Questo articolo è stato pubblicato il 9 ottobre 2020 nel numero 1379 di Internazionale.

Rosemary Nyambura trascorre i suoi fine settimana con la zia Miriam a raccogliere plastica nella discarica di Dandora a Nairobi, la capitale del Kenya. Il lavoro è lungo, e anche rischioso, perché in mezzo alle bottiglie che poi rivenderanno ad altri commercianti ci sono siringhe usate, vetri rotti, escrementi, pezzi di custodie per cellulari, telecomandi, suole di scarpe, giocattoli, sacchetti, conchiglie e innumerevoli frammenti di involucri, indistinguibili tra loro. Rosemary, 11 anni, spera che i suoi sforzi un giorno saranno ripagati. Quasi tutti i suoi sei cugini, con cui vive da quando la madre è morta, hanno dovuto lasciare la scuola superiore perché la zia non poteva permettersi di pagare la retta. Rosemary giura che, se riuscirà a frequentare le elementari, le medie, le superiori e infine la facoltà di medicina, tornerà a Dandora. “Qui le persone si ammalano spesso”, mi ha detto dalla cima di un mucchio di spazzatura maleodorante. “Se diventerò medica, li aiuterò gratis”. Rosemary dovrà lavorare a lungo per guadagnare la somma necessaria a pagare le rette scolastiche. Nella discarica di Dandora, che occupa più di dodici ettari nella parte est di Nairobi, tutto quello che vale qualcosa diventa oggetto di contesa. Gruppi di imprenditori locali controllano chi raccoglie e rivende i rifiuti, e a volte fanno perfino pagare una tassa per accedere ad alcune aree. Uccelli, mucche e capre si sono ricavate i loro spazi per razzolare e pascolare in cima alle collinette di spazzatura. I raccoglitori di rifiuti litigano tra loro per i pezzi migliori. Al centro degli scontri più feroci ci sono i pasti scartati dei voli di linea: chi la spunta divora fino all’ultima briciola di vecchi panini rinsecchiti, carne congelata e pasta molliccia, perfino il contenuto della minuscola vaschetta di burro. Poi getta il contenitore di plastica in un mucchio.

Lungo il perimetro della discarica siedono i rivenditori di plastica usata, che acquistano bottiglie in polietilene tereftalato (pet) come quelle che Miriam raccoglie sette giorni su sette, per meno di cinque centesimi di dollaro al chilo (un po’ di più delle scatole di cartone, ma molto meno delle lattine di metallo). Possono volerci ore, se non giorni, per raccogliere un chilo di bottiglie di plastica. Le buste dove vengono messe, chiamate diblas, sono così grandi che i bambini non riescono a trasportarle.

L’organizzazione Dandora HipHop City ha trovato un modo per permettere ai bambini che vivono vicino alla discarica – e non hanno la forza o il tempo di raccogliere un intero chilo di plastica – di ricevere un aiuto in cambio dei rifiuti. Alla “banca” dell’organizzazione, un negozietto a un isolato dalla discarica, i bambini guadagnano dei “punti” portando anche solo una bottiglia, punti che poi possono scambiare con olio da cucina, farina, verdura e altre cose da mangiare. L’organizzazione, fondata da un cantante hip-hop cresciuto nella zona, offre anche dei corsi. In un edificio ai margini della discarica, con le pareti decorate a mano e ammobiliato con pezzi recuperati dalla spazzatura, i bambini imparano a comporre musica su vecchi computer o a scrivere, giocano tra loro o semplicemente passano del tempo insieme.

La piccola somma che l’organizzazione ottiene in cambio della plastica raccolta non basta a coprire i costi dei generi alimentari distribuiti, quindi Dandora HipHop City ha bisogno delle donazioni di dipendenti e amici. Il gruppo ha cercato di ottenere una sovvenzione dalla Coca-Cola, che sulla carta è lo sponsor perfetto. L’Africa è “uno dei principali motori di crescita per il futuro dell’azienda”, ha affermato recentemente James Quincey, l’amministratore delegato della multinazionale da 200 miliardi di dollari. Inoltre i bambini di Dandora, che soffrono la fame, l’abbandono e una serie di problemi di salute legati alla discarica, passano il tempo a raccogliere molte delle sue bottiglie, invece di andare a scuola.

