12 ottobre 2020 11:30

Quando gli autori della costituzione degli Stati Uniti si trovarono a discutere il sistema di pesi e contrappesi da adottare, nel 1787, affrontarono una questione che nel corso degli anni sarebbe diventata sempre più importante: bisognava prevedere un’età per il pensionamento dei giudici federali?

Alexander Hamilton, che poi sarebbe diventato il primo segretario al tesoro del paese, era contrario. In un articolo sminuì “il pericolo immaginario di una corte troppo anziana”. Alla fine la sua opinione ebbe la meglio, e nella costituzione non fu inserito nessun limite di età per il mandato dei giudici federali, compresi gli uomini e (molto più tardi) le donne nominati giudici della corte suprema.

Più di due secoli dopo, il mandato a vita per i componenti del più alto tribunale degli Stati Uniti rappresenta un’eccezione tra le democrazie mondiali, e gli effetti negativi di “una corte troppo anziana” sono ormai evidenti. Con la morte di Ruth Bader Ginsburg, avvenuta il 18 settembre 2020, sono tre i giudici che negli ultimi quindici anni sono deceduti mentre erano ancora in carica. La notizia della sua morte ha aperto un altro fronte nella battaglia politica che si combatte in vista delle elezioni presidenziali del 3 novembre. Per i democratici è uno scenario da incubo. Per anni il partito ha temuto che un giudice conservatore potesse sostituire il voto progressista di Ginsburg, spostando ulteriormente a destra la giurisprudenza nazionale. Questa vicenda ci ha ricordato che solo negli Stati Uniti l’equilibrio di un’istituzione così importante ricade sulla capacità di una giurista di 87 anni di resistere per qualche mese in più agli effetti della malattia e all’inevitabile scorrere del tempo.

Prestigiosa occupazione geriatrica
Nessuna delle altre democrazie occidentali (e nemmeno la maggior parte degli stati americani) permette ai giudici di alto grado di continuare a ricoprire l’incarico nel crepuscolo della loro vita. Ginsburg è morta a causa delle metastasi di un tumore al pancreas. Se fosse stata una giudice della corte suprema canadese, britannica o australiana, sarebbe stata costretta ad andare in pensione più di dieci anni fa. Lo stesso destino sarebbe toccato ai giudici William Rehnquist e Antonin Scalia, entrambi morti mentre erano ancora in carica, rispettivamente a 80 e a 79 anni. Tre giudici che oggi fanno parte della corte suprema statunitense – Stephen Breyer, Clarence Thomas e Samuel Alito – hanno più di settant’anni e sarebbero già in pensione in molti altri paesi e in più di dieci stati americani.

“Chiunque abbia affrontato il tema della corte costituzionale dopo il 1900 ha ritenuto che introdurre un limite di età fosse una buona idea. Non c’è alcun motivo per pensare che si sbagliassero”, sottolinea Mark Tushnet, professore e storico di diritto ad Harvard. “La possibilità di ricoprire l’incarico a vita è estremamente rara nel mondo”.

Secondo Tushnet e altri storici, c’è un motivo piuttosto semplice se gli autori della costituzione degli Stati Uniti hanno deciso di non inserire un limite di età: all’epoca le persone non vivevano molto a lungo. Come scrisse Hamilton, “pochi sono sopravvissuti alla stagione del rigore intellettuale”. A New York, la città di Hamilton, la costituzione statale dell’epoca costringeva i giudici a ritirarsi dopo i sessant’anni, precisamente l’età che aveva Ginsburg quando il presidente Bill Clinton la nominò giudice della corte suprema, ventisette anni fa.

Inoltre c’era l’idea che il mandato a vita fosse una garanzia per l’indipendenza dei giudici federali, che non avrebbero dovuto cercare il consenso degli elettori, al contrario dei parlamentari. Tuttavia, in tempi recenti i giudici federali hanno continuato a ricoprire l’incarico anche oltre i settanta, ottanta e perfino novant’anni (nel 2009, quando il giudice David Souter annunciò la decisione di dimettersi dalla corte suprema a “soli” 69 anni, a Washington restarono tutti molto sorpresi).

Così come i politici hanno resistito al cambiamento generazionale, anche i giudici non hanno voluto accogliere gli inviti a farsi da parte

Nel 1995 il giudice Richard Posner definì l’incarico di giudice federale “la più prestigiosa occupazione geriatrica del paese”. Quell’etichetta, oggi, potrebbe essere applicata anche ai ranghi più alti del governo degli Stati Uniti. Mai prima d’ora gli anziani hanno avuto un’influenza così forte sui tre rami del potere. Donald Trump, che nel 2017 è diventato la persona più anziana a essere eletta presidente, ha 74 anni. Il suo sfidante, Joe Biden, è più vecchio di quasi tre anni. La presidente della camera, la democratica Nancy Pelosi, ha ottant’anni. Il leader della maggioranza al senato, il repubblicano Mitch McConnell, ha 78 anni.

