29 aprile 2021 12:57

È bastato poco, un giorno, forse appena qualche ora, per seppellire un dibattito – quello sulla violenza di genere – che non è riuscito a svilupparsi compiutamente neppure questa volta. Sui giornali, in tv, sui social network, a molti è parso decisamente più interessante discutere delle eventuali conseguenze politiche del video con cui Beppe Grillo è intervenuto sull’inchiesta per stupro che coinvolge il figlio. E qui si sono fermati.

Più che come fatto in sé o come fatto politico in senso proprio – e dunque come circostanza della realtà sulla quale ragionare per modificare quella stessa realtà – il tema della violenza si è guadagnato spazio come strumento di polemiche. Come accade spesso, dato un argomento qualsiasi fornito dalla cronaca, è subito andato in scena lo show del posizionamento mediatico e politico. E questa volta l’argomento qualsiasi era il corpo delle donne.

Ci sono state eccezioni. In qualche caso si è affrontato il tema assumendo il punto di vista della vittima e senza che ciò dipendesse da una immediata necessità di posizionamento politico. Ma, appunto, nel complesso si è trattato di eccezioni. Perfino la cronaca, all’inizio, ha faticato a guadagnarsi spazio.

Certo, l’irruzione sulla scena di quel video è senz’altro una notizia politica. È normale che venga trattata come tale e che ci si interroghi sul futuro di Grillo e su quello del Movimento 5 stelle. Il problema non sta nel porsi queste domande, sta semmai nel porsi solo queste domande, come se non ci fosse altro d’importante di cui dar conto.

Come ha scritto Giulia Siviero, “in un minuto e mezzo, Beppe Grillo è riuscito a mettere insieme tutti i pregiudizi che hanno a che fare con la violenza di genere. Ha confermato come la narrazione dominante sullo stupro non la stabiliscano coloro che lo stupro lo subiscono, ha usato la propria posizione di potere per delegittimare chi ha denunciato, e ha negato gli abusi facendo leva sul presunto ritardo della denuncia o sulla reazione non consona di lei”. E, come ha ricordato Susanna Turco sull’Espresso, quel video non nasce dal nulla. Insomma, le premesse perché il dibattito si sviluppasse diversamente dal solito c’erano. Non è accaduto. Vale la pena di provare a capire il perché.

Il cambiamento negli anni novanta
Un fatto viene considerato come notizia quando si ritiene che possa interessare l’opinione pubblica. Allo stesso tempo la selezione dei fatti che poi andranno in pagina o finiranno nei sommari dei tg dice molto di chi quelle scelte le fa. L’emersione di alcune notizie invece di altre, insomma, racconta molto sia della società sia dell’informazione.

Per ciò che riguarda la società, le vicende di questi giorni confermano che la violenza di genere ancora non è considerata un tema di per sé. Se ciò accade, è anche perché le donne sono tendenzialmente estromesse dal potere e dunque considerate irrilevanti, così come la loro voce. In queste condizioni è molto difficile che emerga nel discorso pubblico un punto di vista diverso da quello del potere o sul potere.

Quanto all’informazione, la prevalenza dell’analisi dell’aspetto politico contingente di un fatto così grave e complesso, racconta qualcosa dei meccanismi che da almeno venticinque anni regolano il dibattito pubblico. A questo proposito, pare utile cominciare da ciò che disse Paolo Mieli nel corso di un forum il cui resoconto è stato pubblicato nel maggio del 1992 dal periodico I concerti dell’Unione musicale di Torino:

Ci stiamo accorgendo che i conflitti culturali rendono molto meglio l’idea di ciò di cui si sta parlando, di una generica esposizione. Se noi riusciamo a creare il polo A e il polo B attraverso i quali scocca la scintilla, il lettore, dovendo scegliere se ha ragione il polo A o il polo B capisce meglio ciò di cui si sta parlando. Il conflitto è una cosa che delimita i campi, che focalizza l’attenzione.

Considerato il ruolo centrale che Mieli ha avuto nel panorama dell’informazione italiana – in quel momento era direttore della Stampa, di lì a poco sarebbe passato alla guida del Corriere della Sera – questo passaggio sul conflitto è piuttosto significativo.

