09 settembre 2013 09:00

Il 2 settembre una delle cinque aule della corte suprema israeliana era affollata da un centinaio di persone, venute ad assistere alla battaglia giuridica tra il procuratore di stato e i rappresentanti di circa mille abitanti di otto villaggi palestinesi che Israele vuole espellere dalle loro case.

L’area in questione, che si trova nel sud della Cisgiordania, era stata dichiarata zona militare all’inizio degli anni ottanta, ma gli abitanti, pastori e agricoltori provenienti da Yatta, erano rimasti nelle loro case. Da allora Israele ha bloccato la costruzione di scuole, ospedali e reti elettriche o idriche, impedendo che i villaggi diventassero indipendenti.

Gli abitanti di questi otto villaggi sono stati più fortunati di altri: vari gruppi israeliani antioccupazione si sono infatti uniti per opporsi agli ordini di sgombero. Nel 1999 il loro testardo attivismo, insieme al lavoro degli avvocati, è riuscito a fermare lo sfratto, ma i militari hanno poi espulso gli abitanti con la forza. Nel 2000, però, l’alta corte di giustizia militare ha permesso alle famiglie di tornare nelle loro case fino alla sentenza definitiva. Il processo si è trascinato per anni, e nel frattempo i coloni e le autorità israeliane hanno provato in tutti modi a rendere la vita impossibile agli abitanti.

Tornando al presente, purtroppo i tre giudici si sono mostrati poco coraggiosi. Non volendo dare torto all’esercito, ma non potendo neanche negare i diritti dei palestinesi, hanno preferito non decidere, passando la patata bollente a qualcun altro.

Traduzione di Andrea Sparacino