Oggi i settori dell’allevamento e dell’agricoltura per i mangimi sono considerati tra le principali fonti di emissioni di gas a effetto serra. Il disboscamento dei terreni per il pascolo, la produzione di mangimi, le emissioni di metano costituiscono solo alcune delle cause del legame tra allevamenti intensivi e cambiamenti climatici. Circa il 14 per cento delle emissioni globali di gas serra proviene dalle industrie di carne e latticini. Ma c’è dell’altro. Queste aziende sono anche responsabili di una parte della disinformazione sulla crisi climatica.

In base alla logica delle aziende di allevamento è sensato nascondere, a tutti costi, il legame tra i loro prodotti e il riscaldamento climatico, perché riconoscere la realtà della crisi climatica e la propria responsabilità nell’averla causata diventa un rischio per le vendite. È stato così anche per le industrie di combustibili fossili che per decenni hanno guidato la macchina del negazionismo climatico attraverso finanziamenti, strategie di comunicazione e propaganda, ostacolando, limitando e ritardando qualsiasi tipo di regolamentazione governativa in difesa del clima e dell’ambiente.

Secondo Jennifer Jacquet, docente di studi ambientali alla New York University (Nyu) e una delle autrici di un nuovo studio pubblicato sulla rivista Climatic Change, ci sono, però, delle differenze sostanziali tra il comportamento delle due industrie, quella della carne e quella dell’estrazione e produzione di prodotti fossili. La seconda ha deciso di negare l’esistenza del cambiamento climatico tout court, mentre, almeno finora, il settore della carne ha cercato soprattutto di minimizzare il legame tra i suoi prodotti e il cambiamento climatico.

Strategie
Pur non avendo lo stesso peso nella crisi climatica e nel sistema politico, osserva Jacquet, le industrie della carne sono comunque molto attive nel finanziare campagne e gruppi di pressione, soprattutto se si considerano le cifre spese in relazione alle loro dimensioni. Per esempio, dal 2000 al 2020, dice lo studio, la Tyson, gigante statunitense del settore agroalimentare, ha versato più di tre milioni di dollari a campagne politiche. Si tratta di cifre irrisorie se paragonate con le centinaia di milioni di dollari che ha speso la Exxon nello stesso periodo, ma, in proporzione alle entrate dell’azienda, la Tyson ha speso il doppio della Exxon in campagne politiche e il 33 per cento in più in attività di lobbying.

L’intero settore dell’allevamento, prosegue Jacquet, ha speso milioni di dollari in attività di lobby contro le politiche climatiche. Secondo lo studio, le dieci maggiori aziende produttrici di carne negli Stati Uniti hanno finanziato campagne e politici, soprattutto repubblicani, al fine di ostacolare le politiche ambientali. Dal 2000 sei grandi associazioni di settore statunitensi – la National cattlemen’s beef association, il National pork producers council, il North american meat institute, il National chicken council, l’International dairy foods association e l’American farm bureau federation – hanno speso complessivamente circa 200 milioni di dollari in attività di lobby e pressione contro le politiche climatiche come il cap-and-trade (un sistema per ridurre le emissioni che implica la creazione di un mercato e il commercio delle quote di emissione), il Clean air act (la legge federale per limitare l’inquinamento atmosferico), e la norma che richiede alle aziende di segnalare le proprie emissioni.

Come spiega Jacquet, si tratta di associazioni commerciali che pubblicano regolarmente ricerche volte a sminuire il legame tra l’industria della carne e il cambiamento climatico, e che fanno risultare un impatto dei loro prodotti sul riscaldamento globale minore di quello reale. Queste associazioni hanno influenzato sia l’opinione pubblica attraverso la scienza sia il discorso pubblico sulla scienza stessa.

Le aziende della carne e dei latticini finanziano i politici negli Stati Uniti perché è una strategia che funziona

In alcuni casi, le aziende statunitensi del settore bovino e lattiero-caseario si sono mosse in parallelo all’industria dei combustibili fossili, spesso seguendo le strategie e il percorso tracciato dalla macchina negazionista del clima. Nel 2009, per esempio, la Tyson e altre aziende della carne, preoccupate dal sistema di cap-and-trade proposto dall’American clean energy and security act, hanno lavorato a fianco dell’industria dei combustibili fossili per fermare la legge, che infatti non ha mai superato la discussione alla camera dei rappresentanti. Se fosse passata, sarebbe stata la prima legge del congresso ad affrontare direttamente la riduzione delle emissioni di gas serra. Dal cap-and-trade al protocollo di Kyoto e al Clean power plan (una politica dell’era di Obama per ridurre le emissioni di carbonio di ciascuno stato americano), le aziende agroalimentari e dell’allevamento hanno speso centinaia di milioni di dollari per limitare o bloccare le politiche federali contro la crisi del clima, dice lo studio.

Le aziende della carne e dei latticini finanziano i candidati politici negli Stati Uniti perché è una strategia che funziona. Così come ha funzionato – e continua, in parte, a farlo – per l’industria dei carburanti fossili. In quest’ottica, gli autori hanno valutato anche la trasparenza dei rapporti sulle emissioni, gli impegni a diminuirle e l’influenza sull’opinione pubblica e sulla politica di dieci aziende statunitensi di carne e latticini. Secondo le prove che hanno raccolto, tutte e dieci le aziende statunitensi hanno contribuito a minare le politiche legate al clima.