Un frigorifero pieno di bottiglie

Nel settembre del 2018 la Coca-Cola ha mandato una delegazione a Dandora per incontrare i ragazzi. Dopo l’incontro Charles Lukania, che organizza i corsi a Dandora HipHop City, ha inviato una proposta e un preventivo di spesa ad alcuni responsabili del marketing che aveva conosciuto in quell’occasione, mettendo bene in evidenza che la multinazionale avrebbe potuto sostenere il progetto della banca della plastica. Ma la visita e la proposta non hanno dato i frutti sperati. Invece, dice Lukania, “si sono offerti di mandarci un frigorifero pieno di bottigliette di Coca-Cola da vendere ai bambini”. La maggior parte di loro, però, non può permettersele. “I pochi soldi che hanno gli servono per mangiare”, spiega Lukania. Poche settimane dopo la multinazionale ha collaborato con Dandora HipHop City ad alcune giornate di raccolta dei rifiuti, ma senza dare un sostegno finanziario diretto. Ha contributo con i suoi prodotti: i volontari hanno ricevuto delle bibite per dissetarsi dopo le ore passate a raccogliere rifiuti sotto il sole cocente. “Ed erano in bottiglie di plastica”, fa notare Lukania.

Camilla Osborne, responsabile della comunicazione della Coca-Cola per l’Africa meridionale e orientale, precisa in un’email che “il nostro partner per l’imbottigliamento, Coca-Cola Beverages Africa in Kenya, ha fornito bevande per rinfrescarsi e bidoni per il riciclo” a Dandora HipHop City. Secondo Osborne, “l’azienda e i suoi partner in Kenya non sono a conoscenza di richieste di donazioni”. E aggiunge: “Nessuna organizzazione da sola può risolvere il problema della plastica nel mondo”.

Miriam Nyambura e la nipote Rosemary raccolgono rifiuti a Dandora, 29 febbraio 2020. (Khadija M. Farah)

La Coca-Cola è solo una delle tante aziende che hanno scaricato sui comuni cittadini l’onere di ripulire l’ambiente dai suoi prodotti e dai suoi imballaggi. Questa multinazionale è la principale fonte di rifiuti plastici nel mondo – lo dice uno studio del 2019 sui marchi più inquinanti – ma non è l’unica: tutte le aziende produttrici o che impiegano la plastica per gli imballaggi scaricano sui consumatori i costi dei danni causati dai loro prodotti.

Negli Stati Uniti (e in altri paesi) questa esternalizzazione dei costi aziendali ha costretto le amministrazioni comunali a farsi carico delle spese legate alla raccolta, al trasporto e al trattamento dei rifiuti plastici. Un fardello nascosto per decenni dal fatto che circa il 70 per cento di questa spazzatura veniva esportato in Cina. Ma nel 2018 Pechino ha chiuso le porte a gran parte della plastica statunitense, e alcune città americane hanno scoperto di non avere i soldi per riciclarla. Così hanno rinunciato a farlo.

Nei paesi poveri, che subiscono in modo sproporzionato gli effetti dell’emergenza globale legata all’inquinamento da plastica, il discorso è diverso. Mentre in occidente l’indignazione per i danni ambientali ha spinto i governi a limitarne l’uso, in Africa e nei paesi in via di sviluppo l’impiego della plastica, anche per confezionare i prodotti, non ha ancora raggiunto l’apice. E, da quando la Cina ha cambiato politica, gli Stati Uniti, l’Australia e molti paesi europei esportano la loro plastica in paesi che non hanno la capacità di gestirli. In mancanza di impianti di trattamento, alcuni paesi in via di sviluppo sono sommersi dalla plastica, che intasa i corsi d’acqua, le strade e i campi e finisce perfino nel mangime per gli animali. Non è un materiale biodegradabile, quindi i suoi minuscoli frammenti rimangono nell’acqua, nel suolo e nell’aria per secoli.

In Kenya, dove circa 18 milioni di persone vivono con meno di 1,90 dollari al giorno, la responsabilità di riciclare ricade – invece che sulle spalle di alcune delle aziende più ricche del mondo – su persone come Rosemary e sua zia. Ed è solo uno delle decine di paesi in via di sviluppo dove la plastica minaccia indirettamente i diritti umani e incoraggia il lavoro minorile.

Procedimenti troppo costosi

Anche nel migliore dei casi il riciclo della plastica non funziona in modo ottimale. A differenza del vetro, che può essere riutilizzato all’infinito, la plastica si deteriora notevolmente già al primo passaggio. “Ogni fase del trattamento degrada la qualità funzionale del polimero”, spiega Kenneth Geiser, docente dell’università del Massachusetts a Lowell, parlando delle molecole che compongono le varie materie plastiche. “I polimeri perdono forza, stabilità e plasmabilità nel corso delle diverse fasi”.

