Studenti palestinesi in una scuola di Rafah, nella Striscia di Gaza, il 28 marzo 2016. (Ibraheem Abu Mustafa, Reuters/Contrasto)

La fuga dei cervelli dalla Striscia di Gaza

Studenti palestinesi in una scuola di Rafah, nella Striscia di Gaza, il 28 marzo 2016. (Ibraheem Abu Mustafa, Reuters/Contrasto)
09 maggio 2016 19:12

Dieci giorni fa su Haaretz ho scritto che i tunnel della Striscia di Gaza non riflettono soltanto le allucinazioni militari di una società sotto assedio, ma anche il talento e l’inventiva degli abitanti. Senza libertà di movimento, molti di questi talenti vengono soffocati e perduti. Gli abitanti consumano tempo ed energia in attività solitamente semplici come bere acqua (l’acqua corrente non è potabile) o comprare un po’ di verdura (gli ascensori funzionano solo in alcune ore).

Il giorno dopo la pubblicazione dell’articolo ho partecipato, insieme ad alcuni amici di Ramallah, a un dibattito alla New School di New York. Un giovane partecipante mi ha guardato sorridendo e ha detto: “Tu mi conosci”. Poi mi ha salvato dall’imbarazzo aggiungendo: “Sono M, non ci siamo mai incontrati ma hai scritto molto su di me”. Dodici anni fa a M e ad altri 9 studenti di Gaza è stato negato il visto israeliano per partecipare a un programma speciale all’università di Betlemme. Impossibilitato a percorrere i 60 chilometri che lo separavano da Betlemme, M ha lasciato Gaza passando per l’Egitto e ha completato il suo master a Londra. Ora ha un dottorato in Svizzera sullo sviluppo dei bambini. Durante il dibattito M ha invitato tutti a non sopravvalutare le capacità di resistenza dei bambini che vivono sotto l’occupazione. I bambini devono avere un’infanzia, ha ricordato.

I talenti di Gaza non sono tutti sprecati, ma inevitabilmente vengono allontanati dal luogo dove ce ne sarebbe più bisogno.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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