L’esplosione di un’autobomba davanti al ministero degli esteri a Tripoli, Libia, 25 dicembre 2018. (Mahmud Turkia, Afp)

In Libia fioccano le notizie false

L’esplosione di un’autobomba davanti al ministero degli esteri a Tripoli, Libia, 25 dicembre 2018. (Mahmud Turkia, Afp)
01 febbraio 2019 13:12

Ci sono tre stagioni a Tripoli: l’estate normale, l’estate calda e l’inverno. In rare occasioni, cade qualche fiocco di neve sulle alture occidentali e in alcune città della Libia orientale. A Tripoli è nevicato nel 2012, e la città è rimasta leggermente imbiancata per una sola notte. Credo di essere stato l’unico a non averla vista.

Mi sono svegliato il giorno dopo e ho visto le foto di gente che giocava nella neve, qualcuno aveva perfino costruito un pupazzo di neve, o quanto meno ci aveva provato. Il risultato era un pupazzo informe, forse per mancanza di esperienza. È nevicato anche a dicembre del 2014, mentre mi trovavo in Tunisia per un lavoro.

Alla fine del febbraio 2018 era nevicato a Roma, e pare sia un evento raro. Pochi giorni dopo sarei arrivato in Italia, perciò avevo mandato un’email a Internazionale chiedendo se fosse possibile far resistere la neve ancora per qualche giorno, fino al mio arrivo: era stato più facile chiedere questo che fare pressioni per avere il visto, pochi giorni prima. È stato un vero miracolo se l’ho ottenuto. La neve si era sciolta poco prima del mio arrivo, anche se erano riusciti a catturarla per me in una foto scattata dalla redazione. Per qualche motivo nessuna città in cui sono stato ha mai indossato per me il suo abito bianco. Arrivo troppo presto o troppo tardi, io e la neve non siamo mai contemporaneamente nello stesso posto.

A caccia di pioggia
Nonostante il mio desiderio irrealizzato di camminare su una superficie bianca, sono contento che non nevichi a Tripoli, non riusciremmo a sopravvivere a una settimana nella neve. Dipendiamo interamente da condizionatori a due comandi, cose come il riscaldamento centralizzato non esistono. Un acquazzone di mezz’ora basta a trasformare la città in una specie di Venezia, l’acqua straripa dalle strade e l’unica autostrada della capitale diventa un fiume. Ci ritroviamo intrappolati in casa, sempre più fredda a causa delle interruzioni di energia elettrica.

Eppure mi piacciono i rari rovesci nel nostro cosiddetto inverno, perciò quando lo scorso dicembre le previsioni hanno annunciato “vento con possibilità di pioggia” ho deciso di andare a caccia di pioggia.

Stavo per uscire quando il mio amico mi ha chiamato chiedendomi di accompagnarlo a fare un giro per negozi. Da almeno due anni, dopo il suo fidanzamento, lo vedevo sempre meno. Anche se è un insegnante di inglese, per sei giorni alla settimana ha dovuto fare dei lavori extra per potersi permettere il matrimonio. Alla fine è riuscito a prendere in affitto una casa e ad arredarla. Mancavano solo gli ultimi dettagli, aveva anche fissato il giorno del matrimonio, il 31 dicembre.

Lo stipendio medio di un insegnante è di 700 dinari libici al mese, 450 euro

Dopo una sosta al forno per ordinare i dolci e dei giri in altri negozi per scegliere i modelli degli inviti, siamo andati al mercato di Jama Alsaga per comprare un materasso. Mentre lo esaminavamo, il proprietario del negozio non ci prestava molta attenzione e non si è fatto sfuggire nemmeno un accenno di sorriso dalle labbra sigillate. Le ha aperte solo per urlare il prezzo di tutto quello che toccavamo e a seguire la frase “da ultimo”, un modo di dire dei negozianti di Tripoli che significa “è l’ultimo prezzo”.

Stereotipi ribaltati
Alla fine abbiamo trovato un compromesso tra un prezzo adatto alle sue tasche e una qualità discreta. Gli è costato 500 dinari libici, più di 300 euro (da ultimo). Lo stipendio medio di un insegnante è di 700 dinari libici al mese, 450 euro. Il mio amico lavora in una scuola privata, perciò il suo stipendio è leggermente più alto: eppure ha dovuto impartire decine di lezioni private per riuscire a coprire tutte le spese.