I paesi ricchi non riescono a riciclare la maggior parte della loro produzione, un processo che prevede la pulizia, lo smistamento, la triturazione, quindi la trasformazione della plastica macinata in pezzettini chiamati flakes (fiocchi) e infine la conversione dei flakes in nuovi prodotti. Negli Stati Uniti la plastica riciclata ha raggiunto un picco del 9,5 per cento nel 2014. Nei paesi in via di sviluppo, dove mancano le infrastrutture, il processo è più laborioso ed è difficile trovare i soldi per finanziarlo. Ovunque il valore della plastica riciclata è inferiore a quello della plastica “vergine”, che costa poco sia perché le sovvenzioni statali mantengono basso il prezzo dei combustibili fossili necessari a produrla sia perché il prezzo di partenza non comprende i costi del riciclaggio.

In Nigeria un chilo di lattine di metallo rende tra le 10 e le 15 volte di più della plastica da riciclare. In Zambia “nessuno la compra”, afferma Michael Musenga, direttore della Children’s environmental health foundation di Lusaka. “Le persone spostano semplicemente i rifiuti da una parte all’altra, o li bruciano”.

In India, dove gli incentivi a recuperare questo materiale sono scarsi, i rifiuti si accumulano rapidamente. Ad Ahmedabad, nell’ovest del paese, vicino a una scuola c’è una collina alta 22 metri formata da rifiuti organici e plastica. La chiamano monte Pirana. Ogni giorno si aggiungono alla discarica quattromila tonnellate di nuovi rifiuti e, secondo Mahesh Pandya, un attivista per l’ambiente e i diritti umani, i bambini che vivono nella zona soffrono di mal di testa, nevralgie, problemi respiratori e tumori. Il 26 settembre in questa discarica una bambina di dodici anni è morta quando le è franato addosso un cumulo di rifiuti.

Due visioni opposte

Su un pezzo di terra vicino a Samit road, nella capitale etiope Addis Abeba, Hala Debeba vive insieme a un gruppo di amici con i magri guadagni che ottengono dalla vendita di plastica da riciclare. Mentre le auto passano di corsa e le capre sonnecchiano nell’aiuola spartitraffico, i commercianti acquistano bottiglie di plastica dalle raccoglitrici di rifiuti, che trasportano sacchi giganteschi in equilibrio sulla schiena o sulla testa. Debeba e il suo gruppo mettono le bottiglie in sacchi ancora più grandi e le vendono ad altri commercianti, che portano il materiale agli impianti di riciclaggio con i camion. In ogni fase di questa attività, il margine di profitto è di pochi centesimi al chilo. Lavorando almeno dieci ore al giorno, sette giorni alla settimana, i giovani rivenditori di plastica – che hanno chiamato la loro attività gwadenyochi (“amici”, in amarico) – guadagnano quanto basta per affittare una stanza, dove vanno a dormire tra un turno e l’altro.

Ma anche qui i profitti stanno calando. Perfino la resina più preziosa – una plastica grossa e trasparente chiamata “Obama” – sta perdendo valore. Nei giorni buoni questo materiale, conservato in uno speciale sacco rosso, arriva a costare più di un dollaro al chilo. Come l’ex presidente statunitense, che in Etiopia è molto amato per essere riuscito a tenere insieme persone di etnie diverse, l’Obama – generalmente usata per tenere insieme le confezioni da sei bottiglie – è vista come qualcosa che unifica. Ma negli Stati Uniti la plastica è al centro di un dibattito: chi dev’essere ritenuto responsabile dell’inquinamento causato dalle materie plastiche?

Kawangware, un quartiere di Nairobi, 15 febbraio 2020. (Khadija M. Farah)

Due disegni di legge presentati quest’anno al congresso riflettono punti di vista nettamente contrastanti su come va gestita la crisi. Il primo è il Save our
seas 2.0 (salviamo i nostri mari 2.0), che vorrebbe usare i soldi dei contribuenti per migliorare l’attuale sistema di riciclaggio e per trovare nuovi modi di usare questi rifiuti. La proposta è stata approvata dal senato a gennaio ed è sostenuta dall’American chemistry council, l’organizzazione che rappresenta le grandi aziende produttrici di plastica.

Il secondo disegno di legge si chiama Break free from plastic pollution (liberiamoci dell’inquinamento da plastica) ed è stato presentato al senato a febbraio. Affronta il problema da una prospettiva opposta. Partendo dal presupposto che “la via d’uscita da questa crisi non è il riciclaggio”, i democratici promotori della proposta vorrebbero spostare la responsabilità sulle aziende produttrici, creando un programma nazionale di vuoti a rendere, sospendendo temporaneamente la costruzione di nuovi impianti per la produzione di plastica ed eliminando alcuni “prodotti monouso non necessari” a partire dal 2022. Questo disegno di legge include una serie di misure per verificare che la plastica statunitense non sia spedita in altri paesi. Anche prima della pandemia la proposta aveva davanti a sé una strada tutta in salita. Oggi le possibilità che sia approvata sono ancora più scarse.

