04 aprile 2020 11:50

Il 27 marzo la regione più popolosa della Finlandia è stata isolata dal resto del paese. Il giorno dopo gli abitanti dell’Uusimaa – la regione che comprende la capitale, Helsinki, e dove si erano registrati oltre metà dei 1.300 casi di Covid-19 individuati fino ad allora – hanno scoperto che le arterie principali erano state disseminate di posti di blocco presidiati in forze dalla polizia per impedire a chiunque di entrarvi o uscirne. Probabilmente gli agenti di polizia si accorgeranno di essere attentamente osservati. A fotografarli e intervistarli, però, non saranno giornalisti, bensì i dipendenti del Museo nazionale della Finlandia, impegnati nel tentativo di cogliere in tempo reale il momento storico che stiamo vivendo.

In tutto il mondo, l’emergenza scatenata dalla pandemia di coronavirus ha messo in stato di massima allerta i medici e gli operatori sanitari, ma ha dato da fare anche a un manipolo di studiosi e di curatori dei musei di tutta Europa, incaricati di seguire in tempo reale gli eventi e le conseguenze della crisi. Molti di loro non sanno né come né quando sarà impiegato il frutto del loro lavoro, ma credono che in futuro quelle informazioni interesseranno ai musei – e ai loro visitatori.

Il fenomeno non riguarda solo la Finlandia: anche musei danesi, sloveni e svizzeri, fra gli altri, si stanno adoperando per documentare l’emergenza coronavirus sotto aspetti diversi: c’è chi chiede ai concittadini di tenere un diario della loro vita quotidiana in isolamento, e chi raccoglie oggetti capaci di rappresentare questo momento storico.

Registrare le impressioni
Maria Hagstrup, curatrice del Museo comunale di Vesthimmerland, in Danimarca, insieme a un collega ha cominciato a scattare foto – a distanza di sicurezza – dei negozi chiusi e delle strade deserte e a raccogliere testimonianze di prima mano del paese in isolamento. “Di solito pensiamo al museo come a un luogo pieno di oggetti esposti in teche di vetro”, ha dichiarato Hagstrup in un’intervista. “Invece adesso abbiamo la possibilità di registrare le impressioni delle persone in tempo reale, ancor prima che possano rifletterci sopra”.

Con il supporto del comune, il museo ha lanciato un appello ai cittadini tramite i social network: mandateci le vostre storie di vita vissuta durante la pandemia. Finora le testimonianze sono arrivate soprattutto per email: c’è il dentista che ha dovuto chiudere lo studio, la coppia di anziani preoccupati per il figlio autistico, il bambino che studia a casa e spiega che effetto fa avere la mamma per maestra. Il titolare di una piccola azienda ha persino inviato una poesia.

In futuro la gente vorrà sapere com’era la vita quotidiana, com’è stato attraversare questo periodo

“Se sei uno storico pensi sempre a ciò che manca, a ciò di cui vorresti sapere di più”, dice Hagstrup. “A proposito di questo periodo pazzesco, penso che in futuro la gente vorrà sapere com’era la vita quotidiana, com’è stato attraversarlo”. Il museo comunale di Vesthimmerland spera anche di assicurarsi degli oggetti per le sue collezioni, quando non sarà più rischioso raccoglierli.

Anche i curatori del Victoria and Albert Museum di Londra, celebre per le sue collezioni di arti applicate e di design, stanno pensando di raccogliere dei pezzi da esporre. Nel 2014, il museo ha aperto una nuova galleria dedicata ai frutti del rapid response collecting, espressione coniata dai suoi esperti per designare l’acquisizione di oggetti “che rappresentano momenti cruciali della nostra storia contemporanea”, spiega la curatrice Corinna Gardner.

Si deve anche a lei la scelta dei pussyhat, cioè i berretti di maglia rosa indossati dalle partecipanti alla marcia delle donne del 2017 negli Stati Uniti, dei vari oggetti recanti il logo dell’organizzazione ambientalista Extinction rebellion e delle ciglia finte marca Katy Perry, selezionate perché esemplari della cultura consumistica globale. Gardner sta già pensando a oggetti che possano rappresentare efficacemente l’attuale pandemia. L’ha colpita in particolare un dispositivo che si può applicare alla maniglia della porta per aprirla senza toccarla. Lo hanno ideato due designer, Ivo Tedbury e Freddie Hong, ed è disponibile online a chi possiede una stampante in 3D.

