Beppe Grillo e Virginia Raggi a Roma, il 26 novembre 2016. (Gregorio Borgia, Ap/Ansa)

Gli scandali romani svelano le fragilità dei cinquestelle 

Beppe Grillo e Virginia Raggi a Roma, il 26 novembre 2016. (Gregorio Borgia, Ap/Ansa)
21 dicembre 2016 12:07

Al culmine degli ultimi scandali che hanno minato la giunta cinquestelle della capitale, la pubblicazione del post di Beppe Grillo sul suo blog, la sera del 17 dicembre, ha tracciato uno spartiacque. Quando il leader del movimento, preso atto che Virginia Raggi “si è fidata delle persone più sbagliate del mondo”, ha annunciato che “a breve definiremo un codice etico che regola il comportamento degli eletti del Movimento 5 stelle in caso di procedimenti giudiziari”, ha deciso di fatto l’ingresso del suo movimento in una nuova fase.

Il punto, per riprendere ancora le parole di Grillo, è che “governare Roma è più difficile di governare il paese”. Non solo perché il pantano romano mette a dura prova, da sempre e nell’ultimo decennio in particolare, qualsiasi forza politica voglia confrontarsi con l’enigma del suo governo. Ma perché, e questo Grillo in fondo l’ha sempre saputo, almeno fin dalla sera in cui Raggi ha vinto le elezioni, è proprio quella prova di governo, nel bene e nel male, a costituire la cartina al tornasole di un possibile approdo al governo del paese.

Tuttavia, proprio nel momento in cui Matteo Renzi ha perso il referendum istituzionale e si è dimesso da presidente del consiglio, aprendo una fase convulsa e limacciosa all’interno del suo stesso partito, il Movimento 5 stelle sembra arrancare dietro agli scandali romani. Di più, colpito da quegli scandali, e dalla mole di rivelazioni e sospetti che possono allargarsi a macchia d’olio, rischia di venire giù come un castello di carte. Nell’ultimo ventennio anche altre forze politiche avevano fatto della legalità – e spesso di un legalismo esasperato – la propria bandiera e si erano per giunta confrontate con esperienze di governo. Eppure sono sparite dall’orizzonte politico in breve tempo. Dalla Rete all’Italia dei valori di Di Pietro, per fare solo due esempi, anche se quei movimenti non hanno mai ottenuto lo stesso successo elettorale dei cinquestelle.

Siamo dunque entrati in una nuova stagione: quella che potrebbe essere definita la terza fase del Movimento 5 stelle.

Se non si è attrezzati ad amministrare, se non si è in grado di creare una nuova classe dirigente, il rischio di soccombere è immenso

La prima coincide grosso modo con l’exploit alle politiche del 2013. Allora il movimento in cui sembravano confluire senza soluzione di continuità pulsioni di destra (su immigrazione, lotta alla criminalità, finanza globale) e tematiche di sinistra (dall’acqua pubblica all’ecologia), si mostrava come una piramide verticistica raccolta intorno al duo Grillo-Casaleggio. Fu il gran comizio di San Giovanni, a Roma, il 22 febbraio, quello in cui Grillo chiudendo la campagna elettorale annunciò che avrebbe aperto il parlamento come una scatola di tonno, a rafforzare l’immagine di una composita falange stretta intorno a un unico capo e pronta a dare il proprio assalto alla casta.

Negli anni successivi, dopo la scomparsa di Casaleggio e il progressivo passo indietro di Grillo, è emersa una nuova generazione di quadri intermedi, e da essa una nuova leva di dirigenti nazionali, da Luigi Di Maio ad Alessandro Di Battista a Roberto Fico, per citare solo alcuni nomi. Ma accanto a questo processo, tutto interno alla macchina parlamentare, se ne è determinato un altro in molte amministrazioni cittadine, dal nord al sud del paese. Ed è stato questo processo, ancora più del primo, a costituire la seconda fase del movimento.

Benché a livello parlamentare il Movimento non abbia mai dismesso un frasario antisistema, a valle – in decine di amministrazioni comunali – è già diventato forza di governo. E, a giudicare dalle difficoltà che ha incontrato, tra scandali, avvisi di garanzie, nomine ambigue, da Gela a Livorno, si può dire che non sia solo più difficile governare Roma rispetto all’intero paese. È la politica amministrativa di ogni ordine e grado, quella che si confronta quotidianamente con la sanità, i rifiuti, l’ambiente, l’assegnazione delle case popolari eccetera, a essere oggi in Italia il banco di prova più difficile di tutti. Se non si è attrezzati ad affrontarlo, se non si è in grado di creare una nuova classe dirigente avvezza a reggere a ogni smottamento, il rischio di soccombere è immenso. Il percorso accidentato di Virginia Raggi, culminato nelle dimissioni di Letizia Muraro e nell’arresto di Raffaele Marra, rivela appieno tutto ciò.

Come salvare il movimento
Pertanto, al di là della riscoperta del garantismo a fasi alterne (sempre evocato quando gli avvisi di garanzia riguardano i propri; sempre aborrito quando si tratta degli altri), le parole di Beppe Grillo segnano l’inizio di una terza fase dagli esiti incerti.

Le dimissioni di Virginia Raggi segnerebbero in questo momento (con il ricorso di fatto a un nuovo commissariamento della capitale) un colpo durissimo per i cinquestelle, specie se considerato che il governo della capitale poggia su una maggioranza monocolore. Per questo è improbabile che si materializzino nei prossimi mesi. D’altra parte, però, la nomina dell’assessore Luca Bergamo (che proviene dalla giunta Rutelli e da una militanza a sinistra) a vicesindaco in sostituzione del fedelissimo Daniele Frongia, rivela appieno la fragilità della classe dirigente dei cinquestelle. Davanti alla contrapposizione tra la nuova leadership interna all’amministrazione comunale e i vertici nazionali, è stato inevitabile ricorrere a un nome di fatto esterno alla storia recente del movimento-partito per un ruolo che si preannuncia chiave nei prossimi mesi.

Probabilmente Grillo ha già intuito che il movimento può essere salvato da uno scompaginamento progressivo solo grazie a un riordino dall’alto. Ma un tale riordino – a oltre tre anni dalle elezioni del 2013 – è molto più difficile da operare che nelle fasi precedenti. Perché nel frattempo quel livello di rappresentanza intermedia del movimento è già emerso e spesso può vantare anche un radicamento territoriale, che va ben al di là della mobilitazione sul web. Per questo tenere insieme elementi politici giustapposti diventa molto più difficile di quanto non fosse all’inizio della legislatura. A maggior ragione quando, in precisi contesti, finiscono impantanati nelle sabbie mobili che ogni amministrazione locale è chiamata a fronteggiare.

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