30 novembre 2021 12:59

Scrivere di Libia è sempre sconcertante, figuriamoci un articolo informativo che non sia troppo complicato né troppo semplificato. Ricevere un compito simile ti fa sentire come se avessi i postumi di una sbornia, o come se cercassi di cucire con ago e filo guidando contromano in autostrada. Dopo aver assorbito troppe notizie e informazioni provenienti da quel paese senti la necessità di entrare in una chiesa, accendere una candela e chiedere perdono per il peccato di sapere troppe cose sulla Libia. Con l’avvicinarsi della data delle elezioni, forse conviene organizzarsi per comprare una bella scorta di candele.

Si sono presentati più di novanta candidati alle elezioni presidenziali in programma il 24 dicembre. È impossibile parlare di tutti, anche se non manca il materiale colorito e bizzarro fornito dai candidati: ex leader di milizie, uomini d’affari accusati di corruzione, “presunti” spacciatori, ex membri dell’élite ai tempi del regime di Muammar Gheddafi e così via. Dopo vari tentativi fallimentari di finire questo articolo, lunghe riflessioni e una telefonata alla mia caporedattrice per lamentarmi di cose più o meno pertinenti – lei ha saggiamente riattaccato dopo dieci minuti di monologo, e io non me ne sono nemmeno accorto – alla fine ho deciso di concentrarmi sulla controversa legge elettorale che minaccia di distruggere un processo politico già a brandelli.

Come siamo arrivati fino a qui
Dal 2014 il paese è diviso in due: a est comandava Khalifa Haftar, capo delle Forze armate arabe libiche (Faal, il modo in cui Haftar chiama le sue forze sui mezzi d’informazione arabi), e la camera dei rappresentanti della Libia guidata da Aguila Saleh; a ovest, c’era il governo di accordo nazionale e l’alto consiglio di stato, un organismo consultivo. Nel 2019 Haftar ha ostacolato e poi impedito lo svolgimento delle elezioni sostenute dalle Nazioni Unite. Scommettendo sulla sua abilità di sbloccare le cose con la forza militare, lanciò un attacco a sorpresa su Tripoli, con il sostegno di Russia, Emirati Arabi Uniti ed Egitto. Dopo più di un anno di una guerra sanguinosa, che ha causato molti morti, è stato sconfitto e costretto a ritirarsi dalla parte ovest del paese, anche perché la Turchia è intervenuta a sostegno del governo di Tripoli.

Il Forum libico per il dialogo politico ha ripreso i suoi lavori sotto la guida di Stephanie Williams, vicedirettrice della missione dell’Onu in Libia (Unsmil). Nel corso di questi incontri Mohamed al Menfi è stato scelto per ricoprire l’incarico di presidente del consiglio presidenziale e Abdul Hamid Dbaibah per quello di primo ministro del governo di unità nazionale. I nuovi organismi esecutivi avrebbero dovuto guidare il paese fino alle prossime elezioni, in programma il 24 dicembre, e hanno sottoscritto un impegno a non candidarsi.

La camera dei rappresentanti della Libia con sede a Tobruk ha però approvato una legge elettorale che molti hanno contestato perché, sostengono, fatta apposta per escludere alcune persone e favorirne altre. In base a questa legge, le presidenziali si svolgono in due turni, il secondo 52 giorni dopo il primo. La cosa interessante è che le elezioni legislative non si terranno in parallelo con quelle presidenziali, ma cominceranno con il secondo turno di queste ultime. In questo modo Aguila Saleh potrebbe restare il più a lungo possibile a capo del parlamento. E, ovviamente, è anche candidato alla presidenza.

Articolo 12
L’articolo 12 della legge consente ai funzionari in carica di candidarsi alle elezioni a patto che si dimettano dai loro incarichi tre mesi prima del voto. In caso il voto saltasse, potrebbero riprendere il loro posto e ricevere un risarcimento per il salario non percepito. Questo articolo esclude però alcune persone, come Khalid al Mishri, presidente dell’alto consiglio di stato, e Dbaibah, che hanno protestato, anche perché è stato approvato solo tre mesi prima dalle elezioni con modalità non del tutto chiare.