Nei primi mesi della pandemia la Plastics industry association, l’associazione statunitense che rappresenta le aziende del settore, è passata all’attacco. Matt Sea-holm, direttore di una divisione il cui compito è impedire nuovi divieti dell’uso della plastica, ha cominciato a rilanciare su Twitter tutti gli articoli in cui si sosteneva che le borse della spesa riutilizzabili erano un veicolo di contagio per il covid-19. Il New York Post era arrivato a definirle “covi di germi”. La maggior parte di questi articoli citava gli studi di un unico ricercatore, Ryan Sinclair, autore di tre studi sull’argomento. Il primo, uscito nel 2011, è stato finanziato dall’American chemistry council. Gli altri due, del 2015 e del 2018, sono stati sponsorizzati da un oscuro gruppo con sede in California chiamato Environmental safety alliance, il cui segretario è un ex lobbista delle armi convinto che le leggi dovrebbero basarsi sulla Bibbia. In realtà lo studio del 2018 arriva alla conclusione che qualsiasi rischio di contagio legato alle borse della spesa riutilizzabili può essere contrastato lavandosi le mani e spiegando alle persone che bisogna lavare i sacchetti. Questo non ha impedito all’industria della plastica di usare lo studio per sostenere la necessità di revocare i divieti riguardanti l’uso di sacchetti di plastica.

Anche in Europa l’industria è passata all’offensiva. Lo scorso aprile un’associazione di categoria di produttori di materie plastiche ha scritto una lettera alla Commissione europea per chiedere di sospendere tutti i divieti riguardanti le plastiche monouso e di rinviare l’entrata in vigore, prevista per il luglio del 2021, della messa al bando di una grande varietà di materie plastiche in tutto il continente. Richieste simili sono arrivate dalle aziende del settore in Turchia, Germania e Italia. Tuttavia questi tentativi non hanno mandato all’aria i piani per vietare la plastica monouso in Europa.

E l’opportunismo degli industriali della plastica non è riuscito a invertire la tendenza che ha spinto almeno 127 paesi in tutto il mondo ad adottare leggi per limitarne il consumo e la produzione. Tutti si aspettano che il colpo di grazia alla domanda mondiale arriverà dalla Cina, che a gennaio ha vietato l’uso dei sacchetti non biodegradabili. La legge dovrebbe entrare in vigore gradualmente nelle grandi città cinesi entro la fine del 2020.

Sulle barricate

L’Africa è il continente dove è stato approvato il maggior numero di divieti. Il 20 aprile il Senegal ha messo al bando l’acqua in sacchetti di plastica e le tazze di plastica monouso (la misura, però, è stata sospesa fino alla fine della pandemia di covid-19). In Kenya un divieto simile è in vigore dal 2017, ed è considerato un successo: i sacchetti che in precedenza volavano ovunque per le strade, intasavano i corsi d’acqua e rimanevano appesi agli alberi sono quasi scomparsi.

Il governo di Nairobi ha anche vietato la plastica monouso, comprese le bottiglie, nei parchi nazionali e nelle aree protette, che però rappresentano solo l’11 per cento del territorio nazionale. Secondo il fotografo e attivista keniano James Wakibia, sarà difficile che il divieto venga esteso ad aree più ampie del paese. Per quattro anni Wakibia ha condotto una campagna contro l’uso dei sacchetti di plastica senza incontrare grandi ostacoli, ma pensa che un divieto nazionale sulle bottiglie susciterebbe una forte reazione delle aziende produttrici di bevande. “Il commercio di bevande imbottigliate nella plastica è un’attività fiorente in Kenya. Pochissime aziende ormai usano il vetro”, spiega Wakibia. “Farebbero qualsiasi cosa per fermare queste iniziative: ricorsi in tribunale, concorrenza sleale, campagne di marketing per convincerci della sostenibilità dei loro prodotti”.

