09 febbraio 2015 10:22

A tavola si parlava solo di cibo. Che noia, ho pensato. Perché ho accettato questo invito a cena? Con tutto quello che ho da fare prima di partire per Oslo. Sono stata invitata da una coppia di sostenitori di Al Fatah che conosco da vent’anni. Lui era un alto funzionario dell’Autorità Nazionale Palestinese, oggi in pensione.

C’era anche un’altra coppia. Poi si è unito a noi il figlio trentenne dei miei amici, un medico laureato in Egitto che sta facendo un tirocinio a Ramallah. Ci ha detto che in Egitto la rivoluzione non è finita. Dopo cena ci siamo spostati in soggiorno e il giovane medico ha cominciato a litigare con i genitori. Li ha accusati di aver fallito, ma loro hanno risposto che oggi si vive meglio di prima e che l’occupazione non arriva più alla porta di casa. Il ragazzo ha sottolineato che l’occupazione arriva alle porte di altri palestinesi, soprattutto nei villaggi. I suoi genitori hanno ribadito che la presenza dei soldati è inferiore rispetto al passato. Ho pensato che avevano ragione loro e che forse il figlio era troppo giovane per ricordare. Il ragazzo ha detto che chi non è iscritto ad Al Fatah ha difficoltà a trovare un lavoro. I genitori hanno citato alcuni esempi per dimostrargli il contrario.

Poi si è parlato di Hamas e dei Fratelli musulmani. Il padrone di casa ha detto che “sono il nemico, non ci può essere dialogo”. Il figlio non era d’accordo. Genitori e figlio concordavano solo su un punto: Abu Mazen governa come un dittatore e Al Fatah non è più un movimento popolare.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Questo articolo è stato pubblicato il 5 febbraio 2015 a pagina 23 di Internazionale, con il titolo “Una discussione in famiglia”. Compra questo numero | Abbonati