I ‘detenuti’ della struttura “Il carcere dentro di me” a Hongcheon, Corea del Sud, il 10 novembre 2018.

Come sfuggire alla prigione della vita quotidiana

I ‘detenuti’ della struttura “Il carcere dentro di me” a Hongcheon, Corea del Sud, il 10 novembre 2018.
02 dicembre 2018 09:19

Di solito la prigione è un luogo da cui scappare. Per i sudcoreani in fuga dallo stress della vita quotidiana, invece, un giorno in una falsa prigione può rappresentare un sollievo.

“Questo carcere mi fa sentire libera”, spiega Park Hye-ri, 28 anni, un’impiegata che ha pagato 90 dollari per trascorrere 24 ore in una finta prigione.

Dal 2013 la struttura “Il carcere dentro di me”, a nordest di Hongcheon, ha ospitato più di duemila “detenuti”, in gran parte impiegati stressati e studenti schiacciati dal peso dell’esigente cultura accademica sudcoreana. “Ero troppo impegnata”, dice Park, seduta nella sua cella di cinque metri quadrati. “Non dovrei essere qui, considerando tutto il lavoro arretrato. Ma ho deciso di fare una pausa e pensare a me stessa e a come avere una vita migliore”.

Un ‘detenuto’ nella sua cella, Hongcheon, il 10 novembre 2018.

Le regole della prigione sono molto severe. Non si parla con gli altri detenuti. Non sono ammessi orologi né cellulari.

I clienti ricevono un’uniforme carceraria blu, un materassino da yoga, un servizio da tè, una penna e un quaderno. Dormono per terra. All’interno della cella c’è un piccolo gabinetto, senza lo specchio. Il menu prevede patate al vapore e un frullato alla banana per cena e un porridge di riso per colazione.

La cofondatrice Noh Ji-Hyang racconta che l’idea della ‘prigione’ è venuta parlando con suo marito, un pubblico ministero che spesso lavora cento ore in una settimana. “Mi ha detto che gli sarebbe piaciuto passare una settimana in isolamento, per riposarsi e sentirsi meglio. È cominciato tutto così”.

Park Hye-ri, 28 anni, lascia il telefono fuori dalla sua cella, Hongcheon, il 10 novembre 2018.

Il declino dell’economia sudcoreana, basata sulla tecnologia e le esportazioni, ha inasprito un ambiente di lavoro e scolastico già molto competitivo, che secondo gli esperti è la causa dello stress diffuso e dell’alto tasso di suicidi.

Nel 2017 i sudcoreani hanno lavorato in media 2.024 ore, piazzandosi al terzo posto nella classifica mondiale, dopo il Messico e la Costa Rica, in un sondaggio condotto sui 36 paesi dell’Organizzazione per il commercio e lo sviluppo economico (Oecd).

Per aiutare le persone a lavorare meno e guadagnare di più, il governo di Seoul ha aumentato il salario minimo e ridotto il tetto massimo di ore lavorative settimanali portandolo da 68 a 52. Tuttavia, secondo gli economisti, queste politiche rischiano di avere un effetto controproducente e di mettere in pericolo più posti di lavoro di quelli che riusciranno a creare.

I ‘detenuti’ si inchinano prima di essere rinchiusi nelle celle, Hongcheon, il 10 novembre 2018.

Secondo Noh molte persone sono intimorite dall’idea di passare 24 o 48 ore in una cella. Almeno fino a quando non provano. “Dopo aver soggiornato nella cella dicono tutti ‘questo non è un carcere, il vero carcere è quello in cui stiamo tornando’”.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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