22 ottobre 2015 18:09

L’affermazione del primo ministro Benjamin Netanyahu, secondo cui è stato Haj Amin al Husseini, il gran muftì di Gerusalemme, ad aver ispirato a Hitler lo sterminio degli ebrei europei è completamente errata. Ci si aspetterebbero parole più caute da parte del figlio di un importante storico.

È vero che negli anni trenta del novecento i nazisti volevano espellere gli ebrei della Germania e, in seguito, quelli di Austria e Cecoslovacchia, ma all’epoca non c’erano contatti tra il muftì e l’elite ideologica nazista.

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Il muftì era certamente un antisemita radicale, divenuto un entusiastico sostenitore del nazismo. Dopo aver abbandonato la terra di Israele per il Libano e quindi per l’Iraq, dove fu tra quanti incitavano ad attaccare gli ebrei, nel 1941 il muftì andò in Germania, passando dall’Italia. I nazisti lo usarono nella loro propaganda rivolta al Medio Oriente e per mettere in piedi una divisione musulmana delle Ss nei Balcani. Il muftì si adoperò anche per negare ai bambini ebrei i permessi ufficiali d’ingresso nella terra d’Israele dall’Ungheria, e sostenne pienamente l’uccisione degli ebrei. Ma non aveva alcuna influenza sulla politica tedesca.

Al Husseini incontrò Hitler una volta, il 28 novembre 1941, per una conversazione durante la quale non fece alcuna proposta concreta al Führer. Fu Hitler a parlare e a spiegargli la politica della Germania. Il muftì chiese cosa sarebbe successo agli ebrei di tutto il mondo dopo la vittoria della Germania, dicendo che credeva di aver capito che la Germania avrebbe abolito il focolare ebraico nella terra d’Israele. Hitler rispose che come prima cosa avrebbe chiesto a tutti gli stati europei, e in seguito a tutti gli stati del mondo, di comportarsi con gli ebrei nello stesso modo con cui li stavano trattando i tedeschi in Europa.

Ciò avvenne quando lo sterminio era già stato avviato. Cominciò infatti nel giugno del 1941, con l’invasione tedesca dell’Unione Sovietica, sei mesi prima di quella conversazione. Hitler non aveva certo bisogno che un leader arabo (o di altra nazionalità) gli suggerisse la “soluzione finale”. L’uso che i politici israeliani fanno dell’olocausto per ragioni contingenti sminuisce le specifiche responsabilità di Hitler e del nazismo e denigra la memoria dell’olocausto. Sembra che quando il vero retroterra storico non è congeniale alle loro finalità politiche, preferiscano “inventare” fatti e collegamenti.

Non c’è dubbio che la memoria dei milioni di persone uccise è prima di tutto una questione ebraica. Ma sta diventando sempre di più un soggetto che ha un impatto su tutta l’umanità. Quello che stanno facendo questi politici è una sorta di negazione dell’olocausto, o meglio una negazione di come ha davvero avuto luogo l’olocausto. È un travisamento della storia.

La memoria, che costituisce un trauma ininterrotto per gli ebrei in Israele e altrove, e non solo per loro, viene svilita per servire una propaganda sbagliata, inappropriata e, peraltro, neanche particolarmente efficace. Non è questo il modo di ricordare l’olocausto.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è stato pubblicato su Haaretz. Per vedere l’originale clicca qui .