Negli Stati Uniti, il National museum of African American history and culture ha raccolto oggetti legati alle proteste per l’uccisione di Michael Brown a Ferguson, in Missouri, e ai disordini razziali del 2017 a Charlottesville, in Virginia. A Manhattan, la New York historical society ha dato ordine alle sue “brigate storiche” di partecipare agli eventi di Occupy Wall street, mentre a Orlando, in Florida, l’Orange county regional history center si è affrettato a raccogliere oggetti che potessero ricordare la strage al nightclub Pulse. Attualmente, il centro si dedica a raccogliere manufatti relativi all’emergenza sanitaria: foto degli scaffali vuoti dei supermercati, email di cancellazione, post sui social network che documentano le conseguenze dell’epidemia di Covid-19.

Oggetti digitali
In questo momento l’acquisizione di nuovi manufatti comporta particolari difficoltà per i musei perché esige un’interazione con il pubblico, ma anche perché la loro gestione rischia di diffondere il contagio. Inoltre il distanziamento sociale rende impossibile svolgere normalmente il lavoro sul campo, che spesso comporta un faccia a faccia con altre persone. Ecco perché il Museo nazionale danese di Copenaghen si sta dedicando agli oggetti digitali. Il museo chiede ai cittadini di tutte le età di rispondere a un questionario online per preservare informazioni importanti sulla vita quotidiana durante la crisi, in modo che possano essere studiate in futuro.

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“Non so se né quando allestiremo una mostra speciale sull’emergenza Covid-19”, dice Christian Sune Pedersen, direttore della ricerca al dipartimento di storia moderna del museo. “Forse valuteremo l’opportunità di includere questi manufatti nelle collezioni permanenti, visto che sono legati a un avvenimento storico di primaria importanza. Adesso però ci interessa principalmente ricordare cosa sta accadendo nella nostra vita quotidiana, perché è questa la prospettiva specifica del nostro museo”.

Il Museo nazionale finlandese ha una lunga esperienza di rapid response collecting in circostanze storiche cruciali, anche se questa espressione non era in uso durante la guerra civile del 1918 né durante la seconda guerra mondiale. Alcune delle foto scattate ultimamente da Maria Ollila, curatrice del dipartimento di storia contemporanea, e dai suoi collaboratori – immagini di assalti ai supermercati o di lezioni scolastiche da casa – saranno pubblicate sul sito della collezione fotografica dell’Agenzia per il patrimonio culturale finlandese non appena saranno state catalogate. E se quest’autunno l’emergenza sarà cessata, dice Ollila, parte dei materiali raccolti potrebbe essere esposta in una sezione del Museo nazionale dedicata al collezionismo contemporaneo.

Intanto la raccolta di oggetti legati alla pandemia richiede di stare al passo con i suoi sviluppi. Prima che fosse imposto l’isolamento, per due settimane gli studiosi finlandesi hanno intervistato i cittadini su vari argomenti, dalle conseguenze della crisi sul settore della ristorazione alla chiusura del porto di Helsinki. Ma l’evolvere della situazione li ha costretti ad adattare le loro tecniche. Adesso svolgono le interviste al telefono o su Skype, e stanno valutando l’opportunità di chiedere agli intervistati di “autodocumentarsi” inviando foto e video realizzati da loro stessi.

Quando cominceranno a documentare la chiusura delle frontiere della regione di Uusimaa, gli studiosi osserveranno la situazione dai posti di blocco e intervisteranno gli agenti tornando alle tecniche tradizionali, che comportano la presenza fisica sul posto, ma con le modifiche imposte dalle circostanze. “Ci saranno due fotografi e io farò le interviste”, ha spiegato Ollila. “Dovremo solo assicurarci di stare a due metri l’uno dall’altro”.

(Traduzione di Marina Astrologo)

Quest’articolo è uscito sul New York Times.

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