Bambini e bambine che fanno da guide durante una visita nella villa medicea di Cerreto Guidi, in provincia di Firenze. Studenti che impersonano degli scienziati e parlano di clima in romeno, ucraino e nella lingua dei segni. Una ragazza tunisina che racconta la sua storia in un tema scritto in francese e in arabo. Succede a chi in Italia frequenta le scuole che adottano il translanguaging, un metodo in cui le tante lingue parlate in classe diventano un punto di forza.
Dal 2016 lo porta avanti il Centro linguistico dell’Università per stranieri di Siena (Cluss), con il progetto L’altroparlante. La rete comprende venti istituti in sei regioni: Toscana, Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte, Liguria, Trentino-Alto Adige. E coinvolge scuole dell’infanzia, primarie e secondarie di primo grado, tutte in aree ad alta densità migratoria, alcune con più del 30 per cento di studenti stranieri. Spesso chiamate “classi ghetto”, sono tecnicamente “classi superdiverse”, cioè ad alta complessità linguistica.
A Gavardo, in provincia di Brescia, nell’istituto comprensivo Giuseppe Bertolotti il 22 per cento degli studenti non ha la cittadinanza italiana, anche se quelli arrivati da poco nel paese sono una minoranza. In tutto compongono un mosaico di 25 nazionalità, tra cui al primo posto ci sono quella marocchina e quella pachistana.
“Cominciamo con una ricerca sulle lingue presenti in classe, anche sette o otto”, spiega Maria Grazia Agnelli, insegnante di inglese. “Quasi nessuno è monolingue: ci sono bambini pachistani e indiani che parlano quattro lingue, e italiani con un genitore straniero”. Una ricchezza enorme, raramente valorizzata. “Non abbiamo cambiato i contenuti delle lezioni ma i metodi: cerchiamo spazi translinguistici. Partiamo da un testo, ci lavoriamo in gruppo e arriviamo a risultati plurilingui. Abbiamo realizzato albi, giochi come il domino, una coperta patchwork fatta di parole”.
Cos’è il translanguaging
Le attività possibili sono molte, per esempio si può creare una bacheca in più lingue o una presentazione multimediale. Diffuso negli ultimi vent’anni negli Stati Uniti grazie al lavoro dei sociolinguisti Ofelia García e Li Wei, il translanguaging dà valore alle diverse lingue: non vuol dire studiarle tutte e nemmeno sostituire i corsi di italiano, che in alcuni casi sono indispensabili. Attivando dei confronti linguistici, però, si sviluppa un prezioso “apprendimento incidentale” e si aiuta la socializzazione.
Un metodo che può cambiare il clima della classe, racconta Agnelli: “Ragazzi che tendevano a isolarsi si sentono coinvolti. Erano in imbarazzo nell’usare la lingua madre, ora vogliono condividere aspetti della loro cultura”.
Andrea Scibetta insegna lingua e letteratura cinese all’Università per stranieri di Siena (Unistrasi) e con la ricercatrice Valentina Carbonara ha seguito fin dall’inizio L’altroparlante. Camminando per le aule di questa università – dove si affollano studenti di tutto il mondo per imparare l’italiano, diventare mediatori culturali o insegnanti – viene da chiedersi se parlare la propria lingua d’origine ostacoli chi impara l’italiano e se una classe multiculturale rallenti l’apprendimento. “Sono due falsi miti, smontati dall’evidenza scientifica e dall’esperienza sul campo”, dice Scibetta.
“Ogni famiglia decide in autonomia quali repertori linguistici usare a casa. Parlare la lingua madre vuol dire mantenere la lingua degli affetti”, spiega il professore. “Inoltre, permette di praticare un bilinguismo funzionale a uno sviluppo cognitivo, oltre che linguistico, più rapido rispetto a quello dei monolingui. Non ci sono prove che la presenza di più lingue incida negativamente sulle prestazioni scolastiche, anzi emerge il contrario: se si lavora bene, il plurilinguismo è un vantaggio”.
Linguisti in erba
Lo conferma Edith Cognigni, professoressa di didattica delle lingue moderne all’Università di Macerata: “Il plurilinguismo è sempre una risorsa cognitiva e non un sovraccarico. Se ben gestito può sviluppare le funzioni esecutive (cioè la capacità di pianificare, controllare l’attenzione e gestire le proprie azioni), la memoria di lavoro (la capacità di trattenere e usare le informazionia breve termine) e la flessibilità cognitiva”.