È successo nel 2018, dopo che le autorità keniane avevano accennato alla possibilità di vietare le bottiglie di plastica in tutto il paese. Quell’anno la Coca-Cola, la Unilever e la Kenya association of manufacturers hanno creato la Petco, una società che dovrebbe dimostrare lo sforzo dell’industria locale della plastica di “autoregolamentarsi”. La Petco ha un logo verde che riprende il triangolo di frecce diventato il simbolo della sostenibilità. Ma non è un’organizzazione ambientalista. I suoi uffici si trovano presso la sede della Coca-Cola a Nairobi. E anche se la sua nascita sembra aver placato per ora le richieste di mettere al bando le bottiglie di plastica, chiaramente non ha risolto il problema. Le bottiglie in pet che un tempo contenevano la Coca-Cola e altre bevande sono ancora disseminate ovunque e le aziende che dovrebbero usare il pet riciclato dichiarano di non avere abbastanza materia prima a disposizione. Questo potrebbe essere dovuto al fatto che nel 2019 la Petco ha erogato appena 385.400 dollari di sussidi per incentivare il riciclaggio della plastica: troppo poco per rendere redditizia la raccolta e il trattamento, anche per i keniani più poveri.

Joyce Wanjiru, manager della Petco, afferma che la società ha “dato un aiuto importante alle aziende che riciclano, consentendogli di produrre i flakes e i pellet che rendono i loro prodotti competitivi a livello internazionale”. Wanjiru osserva anche che durante la pandemia alcune aziende associate alla Petco hanno fornito mascherine, disinfettante per le mani e buoni alimentari ai raccoglitori di rifiuti keniani, che lei chiama wastepreneurs, imprenditori della spazzatura.

La scelta di presentare la Petco come una paladina dell’ambiente è coerente con la strategia adottata dall’industria della plastica a livello globale. Nel 2019 le principali aziende produttrici, dalla Basf alla Exxon Mobil, hanno formato l’Alliance to end plastic waste, che si è impegnata a investire 1,5 miliardi di dollari per impedire che i rifiuti di plastica si accumulino nell’ambiente. Sembra una somma considerevole, ma corrisponde ad appena l’1 per cento dei 150 miliardi di dollari che si stima siano necessari a ripulire i mari dalla plastica.

E quei 150 miliardi di dollari basterebbero appena per pulire gli oceani. In aggiunta agli oltre 8,3 miliardi di tonnellate di plastica già prodotti, l’industria continua a sfornarne 380 milioni di tonnellate all’anno – all’incirca il peso di tutta l’umanità – che finiscono nei corsi d’acqua, oltre che nell’aria, nel suolo e nei corpi umani. In media ogni settimana una persona ingerisce circa duemila frammenti di microplastica, l’equivalente di una carta di credito.

La scorsa primavera la Coca-Cola, la Nestlé, la Unilever e la Diageo hanno fondato l’Africa plastics recycling alliance, che mira a “trasformare il problema dei rifiuti di plastica nell’Africa subsahariana in un’opportunità per creare posti di lavoro e attività commerciali, migliorando la raccolta e il riciclaggio”. Il potere economico di questi colossi è schiacciante rispetto a quello dei gruppi ambientalisti locali e, a volte, anche a quello dei paesi in cui operano. Il valore della Coca-Cola e della Nestlé, i due pesi massimi dell’alleanza, è di gran lunga superiore al bilancio di qualunque stato africano.

Chi si batte per eliminare la plastica trova ridicoli i contributi offerti dall’industria per ripulire l’ambiente. “Sono soldi investiti per poter continuare a inquinare”, dice David Azoulay, che dirige il programma di salute ambientale del Center for international environmental law a Ginevra. “Cosa pensereste se qualcuno vi dicesse: ‘Ti do una moneta per pulire il tuo giardino e in cambio spenderò 250 dollari per metterci della spazzatura’? Nessuno accetterebbe”.

Minacce

Betterman Simidi Musasia, 39 anni, un operaio che vive in una piccola città a 60 chilometri da Nairobi, sa di avere ben poche possibilità di contrastare le multinazionali responsabili dell’inquinamento da plastica. “Quando ti metti contro aziende come la Coca-Cola, parti in svantaggio”, dice Musasia, che nel 2015 ha fondato un’organizzazione chiamata Clean up Kenya. Non riceve soldi in cambio del suo impegno a favore dell’ambiente, scaturito dal disgusto per “l’inimmaginabile” quantità di rifiuti di plastica nella sua città. Musasia finanzia l’organizzazione con i modesti guadagni della sua attività. In media lavora più di sessanta ore alla settimana.