In questo contesto, bisogna ricordare che le aziende di carne e latticini hanno un rapporto più stretto con i consumatori rispetto a quelle del settore dei carburanti fossili. “In un certo senso, penso che la gente abbia più familiarità con questi marchi di carne e latticini, o almeno, nella misura in cui hanno familiarità con loro, penso che si tratti di una relazione più ravvicinata. E quindi credo che questo influenzerà, in parte, la nostra visione della loro responsabilità”, osserva Jacquet.

Donazioni alle università e ai ricercatori
Responsabilità che le aziende continuano, determinate, a evadere su più fronti. Anche l’industria della carne finanzia esperti e accademici al fine di minimizzare o negare il legame causale tra le attività del settore e il cambiamento climatico. L’obiettivo è quello di seminare confusione lì dove, in realtà, esiste un diffuso accordo scientifico. Da questo punto di vista è interessante osservare che la ricerca finanziata dall’industria della carne, così come quella finanziata dall’industria dei combustibili fossili, promuove gli obiettivi del settore stesso e, per questo, ci si deve chiedere se essa può essere considerata attendibile.

Lo studio pubblicato su Climatic Change evidenzia che molte aziende di carne e latticini negli Stati Uniti fanno donazioni alle università o a specifici ricercatori al fine di minimizzare la propria responsabilità nella crisi climatica – tra gli istituti citati da Jacquet ci sono l’università dell’Arkansas e l’università della California a Davis e, in particolare, il ricercatore Frank Mitloehner, “un esempio rappresentativo del modo crescente in cui l’agroindustria degli allevamenti è stata in grado di usare le stesse strategie dei negazionisti del cambiamento climatico per distorcere il dibattito sulla produzione animale e i suoi effetti ambientali”, ha scritto il ricercatore Vasile Stanescu a proposito di Mitloehner.

La differenza, però, è che la ricerca sulle ricadute climatiche e ambientali dell’attività degli allevamenti e della produzione della carne è meno corposa di quella sull’industria fossile: c’è meno competenza e ci sono meno pubblicazioni, dice Jacquet. Questo, in parte, perché il primo studio di ampia portata è del 2006, dunque si tratta di un’area di studi emersa piuttosto recentemente. Quell’anno, la Fao ha pubblicato un rapporto di 390 pagine intitolato Livestock’s long shadow (La lunga ombra degli allevamenti), secondo cui l’allevamento animale rappresenta una “grande minaccia per l’ambiente” e ha un impatto “profondo e diffuso”.

Le istituzioni sono poco attrezzate per trattare con le grandi imprese private e transnazionali

Ma lo studio pubblicato su Climatic Change affronta anche altri aspetti del legame tra l’industria della carne e il cambiamento climatico. Jacquet ha spiegato che uno degli obiettivi dello studio, in particolare, era quello di valutare la diffusione del concetto di responsabilità e la sua applicazione, facendo luce proprio sulle singole aziende del settore, anche al di fuori degli Stati Uniti. Secondo l’analisi, tra le 35 maggiori aziende di carne e latticini al mondo, solo quattro si sono impegnate per azzerare le proprie emissioni entro il 2050. In particolare, secondo lo studio, questi impegni si concentrano sulla gestione dell’uso dell’energia nelle catene di approvvigionamento invece che sulla diminuzione effettiva delle emissioni.

La ricerca, inoltre, confronta le emissioni delle aziende, misurate in uno scenario di attività normale, con quelle dei paesi della sede centrale, per osservare qual è il loro contributo rispetto agli impegni presi dagli stati in base all’accordo di Parigi. I risultati dimostrano che molte di queste aziende emettono così tanto che se le loro emissioni dovessero essere aggiunte a quelle dei paesi dove si trova la sede centrale, la quantità finale sforerebbe il limite stabilito per i singoli stati per mantenere il riscaldamento del pianeta inferiore a 1,5 gradi.

Per esempio, secondo i calcoli degli autori, le emissioni di due aziende, la Fonterra in Nuova Zelanda e la Nestlé in Svizzera, costituirebbero più del 100 per cento della quantità stabilita per i due paesi nel prossimo decennio.

Questo risultato è frutti di calcoli complessi che tiene conto del fatto che molte aziende hanno sede in un paese ma posseggono terreni agricoli in un altro. Tuttavia, ha puntualizzato Jacquet, gli impegni dell’accordo di Parigi non funzionano così e “se applicassimo il calcolo anche ai combustibili fossili, le cose sarebbero molto diverse”. Ma questi calcoli offrono una nuova prospettiva che può rivelarsi utile nell’inquadrare le responsabilità nell’emergenza climatica. Le istituzioni sono poco attrezzate per trattare con le grandi imprese private e transnazionali. Per questo è fondamentale fare luce sul loro operato e su come agiscono.

“Stiamo cercando di convincere queste aziende a cambiare ciò che fanno fisicamente al sistema Terra. Per farlo, possiamo usare il processo democratico e le sue leggi, ma si dà il caso che abbiano corrotto questo sistema a loro favore. Personalmente, lo trovo frustrante, e penso che la maggior parte delle persone condivida questo sentimento”, ha affermato Jacquet. “Nell’epoca dell’antropocene, mi sembra importante analizzare come le aziende stanno plasmando l’opinione pubblica e i nostri sistemi democratici ”.

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