15 agosto 2017 10:21

Mi piace il titolo del quarto album dei Seether, Finding beauty in negative spaces. All’epoca ho pensato che descrivesse bene me e la Libia. Oggi è più difficile trovare la bellezza, gli spazi negativi si fanno sempre più vasti e noi continuiamo a distruggere tutto ciò che è bello. Non abbiamo fatto altro che cambiare bandiera e inno nazionale e rimpiazzare un tiranno con troppi altri.

Quando si cerca la bellezza, però, la cosa divertente è proprio la ricerca; la capacità di continuare a cercare la bellezza qui è una necessità, un importante fattore di sopravvivenza, naturalmente accanto al talento di nascondersi sotto gli occhi di tutti. Meglio non dimenticare che se continuo a scrivere è solo perché i cattivi non leggono, quanto meno non in italiano.

In cerca di risposte e guai
“Tu sei pazzo”, mi ha detto poco tempo fa un giornalista italiano. L’ho preso come un complimento, e in realtà era anche meglio di così, perché proveniva da un giornalista giunto a Tripoli in cerca di risposte e guai.

Ho accettato di incontrarlo e di aiutarlo nella sua ricerca. Il punto è che secondo me per avvicinarsi alle milizie e/o agli ufficiali libici occorre imitare i biologi che studiano la fauna selvatica e limitarsi a osservare, con calma e pazienza, finché un bel giorno gli animali ti permettono di avvicinarti un po’ di più e magari cominciano a comportarsi in modo naturale.

Lui però ha preferito buttarsi a capofitto nella ricerca, stuzzicando l’orso e pretendendo risultati immediati. Non ha provato il mio metodo perché non aveva tempo. È vero che io mangio in fretta e mi innamoro e mi disinnamoro in fretta, ma quando si parla di alcuni ambiti qui è meglio prendersela comoda.

Quando si tratta di tradizioni noi libici siamo così orgogliosi, e amiamo mescolare matrimoni vecchi e nuovi, moderni e tradizionali

Eravamo seduti l’uno di fronte all’altro nell’atrio dell’albergo e discutevamo. Stavo cercando di prendere una decisione quando mi è caduto l’occhio sul calendario piegato appoggiato tra noi due sul tavolo. C’era il nome dell’albergo, e tra questo e i mesi c’era una frase scritta a stampatello: “Your home in Libya”, casa tua in Libia. Ho sorriso e ho tirato fuori il telefono per scattare una foto, nel bel mezzo di una conversazione seria; forse avrà pensato che sono pazzo (e stavolta non sarebbe stato un complimento). Ho spiegato che mi ricordava il titolo di un film realizzato da una persona molto speciale per me.

Non gli ho detto che mi era sembrato di sentire questa persona speciale darmi un consiglio molto concreto: “Non dimenticare che quando il lavoro sarà finito non farai le valigie per andartene a casa, non volerai via lasciandoti tutto il caos alle spalle, questa è casa tua”.

Ho deciso di aiutarlo fino a un certo punto. Forse avevamo lo stesso obiettivo, ma avevamo prospettive diverse: “Se io ti convinco del fatto che la luna è d’argento, scriveremo una poesia, se tu convinci me del fatto che la luna è d’oro, scriveremo una poesia. Se manteniamo le nostre differenze, scriveremo due poesie” (Ahlam Mostaghanemi). Aspetterò di vedere la sua poesia, la mia è stata scritta da un poeta diverso.

Un matrimonio libico
Più tardi quella sera – dopo una piccola avventura – gli ho chiesto se volesse partecipare a un matrimonio libico, e lui mi ha risposto che aveva visitato molti paesi arabi e che aveva visto già parecchi matrimoni nel corso dei suoi viaggi. Non potevo costringerlo a venire con me, anche se avrei avuto la scusa perfetta per andarmene prima: avrei detto che i miei amici italiani erano stanchi e dovevo riaccompagnarli.

I miei amici – come molti altri libici di questi tempi – hanno organizzato una breve cerimonia di nozze di tre giorni. Di solito a questo punto i miei amici non libici mi chiedono: scusa, ma quanto durano di solito i matrimoni libici?

Innanzitutto, c’è la risposta sintetica a questa domanda: i matrimoni tradizionali libici durano da sette a dieci giorni, e relative notti. A quel punto mi accendo una sigaretta e comincio a sezionare questi matrimoni in elementi più semplici. I matrimoni libici infatti possono essere più complicati della nostra situazione politica. Ogni notte e ogni giorno del matrimonio si svolge un particolare rituale tradizionale che richiede un abbigliamento specifico.