Le potenzialità dei “bilingui emergenti” (un termine più appropriato di “stranieri” o “non italofoni”) sono notevoli. I test Invalsi mostrano che in media gli studenti stranieri hanno punteggi più alti in inglese rispetto ai coetanei italiani. Scibetta racconta di una bambina del progetto L’altroparlante che, ascoltando le interviste in italiano e in inglese fatte a diversi genitori durante un’attività didattica, prendeva appunti in cinese: a nove anni aveva le competenze di un’interprete.
Sandra Martini, insegnante di Prato ed esperta di translanguaging, dice: “Non tutti i bambini cinesi conoscono allo stesso livello la propria lingua: quando la sanno leggere e scrivere è un vantaggio per imparare l’italiano e ha ricadute su tutta la classe. Lavorando in gruppo, i bambini mettono in atto strategie per comprendere i testi, diventano linguisti in erba”. Questo vale anche per gli italofoni, che sviluppano flessibilità cognitiva e competenze di cittadinanza globale.
Attualmente, le persone dell’Unistrasi che lavorano all’Altroparlante sono Carla Bagna, professoressa di didattica delle lingue moderne e coordinatrice scientifica del progetto, e Chiara Facciani, ricercatrice e responsabile del monitoraggio.
“Le lingue non sono in contrapposizione ma in dialogo: si sostengono a vicenda”, dice Bagna. È il principio di interdipendenza del linguista Jim Cummins. Il progetto porta in classe anche dialetti, varietà regionali e locali, lingue di minoranze come il ladino. “L’Italia è il primo paese europeo per diversità etnolinguistica. Da sempre la scuola ha accolto bambini, bambine e ragazzi di provenienze diverse , ma è rimasta ancorata al modello delle lingue curricolari, escludendo quelle degli studenti”.
Già nel 1975 il movimento di linguistica educativa del gruppo Giscel, fondato da Tullio De Mauro, chiedeva di dare valore alla “diversità dei retroterra linguistici individuali”. La raccomandazione del 2018 del consiglio dell’Unione europea sull’apprendimento permanente include la multilingual competence tra le competenze chiave e un documento ministeriale poco applicato, gli Orientamenti interculturali per gli alunni con background migratorio (2022), ribadisce l’importanza delle lingue d’origine e del plurilinguismo a scuola.
Scibetta e Bagna mi spiegano come lavora la rete: il gruppo Unistrasi ha formato e affiancato in classe le insegnanti, che diventano a loro volta formatrici. Pratica e ricerca si intrecciano. “L’altroparlante ha rivoluzionato il nostro modo di lavorare”, dice Anna Maria Salvi, che insegna alla primaria Carlo Collodi a Cerreto Guidi.
Su Facebook Salvi ha criticato le dichiarazioni della presidente del consiglio Giorgia Meloni rilasciate poco prima dell’approvazione del decreto che limita il numero di studenti stranieri in ogni classe e introduce la possibilità d’imporre corsi di italiano ai genitori. E ha ricordato i suoi primi giorni da insegnante: “Davanti a due classi di 15 bambini, di cui la metà era di madrelingua cinese, la prima sensazione è stata quella di un nodo in gola, ricordo con amarezza le pressioni e i dubbi dei genitori italiani”. In quelle classi “non potevo limitarmi ad applicare i soliti metodi: dovevo studiare, formarmi, trovare strategie nuove”.
Quasi vent’anni dopo, alla Collodi i pregiudizi sono un po’ diminuiti. Bambine e bambini dai sei ai dieci anni hanno guidato le famiglie alla scoperta della villa medicea di Cerreto Guidi in italiano, romeno, bulgaro, slovacco, cinese, arabo, napoletano, inglese, spagnolo, nella lingua dei segni e in molte altre ancora.
Un punto di forza del progetto è proprio coinvolgere i familiari: a casa sono intervistati dai figli, poi vanno a scuola, raccontando delle storie o facendo delle letture, con il supporto di mediatori culturali. E così attraverso le lingue si avvicinano anche le culture. Si può scoprire che quando una nonna sarda e una cinese ricordano la loro infanzia ci sono dei punti in comune.
“Un vero ribaltamento”, spiega Scibetta, “il familiare riacquista la sua funzione educativa, porta qualcosa che gli altri non sanno. I bambini sono orgogliosi”. Le ricadute sul benessere e sull’autostima, conclude Bagna, “sono chiare”. Queste scuole “non si sarebbero incontrate senza un progetto comune e tutte dicono che gli studenti stanno meglio. Una cosa che non ha prezzo”.
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