Oltre a organizzare giornate di pulizia e a insegnare ai bambini come gestire in modo responsabile i rifiuti, Clean up Kenya ha chiesto a gran voce di vietare la vendita di bottiglie di plastica, definendo l’industria dell’acqua in bottiglia “una truffa” e denunciando l’ingiustizia di aprire discariche nei quartieri poveri. Vorrebbe che le aziende si assumessero la responsabilità di smaltire i rifiuti, una rivendicazione che si è dimostrata particolarmente provocatoria. In un incontro con i rappresentanti di alcune aziende produttrici di bevande, Musasia e i suoi colleghi hanno proposto un sistema nazionale basato sul pagamento di una cauzione per le bottiglie di plastica. Ma molti dei loro interlocutori hanno respinto l’idea. Alcuni hanno addirittura risposto con minacce. “Ci hanno detto che, per il nostro bene, dovevamo interrompere la campagna”, racconta Musasia. “Ma più persone ne verranno a conoscenza in tutto il mondo più la Coca-Cola e le altre aziende saranno costrette ad agire in modo responsabile”.

Lo scorso febbraio, a una conferenza sulla sostenibilità a Bruxelles, un responsabile della catena di forniture della Coca-Cola, Bruno Van Gompel, ha promesso che l’azienda avrebbe ritirato il 100 per cento delle bottiglie vuote in Europa occidentale, ma l’azienda non si è ancora impegnata a fare lo stesso nei paesi in via di sviluppo.

Anche se la Coca-Cola si era sempre opposta a queste iniziative, Van Gompel ha affermato che sosterrà “i progetti basati sulla restituzione, nei casi in cui non esista un’alternativa”. Ma l’azienda si è opposta all’adozione di misure simili in Kenya e in qualsiasi altra parte dell’Africa. Per email la responsabile per il continente, Camilla Osborne conferma che l’azienda giudica il sistema non appropriato per il Kenya.

In realtà, la Coca-Cola ha appoggiato malvolentieri le leggi che impongono alle aziende produttrici di bevande di applicare una maggiorazione sul prezzo delle bottiglie, da rimborsare dopo la restituzione. Nel 2017 la Coca-Cola ha adottato la politica del vuoto a rendere in Scozia, ma solo dopo che Greenpeace aveva pubblicato un documento che dimostrava come l’azienda l’avesse contrastata per anni.

Nel suo intervento a Bruxelles Van Gompel ha promesso che la Coca-Cola avrebbe presto cominciato a “esplorare” l’opzione della ricarica delle bottiglie vuote. In realtà l’azienda conosce già bene questo sistema, che ha sperimentato in varie zone rurali dei paesi in via di sviluppo, dove sono ancora in circolazione le vecchie bottiglie di vetro. Secondo Osborne le ricariche di bottiglie rappresentano già la metà delle vendite in più di 25 paesi, sebbene siano incluse in questa percentuale anche le bottiglie di plastica riutilizzabili, come quelle che l’azienda ha recentemente introdotto in Sudafrica.

Dieci fiumi

L’ondata d’indignazione globale per il problema della plastica è stata così grande che l’anno scorso perfino l’amministrazione Trump, nota per la sua tendenza a dare la priorità agli affari più che all’ambiente, ha dovuto occuparsene. A novembre, nel suo ultimo giorno da segretario dell’energia, Rick Perry ha annunciato un’iniziativa per affrontare la questione dei rifiuti di plastica. “Nel mondo otto fiumi portano quasi il 90 per cento dei rifiuti plastici negli oceani”, ha detto Perry ai giornalisti. “Nessuno è americano”.

Perry stava citando uno studio del 2017 che è diventato uno dei preferiti dell’industria della plastica. Pubblicato sulla rivista Environmental Science and Technology, lo studio ha effettivamente dimostrato che appena dieci fiumi – otto in Asia e due in Africa – trasportano un carico globale di plastica che corrisponde a una cifra compresa tra l’88 e il 95 per cento del totale.

Quello che Perry ha evitato di dire è che gran parte della plastica in questi fiumi viene dagli Stati Uniti e dall’Europa. Secondo uno studio pubblicato nel 2019 su Environmental Sciences Europe, tra il 1990 e il 2017 sono state importate in 33 paesi africani circa 172 milioni di tonnellate di plastica, per un valore di 285 miliardi di dollari. E alcune ricerche industriali hanno più volte individuato la Coca-Cola e la Pepsi, due etichette statunitensi per eccellenza, come le aziende più inquinanti.

Secondo Christian Schmidt, l’autore tedesco dello studio citato da Perry, i risultati della sua ricerca non assolvono i produttori di plastica. “Le grandi aziende non sono affatto fuori dai guai”, dice. Anche se è emerso un gigantesco inquinamento da plastica in dieci fiumi africani e asiatici, tra cui il Mekong, l’Indo, lo Yang-tze, il fiume Giallo, il Nilo e il Niger, “le origini del problema non sono locali”.