Sebbene di questi tempi siano in molti a preferire una cerimonia breve, le tradizioni più importanti vengono salvaguardate. Quando si tratta di tradizioni noi libici siamo così orgogliosi, e amiamo mescolare matrimoni vecchi e nuovi, moderni e tradizionali. Oggi cercherò di parlare di alcuni di questi matrimoni secondo le tradizioni tripoline.

La stilista Heba Saabai ha intitolato la sua collezione Libia, il buono il brutto e il cattivo. Non si limita a raccontare una storia, lo fa attraverso uno stile

Pensate a quelle scene tratte da Il padrino, quando Michael Corleone, nascosto in Sicilia, vede Apollonia e va a parlare con il padre, per poi arrivare al matrimonio. Ci avviciniamo, ma nel nostro caso il Michael Corleone libico manderà i suoi genitori da quelli di Apollonia per ricevere l’approvazione e, una volta ottenuto il consenso, tornerà con la sua famiglia per fare la proposta. Se accettano, decideranno quanto dovrà durare il fidanzamento e cominceranno a organizzare le nozze.

Dopo aver firmato il contratto matrimoniale, la cerimonia di nozze prenderà il via con la giornata di Al Ghofa. “Al Ghofa” significa “cestino”. I genitori dello sposo portano cesti pieni di doni a casa della sposa, accompagnati da una banda di musicisti tradizionali che suonano per strada (Zukra). Immaginatela come una serenata, solo che invece delle chitarre noi usiamo le cornamuse e le percussioni libiche, non molto romantiche ma ideali per ballare.

Nei cesti ci sono tanti articoli, henné, incenso, muschio e gli abiti e i gioielli tradizionali della sposa. La sera stessa la sposa restituirà tutti i cesti, ma non vuoti. Dovrà rimandarli indietro pieni di doni per lo sposo e la sua famiglia.

La sposa indossa alcuni abiti nei giorni del matrimonio, ma i due più importanti sono l’Al badla al kabira (l’abito grande) e l’Al badla al saghera (l’abito piccolo). L’Al badla è fatto di seta e tessuto con fili d’argento e d’oro. Gli accessori sono grandi collane d’oro, una corona d’oro, sei braccialetti d’oro e quattro anelli d’oro.

Nel giorno dell’henné le cugine e le amiche della sposa indossano un abito e dei gioielli tradizionali. Al suono di canti tradizionali, la sposa indossa l’abito dell’henné – tradizionalmente rosa – mentre le applicano l’henné sulle mani e sui piedi.

La grande festa, infine, oggi è organizzata nei locali per matrimoni. La festa è simile ad altre feste di nozze nel Maghreb. La sposa indossa un abito bianco, c’è musica, c’è la cena, e più tardi i dolci libici, e naturalmente la tradizionale Rosetta (una bevanda alla mandorla). Quella notte la famiglia dello sposo e i suoi amici si riuniscono per fargli gli auguri. Lo accompagnano in processione fino alla sua nuova casa ballando, cantando e avvolgendogli collane di gelsomino attorno al collo.

Dopo che la coppia avrà trascorso il suo primo giorno insieme, la famiglia dello sposo terrà un’altra festa per la sposa chiamata Al mahadar. La traduzione più vicina di questo termine è “presentazione”, o “presenza”. Nel corso della notte, la sposa deve indossare tre diversi abiti (compreso quello denominato al badla al saghera).

Personalmente amo altri tipi di cerimonie di nozze, quelle in cui ci si scambia le promesse e arriva un punto in cui “si può baciare la sposa”. Bello e semplice: se mai dovessi sposarmi, vorrei che fosse così.

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È difficile includere tutti i dettagli, ogni città e tribù ne ha di diversi dal punto di vista delle tradizioni, degli abiti, dei gioielli e degli accessori. Gli stili e i colori sono il risultato di una lunga linea generazionale e riflettono le diversità della Libia, una cultura ricca che ha ispirato la collezione della stilista libica Heba Saabai, che si è diplomata da poco alla Lci higher education design school di Barcellona.
Heba ha intitolato la sua collezione “Libia, il buono, il brutto e il cattivo”. Nelle sue creazioni le tradizioni si scontrano con la modernità, si intravede Gheddafi che continua a urlare e il caos della Libia postbellica. Non si limita a raccontare una storia, lo fa attraverso uno stile.

Non so niente di moda, a cui mi lega un rapporto simile a quello che ho con la Libia. Alcune cose mi piacciono, altre no, a volte la trovo interessante e bella, di tanto in tanto davvero brutta. Ho apprezzato il modo in cui Heba ha mostrato di essere orgogliosa della sua cultura pur mantenendosi aperta con il cuore e la mente alle altre culture. Cosa ancora più importante, è un’altra libica che cerca di trovare la bellezza tra tanta negatività.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)