È entrata una cliente che ha ribaltato tutti gli stereotipi su come contrattano donne e uomini. A differenza nostra, ci ha messo pochi minuti per scegliere tre materassi con un semplice gesto della mano, ciascuno dei quali costava quasi il doppio di quello che avevamo scelto noi (e non era l’ultimo prezzo).

Il negoziante brontolone sembrava aver deciso di conservare tutti i suoi sorrisi per lei garantendole che avrebbe consegnato tutto a casa, un’offerta che noi non avevamo ricevuto. Quando il mio amico stava per pagare, il proprietario ha indicato con il dito il suo commesso intimandogli di contare i soldi. Il commesso ha contato i soldi e poi ha chiamato con un urlo Hassan, uno dei quattro aiutanti del negozio, ordinandogli di portare il materasso nella nostra auto.

Hassan ci ha anche aiutato a legare il materasso sul tettuccio. Avevamo paura che volasse via, visto che le previsioni davano “vento con possibilità di pioggia”. Abbiamo chiesto ad Hassan se secondo lui avrebbe retto fino a casa. Lui ci ha risposto che la corda era corta, ma di averla legata meglio che poteva, ci ha invitati ad andare piano e inshallah avrebbe retto. Con Hassan abbiamo comunicato in inglese, poiché lui e gli altri tre aiutanti erano migranti e lui parlava pochissimo arabo. Volevo chiedergli tante cose: da dove veniva, come se la cavava ultimamente a Tripoli, riusciva a mantenersi con il suo lavoro? Purtroppo prima di poter aprire bocca era fuggito via, il proprietario aveva già ricominciato a urlare il suo nome.

La maggioranza delle persone fatica a stare appena sopra la soglia della povertà, i prezzi sono aumentati e il valore della nostra valuta è sceso ancora

Abbiamo guidato lentamente, con più della metà di uno stipendio mensile sul tettuccio. Quando ci siamo fermati a un semaforo, una donna vestita di nero ha cominciato ad andare da un’auto all’altra. Mentre si sporgeva verso il finestrino di una vicina a noi, l’abbiamo sentita chiedere all’autista qualche spicciolo. Mi sono ricordato che di recente il comune di Tripoli ha lanciato una “campagna per combattere il fenomeno dell’accattonaggio, soprattutto nelle strade principali di Tripoli”. La campagna era il risultato di una collaborazione tra “il comune di Tripoli, la direzione della polizia di Tripoli, il ministero degli affari sociali, la guardia nazionale di Tripoli, il dipartimento per il coordinamento sulla sicurezza, le unità per la lotta contro la migrazione illegale e il fondo Zakat. Tutti questi soggetti formano un comitato congiunto per lottare contro l’accattonaggio nelle strade”.

Il semaforo è diventato verde e mentre ricominciavamo a muoverci lentamente, io e il mio amico abbiamo commentato l’episodio. Secondo lui ci sono tante cose che si potrebbero e dovrebbero fare per combattere contro la povertà prima di arrivare a combattere “il fenomeno dell’accattonaggio”, ma i funzionari tendono a preferire le scorciatoie, affrontando sempre i sintomi senza occuparsi delle cause profonde.

Spalare la neve
La maggioranza delle persone fatica a stare appena sopra la soglia della povertà, i prezzi sono aumentati e il valore della nostra valuta è sceso ancora, solo i salari sono rimasti gli stessi. Poi mi ha chiesto se scrivo ancora di queste cose. Gli ho risposto che sì, continuo a spalare neve. Non ha riconosciuto subito la citazione, perciò gli ho spiegato che è una frase del romanzo di Haruki Murakami Dance, dance, dance: “‘Quindi non c’è altro da fare, no?’, rise lei. ‘Certo, lo so benissimo. Perché il mio lavoro è come spalare la neve. Si fa perché bisogna farlo. Non perché sia un’attività interessante e densa di significato’. ‘Spalare neve?’. ‘Spalare neve in nome della cultura’, spiegai”.