Siamo, come detto, nei primi anni novanta del novecento. Sono anni nei quali cambia tutto, non solo l’informazione. Lo stato è sotto attacco di Cosa nostra e dei suoi attentati. Le inchieste sulla corruzione spazzano via gran parte della classe dirigente che aveva governato il paese fino a quel momento. In un certo senso, è la fine della politica, e non solo della vecchia politica: i partiti popolari sono infatti rimpiazzati da organizzazioni carismatiche che hanno al centro un capo e non più un’idea. Lo scontro politico, sollecitato anche dall’affermazione del bipolarismo, si trasfigura in un fatto personale tra un ristretto gruppo di leader e i loro seguaci. Il conflitto permanente pare allora l’unica ragione d’esistenza di forze politiche che ristrutturano la propria identità contro l’avversario. E anche l’informazione partecipa a questo processo.

La scomparsa dei fatti
È questa la stagione nella quale si afferma un nuovo modo di parlare di politica in tv. Nasce il talk show così come lo conosciamo ancora oggi. “Per tenere alto l’ascolto”, scrive il giornalista della Stampa Fabio Martini nel suo La fabbrica delle verità (Marsilio 2017), “il format è sempre lo stesso. Tesi e antitesi, meglio se espresse con toni accesi. Senza alcun bisogno di sintesi. L’importante non è informare, ma mettere in scena il ring: voci alte, non ascolto reciproco, delegittimazione dell’interlocutore”. E in tv, come più di recente sui social network, uno dei protagonisti di quel conflitto è sempre più spesso il cronista che, invece di dare la notizia, entra nella notizia e anzi diventa notizia.

Ciò che è importante non è più cosa si dice ma il posizionamento di chi esprime un’opinione. Il dibattito in tv, sui giornali e infine anche sui social network diventa, come la battaglia politica, un fatto personale. A questo punto, un argomento vale l’altro e i fatti, la cronaca, cominciano a essere sempre meno presenti. Non a caso, è proprio a partire dagli anni novanta che si afferma un genere giornalistico, il retroscena, decisamente rappresentativo della seconda repubblica. Nato anticonformista, scrive ancora Martini, “via via più ripetitivo, superficiale, schiacciato sui vari leader, ha finito per debilitare la credibilità più generale dei giornali”.

Sono trascorsi quasi trent’anni da quel 1992 nel quale Paolo Mieli parlava dell’importanza della rappresentazione del conflitto per rendere il contenuto dei giornali più interessante per l’opinione pubblica. La situazione oggi è quella che è e meriterebbe finalmente una riflessione non superficiale. Qui si può aggiungere che, in un altro momento di quel forum sull’informazione culturale, Mieli spiegava anche che una delle ragioni della debolezza del dibattito tra intellettuali di allora risiedeva nella “troppa commistione con la politica. Le scuole culturali non devono avere parentele politiche, perché le parentele politiche distruggono l’autonomia del sapere”. Aveva ragione, e lo stesso si potrebbe dire a maggior ragione ancora oggi, non soltanto a proposito del dibattito culturale.

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La pervasività della politica, non più in quanto sistema di idee ma come sistema di relazioni personali tra cordate di individui in conflitto permanente – camarille, le avrebbe chiamate Berlinguer – fa sì che nel discorso pubblico ogni aspetto della realtà sia letto attraverso l’ottica della polemica sterile, utile solo ai fini della tattica, e che finisce addirittura per oscurare i fatti. Nello stesso tempo si fa molta fatica a chiedersi con franchezza se il modo di osservare la realtà di chi la realtà la dovrebbe governare, come i politici, o raccontare, come i giornalisti, non sia diventato esso stesso una parte del problema. E questo capita anche con temi che meriterebbero ben altra cura, come appunto la violenza sulle donne.

In un mondo così strutturato, e nel quale la voce e la storia delle vittime, non essendo fonte di conflitto per l’esser fuori dal perimetro del potere, interessa decisamente meno del riposizionamento di un sottosegretario qualsiasi, tutte le vittime di violenza sono destinate a restare sole, soprattutto quando di fronte si trovano il potere. Si dovrebbe almeno provare a cambiare punto di vista.