Cartoline da Tripoli

La vita quotidiana nella capitale libica raccontata dal regista Khalifa Abo Khraisse.

Durante gli scontri a Tripoli, il 27 maggio 2017.

Un tragicomico inizio di Ramadan a Tripoli

Durante gli scontri a Tripoli, il 27 maggio 2017.
18 giugno 2017 10:03

Peter Ustinov diceva che “la commedia è semplicemente un modo divertente di essere seri”. A Tripoli questo potrebbe essere l’unico modo per parlare di politica con altri libici senza che la conversazione finisca con una rissa.

Se aveste ascoltato la mia conversazione di ieri con il tassista, avreste creduto che fossimo due amici, e non due estranei. C’era molto traffico, l’automobile era praticamente ferma ed era impossibile evitare di parlare della trasmissione in onda alla radio. Dopo qualche battuta sui governi e le milizie, abbiamo cominciato a fare a gara su chi tra noi due ha la vita peggiore.

Le nostre battute sono durate pochi minuti, fino a quando non ho detto che quest’anno eravamo stati fortunati, perché dall’inizio del Ramadan non c’erano state interruzioni dell’elettricità. La commedia è finita quando il tassista, dopo una risata, ha pronunciato un proverbio libico che usiamo spesso: “Prego Dio che sia di buon auspicio”. Poi mi ha detto che non voleva parlare dell’elettricità, perché temeva che portasse sfortuna.

Senza ridere troppo
Mi sono zittito, ho abbassato il finestrino e mi sono acceso una sigaretta, senza dire altro per tutto il tempo in cui sono rimasto nel taxi. Il giorno dopo, mentre mangiavo a lume di candela, ho pensato che in quel momento il tassista mi stava maledicendo. L’usanza di recitare una breve preghiera dopo una lunga risata è tipica di diverse culture arabe, non solo di quella libica. Questo concetto è leggermente diverso dalle tradizioni sul malocchio, comuni a tutte le culture mediterranee: si tratta dell’idea di portare sfortuna a te stesso o agli altri parlando delle cose belle che hai.

Alcuni di noi ritengono sospetti i momenti di grande ilarità, perciò chiedono a Dio di non farglieli rimpiangere. Forse i nostri anziani hanno inserito quest’idea nel nostro cervello perché la storia ha insegnato loro che ai momenti di gioia seguono sempre eventi tragici, e in un modo o nell’altro i nostri picchi di felicità sono seguiti da momenti negativi.

Giornalista: “La gente si chiede: quando diremo addio alle milizie, cioè ai gruppi armati?”. Miliziano: “Perché, dove vuole andare la gente?”. La vignetta di Souhaib Tantoush, un giovane disegnatore libico, realizzata circa quattro mesi fa in occasione di altri scontri.

D’altro canto, forse nella nostra coscienza collettiva mettiamo in relazione la risata con gli eventi sfortunati perché tendiamo a fare molte battute per affrontare le nostre vite. È come se ogni giorno volessimo ripetere le ultime parole pronunciate prima di morire da san Lorenzo: “Sono ben cotto da questa parte, adesso giratemi”.

Suppongo tuttavia che possiamo ridere quanto ci pare senza timore di portare sfortuna, ma l’economia continua a peggiorare con la crisi di liquidità, i prezzi che aumentano e l’inflazione che quest’anno è arrivata al 27 per cento. Per non parlare del fatto che viviamo ancora alla mercé delle tante milizie che si dividono la capitale. Un mio amico ha spiegato molto bene la realtà: “Sapevi che un proiettile costa due dinari libici e l’insetticida dieci?”.

Una nuova battaglia
Il 26 maggio, un giorno prima dell’inizio del Ramadan, diverse milizie provenienti da Misurata e da qualche altra città hanno ricominciato a combattere a Tripoli dando un nuovo nome all’operazione: stavolta l’hanno chiamata Orgoglio della Libia. E all’improvviso la morte ci è piovuta addosso, e come sempre il primo ministro era introvabile, pochissimi riuscivano a scrivere qualcosa su Twitter, le Nazioni Unite hanno chiesto alle milizie di mettere fine ai combattimenti e alcuni ambasciatori hanno espresso la loro preoccupazione.

Il giorno dopo gli scontri cominciava il Ramadan

Quel giorno me ne stavo seduto sulla mia sedia preferita cercando di ignorare le forti esplosioni e rispondendo ad alcune email di persone a cui importa ancora se sono vivo o morto a Tripoli. Potrà sembrarvi strano che io abbia sorriso guardando un video condiviso da qualcuno che aveva filmato un carro armato che passava per strada dicendo: “Nel frattempo, nella mia strada”. Ho sorriso anche quando ho visto un’altra foto condivisa quello stesso giorno, scattata da un appartamento, in cui si vedeva un carro armato seguito da un pick-up. L’ha trasformata in un meme aggiungendo la didascalia: “Quando ti picchiano a scuola, chiama tuo fratello maggiore”.

Il giorno dopo gli scontri cominciava il Ramadan. L’alleanza Orgoglio della Libia era stata sconfitta, le fazioni in conflitto avevano smesso di sparare e cominciavano a ritirarsi, lasciandosi alle spalle qualche automobile in fiamme, case distrutte e decine di morti. Vicino alla strada che conduce all’aeroporto c’era un carro armato abbandonato per strada. Aveva smesso di muoversi per un guasto tecnico e non volevano lasciarlo lì. L’orgoglio gli impediva di ritirarsi lasciandosi dietro un carro armato. Per questo gli hanno dato fuoco. Non so quale sia stato il metodo usato, ma dopo averlo lasciato bruciare il carro armato è esploso.

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I frammenti dell’esplosione hanno colpito e ferito molte persone nelle vicinanze, tra cui diversi ragazzini. L’undicenne Mohamed Mahmud al Swiyah ha riportato diverse ferite ed è morto dopo un giorno in ospedale.

Il giorno dopo Tripoli era tornata alla normalità. Le persone avevano ripreso la loro routine quotidiana, mettendosi in coda davanti alla banca, davanti alle moschee al tramonto e davanti ai bar di sera. Il primo ministro del governo di unità nazionale Fayez al Sarraj ha dimenticato di fare una dichiarazione, non fosse altro che per porgere le condoglianze alle famiglie che avevano perso i loro cari durante gli scontri.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

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