“Non penso che avere rappresentanti che hanno più di ottant’anni sia nell’interesse pubblico. A mio avviso bisognerebbe fissare un limite di età di 75 anni per l’esercizio del potere, che si tratti della corte suprema o del parlamento”, afferma lo storico del diritto David Garrow. Gli elettori hanno almeno la possibilità di sostituire i parlamentari più anziani, sostiene Garrow, mentre “nel caso della corte suprema dobbiamo accontentarci dei giudici che abbiamo”.

Così come i leader del congresso hanno resistito alla pressione per un cambiamento generazionale, anche i giudici non hanno voluto accogliere gli inviti a farsi da parte. Nel 2014 alcuni progressisti chiesero a Ginsburg di ritirarsi, quando i democratici controllavano sia la Casa Bianca sia il senato (che deve confermare i giudici nominati dal presidente) e avrebbero potuto scegliere un successore di orientamento simile. “Per me è un problema completamente slegato dalla politica. Abbiamo giudici che diventano troppo pieni di sé, vogliono essere delle celebrità e si convincono che per loro sia fondamentale ricoprire l’incarico fino a quando non esalano l’ultimo respiro”, sostiene Garrow, secondo cui sia il conservatore Scalia che la progressista Ginsburg avevano evidentemente apprezzato la fama ottenuta sul finire della vita. “È un approccio chiaramente sbagliato”. E aggiunge: “I loro casi ci mostrano che una morte improvvisa può scatenare un conflitto politico”.

In un articolo pubblicato nel 2000, Garrow aveva perorato la causa delle dimissioni obbligatorie dalla corte suprema per raggiunti limiti di età, sottolineando “il degrado mentale” che aveva colpito giudici come Bill Douglas negli anni settanta e Thurgood Marshall vent’anni dopo. Il momento in cui il congresso è arrivato più vicino a una svolta del genere è stato nel 1954, quando una solida maggioranza al senato approvò un emendamento costituzionale che avrebbe costretto i giudici federali a lasciare l’incarico dopo aver compiuto i 75 anni. Pochi giorni dopo, però, la corte suprema pronunciò il verdetto che mise fine alla segregazione nelle scuole, e l’attenzione del paese si spostò sulla lotta per l’integrazione.

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Oggi il dibattito sulla riforma della corte suprema è incentrato non tanto sull’età ma sul potere politico. Nessuno ha messo in discussione la lucidità mentale degli attuali giudici, e nemmeno quella di Rehnquist, Scalia e Ginsburg prima della loro morte (il giudice John Paul Stevens è rimasto in carica fino a novant’anni e ha scritto tre libri nel periodo trascorso tra le dimissioni dalla corte e la morte). Molti progressisti propongono di aumentare il numero di giudici della corte suprema (al momento sono nove) se i democratici dovessero conquistare sia la Casa Bianca sia la maggioranza al senato, in modo da bilanciare un probabile vantaggio dei conservatori (sei giudici contro tre). Altri, come l’organizzazione indipendente Fix the Court, chiedono una riforma più ampia, con un mandato di 18 anni per i giudici e la garanzia che ogni presidente possa nominarne due durante il suo mandato di quattro anni.

Ho chiesto al direttore esecutivo di Fix the Court, Gabe Roth, di analizzare i vantaggi del mandato a termine e quelli del limite di età. Mi ha confessato di preferire la prima soluzione. Secondo Roth il problema del limite di età è che i presidenti risponderebbero scegliendo candidati giovani che manterrebbero l’incarico più a lungo, garantendosi in questo modo un vantaggio duraturo. Invece di avere giudici di quaranta o cinquant’anni, spiega Roth, “avremmo una Corte suprema gestita da persone di trenta o trentacinque anni”.

Secondo il Centro nazionale per i tribunali statali (Ncsc), trentadue stati su cinquanta prevedono un limite di età per i giudici, variabile da settanta a novant’anni. Di recente è emerso un movimento per cambiare questo sistema aumentando l’età limite o rimuovendola del tutto, sottolinea Bill Raferty, analista dell’Ncsc. Nella maggior parte dei casi questa pressione non ha prodotto risultati a livello elettorale. “La gente non vuole concedere ai giudici altri anni di mandato”, spiega Raferty, prima di scoppiare in una risata. “D’altronde non vuole concederli a nessun funzionario eletto”.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Questo articolo è uscito sul sito dell’Atlantic.