Secondo il dipartimento dell’energia statunitense, invece, il fatto che la plastica sia finita in fiumi, oceani e discariche è addirittura un’opportunità per le aziende americane. A febbraio il dipartimento ha annunciato che avrebbe collaborato con l’American chemistry council a un programma per stimolare l’innovazione nel recupero della plastica e per ridurre i rifiuti trovando nuovi modi di usarli. Per gli osservatori della crisi globale della plastica, c’è un’amara ironia nel definire i paesi poveri come causa della crisi della plastica e gli Stati Uniti come salvatori. “Gli mandiamo tutta questa spazzatura e poi diciamo: ‘Guardate, questa gente non sa neanche gestire la sua plastica’”, commenta Azoulay del Center for international environmental law. “Ora gli statunitensi sembrano voler dire ai governi dei paesi in via di sviluppo: ‘Hai un problema? Permettici di darti la soluzione tecnologica che abbiamo a disposizione. Peccato che l’abbiamo brevettata, perciò dovrai indebitarti se vorrai ottenerla’”.

Smaltimento tossico

Mentre gli Stati Uniti e l’American chemistry council insistono sull’importanza del riciclaggio, i paesi in via di sviluppo hanno trovato dei modi per usare i rifiuti di plastica. Purtroppo sono a volte molto pericolosi. Secondo Gilbert Kuepouo, coordinatore del gruppo ambientalista Centre de recherche et d’éducation pour le développement, in Camerun i rifiuti di plastica vengono sciolti e la fanghiglia che ne risulta viene poi mescolata alla sabbia e usata per pavimentare le strade. Anche se il ministero dell’ambiente del Camerun sostiene che questa pratica rispetta l’ambiente, Kuepouo fa notare che la plastica viene fusa “all’aria aperta”, producendo gas serra e sostanze chimiche tossiche.

L’attivista ambientalista indonesiana Yuyun Ismawati, della Nexus3 foundation, ha le stesse preoccupazioni per come viene trattata la plastica in Indonesia. Ismawati ha visitato alcuni impianti di riciclaggio vicino alla discarica di Bantar Gebang, a Jakarta, ed è preoccupata: “Ci sono persone che lavorano con protezioni minime, se si considera la quantità di sostanze chimiche prodotte. Alcune donne lamentano frequenti mal di testa e mestruazioni irregolari. C’erano tanti fumi in quelle fabbriche che mi bruciavano gli occhi e la gola”.

In molti paesi la combustione della plastica, ancora più pericolosa della fusione, è il principale metodo di smaltimento. Se in tutto il mondo la percentuale dei rifiuti plastici bruciati è del 41 per cento, in alcune città africane si raggiunge il 75 per cento.

Alcuni test condotti ad Agbogbloshie, una discarica nella capitale ghaneana Accra, danno un’idea della facilità con cui le sostanze chimiche prodotte dalla combustione della plastica possono penetrare negli alimenti. Ad Agbogbloshie finisce buona parte dei 40 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici che si stima siano prodotti ogni anno nel mondo. Nella discarica, che sorge su una laguna poco distante dal centro della città, i commercianti trovano il modo di riutilizzare computer, tv e altri dispositivi elettronici considerati obsoleti dai consumatori occidentali. Cavi, fili e altri pezzi di plastica, però, vengono bruciati. Secondo l’International pollutants elimination network, che ha eseguito una serie di analisi l’anno scorso, le uova deposte dai polli che razzolano nei dintorni contengono il secondo livello più alto di diossine bromurate che la rete abbia mai rilevato. Queste sostanze chimiche possono danneggiare i feti, compromettere il funzionamento del sistema immunitario ed endocrino, e causare il cancro. Nelle uova di Agbogbloshie sono stati rilevati anche livelli elevati di ritardanti di fiamma Hbcd e Pbde. Le stesse sostanze chimiche sono state trovate nelle uova di galline che vivono nei pressi di inceneritori di rifiuti sanitari ad Accra e a Yaoundé, la capitale del Camerun.

Carichi indesiderati

Mentre i paesi in via di sviluppo hanno difficoltà a smaltire la spazzatura, gli Stati Uniti li sovraccaricano riversando sul loro territorio enormi quantità di rifiuti di plastica che non possono essere smaltiti correttamente. Nel 2019 gli esportatori statunitensi hanno spedito 680mila tonnellate di rifiuti di plastica in 96 paesi. Più di 6omila tonnellate sono finite in Malaysia; 27mila in Thailandia; 37mila in Messico. Ghana, Uganda, Tanzania, Sudafrica, Etiopia, Senegal e Kenya sono tra i paesi africani che hanno accolto i rifiuti plastici statunitensi, in gran parte materiali difficili da riciclare e di poco valore. Gli Stati Uniti classificano questa plastica esportata come “riciclata”, anche se numerosi rapporti e le indagini svolte sul posto hanno dimostrato che la maggior parte finisce nelle discariche o viene bruciata.

