17 aprile 2014 12:51

La base dell’aeronautica statunitense di Creech, nel Nevada. Elaborazione da Google Maps.

Il 15 aprile il canale culturale francotedesco [Arte][1] ha mandato in onda il documentario Drone, girato dalla regista norvegese [Tonje Hessen Schei][2]. Il film indaga sulla portata e sulla legittimità degli omicidi mirati compiuti dagli Stati Uniti con i droni. Si concentra particolarmente sul ruolo del 17esimo squadrone ricognizione dell’aeronautica degli Stati Uniti, un’unità che opera dalla base di Creech, a 70 chilometri da Las Vegas, nel deserto del Nevada.


Un piccolo estratto del documentario Drone

La tesi sostenuta nel documentario è che a pilotare i droni della Cia che colpiscono le zone nordoccidentali del Pakistan, al confine con l’Afghanistan, siano i soldati del 17esimo squadrone ricognizione.

Se fosse vera, questa rivelazione farebbe aumentare i problemi legati alla supervisione, alla responsabilità e alla legittimità degli omicidi mirati in Pakistan avvenuti durante la presidenza di Barack Obama. Il punto è che negli ultimi anni si è discusso molto del coinvolgimento della Cia negli omicidi mirati in Pakistan: essendo gestite dai servizi segreti, queste operazioni sono, appunto, segrete; sono coordinate dai vertici dei servizi, che non devono chiedere al presidente l’autorizzazione per ogni attacco e, soprattutto, non sono sottoposte al controllo e alla supervisione del congresso.

(Per questo tra i punti della riforma abbozzata – mai realizzata – da Obama circa un anno fa c’è il trasferimento di potere dalla Cia all’esercito sui targated killings)

Invece i piloti dell’aeronautica, come i militari dell’esercito e della marina, dovrebbero prendere ordini solo dal dipartimento della difesa, cioè dal Pentagono, il cui operato ricade sotto la supervisione del parlamento. Se si scoprisse che in questi anni hanno premuto il grilletto per conto della Cia i problemi di sostenibilità giuridica degli attacchi aumenterebbero, e sarebbe ancora più difficile per Obama giustificare la politica degli omicidi mirati in Pakistan. Nella peggiore delle ipotesi, si potrebbe pensare che in questi anni l’amministrazione abbia usato la segretezza garantita alle operazioni della Cia per portare avanti una strategia che il parlamento e l’opinione pubblica non avrebbero mai approvato.

Il pilota pentito

A sostegno di questa rivelazione, il documentario porta le testimonianze di sette ex piloti di droni della base di Creech. Tra di loro, l’unico che si è esposto pubblicamente è Brandon Bryant, che pilotava droni Predator fino a un anno e mezzo fa, quando ha abbandonato l’esercito per i traumi accumulati nei sei anni passati nella base del Nevada (la sua storia è stata raccontata da un articolo dello Spiegel pubblicato da Internazionale nel numero 989, 1 marzo 2013).

Bryant spiega che ha deciso di parlare dopo aver assistito a una riunione in cui alcuni esponenti dell’amministrazione Obama hanno detto di voler trasferire il controllo del programma di omicidi mirati dalla Cia all’esercito. Secondo Bryant era una sciocchezza, perché negli ambienti militari tutti sapevano che l’aeronautica era già coinvolta. “Poteva anche essere la Cia a decidere gli obiettivi, ma erano i piloti dell’Air Force a far volare gli aerei. L’etichetta della Cia è solo una scusa per mantenere segrete le operazioni. È sempre stato così”.

Il Guardian riporta il commento di Hina Shamsi, direttrice dell’American civil liberties union, un’organizzazione che difende i diritti civili e la libertà d’espressione negli Stati Uniti. Secondo Shamsi, negli ultimi dieci anni è stato creato “un apparato in cui la Cia e l’esercito collaborano nell’uso della forza letale, mettendo in pericolo il sistema di pesi e contrappesi che limita la possibilità di condurre operazioni in modo indiscriminato e cancella il principio democratico della responsabilità, che non esiste senza trasparenza”.

Secondo il quotidiano britannico, queste rivelazioni potrebbero esporre alcuni piloti dell’aeronautica in servizio a problemi legali, a causa del coinvolgimento diretto in un programma che le Nazioni unite e alcuni esperti di diritto considerano una violazione del diritto internazionale.

Alessio Marchionna lavora a Internazionale dal 2009. Editor delle pagine delle inchieste, dei ritratti e dell’oroscopo. È su twitter: @alessiomarchio