fragile e che i conflitti possono avere rapidamente conseguenze in tutto il mondo.
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