La spedizione di rifiuti di plastica dai paesi ricchi a quelli poveri è chiamata “commercio globale dei rifiuti”, ma del commercio ha ben poco. Il valore della plastica di scarto è bassissimo, tanto che oggi molte aziende sono pagate per riceverla. Alcuni governi, seguendo l’esempio della Cina, hanno cercato di arginare la marea di rifiuti. A settembre del 2019 la Cambogia ha restituito 83 container pieni di rifiuti agli Stati Uniti e al Canada con un messaggio del primo ministro Hun Sen: “La Cambogia non è una pattumiera”. Poche settimane prima la Malaysia aveva rispedito quasi quattromila tonnellate di rifiuti di plastica negli Stati Uniti e in altri dodici paesi ricchi. Un funzionario della dogana indonesiano l’anno scorso ha annunciato che centinaia di container, molti dei quali erano stati etichettati in modo errato per mascherare il fatto che contenevano rifiuti di plastica, sarebbero stati rispediti nei “paesi di origine”.

Ma restituire la spazzatura al mittente è incredibilmente difficile. Secondo un rapporto della Nexus3 foundation, l’ong di Ismawati, molti dei container partiti dall’Indonesia, invece di tornare negli Stati Uniti, sono finiti in altri paesi poveri, tra cui l’India, la Thailandia e il Vietnam. Ismawati sostiene inoltre che più di mille container sequestrati sono fermi nel porto di Jakarta. Tutti questi rifiuti smentiscono l’idea che riciclare sia la soluzione a tutti i problemi. “Se il riciclaggio funziona così bene e non danneggia l’ambiente, perché i paesi ricchi non lo fanno a casa loro?”.

La plastica sta già causando una guerra globale della spazzatura, ma la vera battaglia deve ancora arrivare, afferma Jim Puckett, direttore esecutivo del Basel action network, un’ong che vigila sul rispetto della convenzione di Basilea sui rifiuti pericolosi. “È un palloncino che sta per scoppiare”, dice riferendosi alle tensioni internazionali causate dalla plastica. “Tutti stanno cercando il prossimo paese disposto ad accettare quella roba”.

Nel 2019 i rappresentanti di 187 paesi si sono riuniti a Ginevra per discutere di una modifica della convenzione di Basilea. Gli Stati Uniti non l’hanno sottoscritta, ma una delegazione statunitense ha comunque partecipato alla riunione insieme ai rappresentanti dell’American chemistry council. All’ordine del giorno c’era un importante emendamento, che avrebbe limitato la capacità di esportare rifiuti di plastica nei paesi firmatari. Quando il presidente della conferenza, Abraham Zivayi Matiza, ha annunciato l’approvazione unanime dell’emendamento dopo giorni di negoziati quasi ininterrotti, “nella sala è scoppiato un fragoroso applauso”, dice Joe DiGangi, un consulente scientifico dell’International pollutants elimination network che ha partecipato all’incontro.

Sebbene non sia ancora chiaro a quali sanzioni andranno incontro le aziende statunitensi se continueranno a inviare i loro rifiuti all’estero, la rapida approvazione dell’emendamento di Basilea indica che si è aperta una nuova fase della guerra internazionale della plastica, e che la maggior parte dei paesi sente la necessità di un intervento urgente.

Il senso di urgenza che ha portato alla modifica del trattato si sta ora combinando con gli effetti economici della pandemia. Secondo Carroll Muffett, presidente del Center for international environmental law, neanche il tentativo di promuovere l’uso della plastica come strumento per combattere le infezioni impedirà l’inevitabile contrazione del settore.

È presto per sapere se ha ragione. E, in ogni caso, se così fosse, il declino dell’industria della plastica avverrà nel corso degli anni, se non dei decenni. Nel frattempo l’Africa ha dovuto combattere con la pandemia di covid-19 che, come la crisi della plastica, ha colpito il continente in modo diverso rispetto al resto del mondo.

Nella discarica di Dandora uomini, donne e bambini continuano a smistare i rifiuti a mani nude sulle cataste di immondizia. Molti di loro non indossano le mascherine, anche se obbligatorie. Forse non sono riusciti a trovarle o forse non possono permettersele. Sono disposti a correre il rischio di essere arrestati o contagiati pur di guadagnare qualcosa per vivere.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

Questo articolo è stato pubblicato il 9 ottobre 2020 nel numero 1379 di Internazionale.

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