Una delle ricompense quando si scrive con regolarità, o quanto meno con la regolarità che Tripoli mi consente, è la possibilità di confrontarsi sempre con una realtà più strana della finzione, costringersi a far caso alle cose e a ricordare determinati fatti, fatti che di solito scivolano via con il trascorrere dei giorni. Tuttavia nel lungo termine, tutte le storie della gente frustrata e repressa si raccolgono come piccoli fiocchi di neve, formando piano piano un grande mucchio. Se non stai attento alla fine ti ritrovi ad averle tutte dentro, e non è un passatempo piacevole.

Scrivere da Tripoli è come fare bungee-jumping, tuffarsi con il brivido costante di una caduta libera, perché tutte le volte che la corda si tende nulla ti garantisce che rimarrà intatta finché non si ritrae poco prima di toccare terra. Non ti preoccupi solo di quello che hai scritto, ma anche di chi e come lo interpreterà, e su questo si potrebbe scrivere un altro articolo. Per esempio, Jamal Zubia, ex capo del dipartimento per i mezzi di comunicazione stranieri, ha preso il mio ultimo articolo e l’ha condiviso, con la sua traduzione e i suoi commenti. L’ha ritenuto un ottimo materiale per attaccare l’attuale capo del dipartimento, e tuttavia si è affidato al traduttore di Google senza preoccuparsi di aver ben compreso quello che avevo scritto.

Pensava che l’articolo parlasse di me e non che l’avessi scritto io, perciò secondo lui io sono il capo di una milizia che controlla Tripoli grazie ai miei stretti rapporti con Serraj e alla copertura del governo italiano. Quando ha usato le mie parole per confermare il fatto che il dipartimento per i mezzi di comunicazione stranieri reprime e intimidisce i giornalisti, ha dimostrato, da ex capo dello stesso dipartimento, di non essere migliore di quello attuale, ma forse anche peggiore. Alcuni dei suoi follower hanno condiviso la sua traduzione, nessuno ha provato a leggere l’articolo originale né a cercare una traduzione migliore, e nessuno si è fermato un momento a chiedersi chi dovrebbe essere questo nuovo capomilizia.

Perciò se sta leggendo questo articolo consiglierei a Jamal Zubia di impostare il traduttore di Google dall’italiano all’inglese invece che in arabo: è più semplice. Oppure traducendo rigo per rigo invece di copiare e incollare l’intero testo si potrebbe ottenere un risultato leggermente migliore. Alla fine è stato perfino scritto male il mio nome in arabo: anche se sono grato per l’errore, mi sono sentito deluso e in un certo senso arrabbiato, perché è davvero grave, non esiste nemmeno un cognome in tutta la Libia come quello che è stato scritto. Oltretutto Zubia è un giornalista che una volta ricopriva l’incarico di capo del dipartimento per i mezzi di comunicazione stranieri, e ci si aspetterebbe molto di più da lui. Grazie a lui la mia opinione sui nostri funzionari è scesa ancora più in basso, e non lo credevo possibile.

Il 31 dicembre ho partecipato al matrimonio del mio migliore amico. Ha scelto l’ultimo giorno dell’anno per segnare un nuovo inizio, e io ho pregato perché il meteo di Tripoli si mostrasse clemente con la nuova coppia. Così è stato per due settimane, il tempo necessario a Tripoli per lanciare il suo primo scontro dell’anno. Per quanto mi riguarda, io e la neve vera non ci siamo ancora incontrati. Per qualche motivo nessuna città dove sono stato ha mai indossato per me il suo abito bianco. Arrivo troppo presto o troppo tardi. Gli unici spazi bianchi che sono riuscito a osservare sono le pagine di Word che mi sfidano a macchiarle con le mie parole.

Non posso modificare il clima, tutto quello che posso fare, a parte ballare con i lupi e spalare neve culturale, è catturarlo in una cartolina da Tripoli fintantoché riuscirò a tendere la corda. Questa settimana il tempo è parzialmente nuvoloso con possibilità di sporadici bombardamenti. Sono Khalifa, da Tripoli.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

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