Al Mishri, membro della Fratellanza musulmana, ha dichiarato che “la legge elettorale approvata dalla camera dei rappresentanti non è legale”, rivendicando “il diritto dell’alto consiglio di stato a partecipare alla stesura, come previsto dall’accordo politico e dal piano d’azione messo a punto dal Forum libico per il dialogo politico”. Ha poi detto di voler aggiungere un articolo che impedisca a membri delle forze armate di candidarsi alle presidenziali per due anni dopo essersi dimessi.

Due cittadini libici hanno sporto denuncia negli Stati Uniti contro il maresciallo Haftar, accusandolo della morte di loro familiari

Aguila Saleh ha respinto le contestazioni con commenti ironici. Ha negato che si tratti di una legge fatta su misura per qualcuno in particolare. “Per esempio, non c’è scritto che il candidato deve avere il grado di maresciallo” (il riferimento è ad Haftar), “né che deve essere calvo” (riferendosi a se stesso). Ha poi aggiunto che l’articolo 12 era necessario perché alcuni ufficiali hanno approfittato per mesi delle loro posizioni e dei finanziamenti pubblici per portare avanti le loro campagne elettorali (stavolta il riferimento e al primo ministro Dbaibah). Tuttavia né l’articolo 12 né il fatto di aver firmato un impegno a non candidarsi alle elezioni ha impedito a Dbaibah di registrare la sua candidatura.

La sezione 9 dell’articolo 10 stabilisce che i candidati “non devono essere stati condannati in via definitiva per reati o crimini che ricadono nel campo della condotta immorale”. Questa puntualizzazione favorisce Haftar.

Haftar è attualmente impegnato in una battaglia legale all’estero. A settembre del 2020 due cittadini libici hanno sporto denuncia contro di lui davanti a un tribunale federale della Virginia, negli Stati Uniti, accusandolo della morte di diversi componenti delle loro famiglie. Haftar ha la doppia cittadinanza, libica e statunitense, e possiede proprietà e investimenti per un valore di circa 8 milioni di dollari. Perciò non rischia solo di perdere il suo patrimonio, ma si trova anche a essere sottoposto alla giurisdizione statunitense. Vale inoltre la pena ricordare che la legge proibisce a chi ha la doppia cittadinanza di candidarsi alla carica di presidente. Ecco spiegato l’emendamento dell’articolo 10 nella legge elettorale, che crea un appiglio aggiungendo la postilla “a meno che non venga autorizzato da un’autorità competente”.

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Folle di cittadini molto arrabbiati hanno già fatto chiudere gli uffici elettorali in più di otto città per esprimere la loro opposizione alla possibilità “che ricercati dalla giustizia o che personaggi responsabili della morte o della fuga dal paese dei libici possano candidarsi alle elezioni”. Molte figure affiliate alla Fratellanza musulmana hanno chiesto il boicottaggio del voto. Alcuni si sono spinti fino a dichiarare che, in caso di necessità, faranno chiudere i seggi con la forza. Altri stanno cominciando a diffondere il dubbio riguardo le procedure nel loro complesso, divulgando informazioni prive di fondamento su presunte compravendite di schede elettorali e mettendo in dubbio la capacità della commissione elettorale di organizzare un voto trasparente e onesto. Khalid al Mishri ha addirittura chiesto di installare dei dispositivi di riconoscimento biometrico per identificare gli elettori attraverso le scansioni delle pupille o dei volti.

Invece di accendere una candela e chiedere perdono per il peccato di sapere troppo di Libia, continuo ad accendermi una sigaretta dopo l’altra, che è peggio, perché le loro braci mi scavano buchi nei polmoni e nelle tasche. Perciò comprerò una sola candela e l’accenderò il 24 dicembre, in onore dell’anima dei piani defunti per le elezioni libiche. Se dovessi sbagliarmi, cosa che mi piacerebbe tanto ma accade di rado, sarà comunque Natale e la candela non andrà sprecata.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)