18 febbraio 2014 19:02

Tra i molti romanzi scritti da Stephen King, uno dei miei favoriti (so bene che non tutti i fan del Re sono d’accordo) è La storia di Lisey. La trama di superficie è semplice: un noto scrittore muore. La vedova viene perseguitata da un cacciatore di inediti.

Ma in questa trama si intrecciano altre trame, a collocare il testo in un crocevia tra generi (thriller, horror, fantasy…) che può risultare interessante o disorientante. Ci sono la storia di un matrimonio felice e quella di un’infanzia spaventosa, il confronto tra mondo reale e mondo immaginario, il superare traumi attraverso la scrittura. Ci sono la furia e la follia.

Nella traduzione italiana di La storia di Lisey la furia si chiama “intaso”: un intollerabile sovraccarico emotivo che chiede di sfogarsi. I modi che i personaggi usano per reggere l’intaso sono peculiari, e non li racconterò qui.

Ed eccoci al punto: in tempi complicati come questi, può succedere di sperimentare qualche episodio di sovraccarico emotivo. Ma, se uno non vive dentro un romanzo di Stephen King, o se semplicemente non vuol dar fuori di matto, gli conviene tenere a bada l’intaso, governare l’ira (perfino il papa ha appena esortato a farlo) e tirar fuori tutta l’intelligenza emotiva di cui dispone. In sostanza, si tratta di saper riconoscere e capire le emozioni: è la condizione per poterle orientare.

Anche se Darwin fa più di un cenno all’importanza delle emozioni, si comincia a studiarle in modo esteso solo attorno agli anni ottanta. L’argomento viene affrontato, tra gli altri, dal neuroscienziato Antonio Damasio, che indaga le relazioni tra emozioni e processo decisionale a partire dal famoso caso clinico di Phineas Gage: un operaio delle ferrovie che a metà ottocento, in seguito a un incidente con l’esplosivo, si ritrova col cranio trapassato da una sbarra di ferro.

Gage non solo sopravvive, ma conserva tutte le sue capacità cognitive. Parla, ragiona e lavora normalmente, ma cambia carattere: prima era un tipo tranquillo, ma dopo l’incidente diventa (eccolo, l’intaso di King) rissoso e blasfemo.

È proprio Damasio a spiegare, a oltre cent’anni di distanza, che l’incidente ha leso la parte di corteccia frontale che ha il compito di mediare tra emozioni e ragione, e di produrre decisioni e scelte di tipo morale.

Solo alla fine del secolo scorso il tema delle emozioni guadagna l’interesse di un pubblico più vasto grazie a Daniel Goleman, autore di un fortunato best seller divulgativo, uscito nel 1995 e intitolato Intelligenza emotiva.

Le emozioni appartengono alla nostra natura e alla nostra cultura. Sono potenti e istantanee e coinvolgono il corpo, il pensiero e il comportamento. Hanno una matrice primordiale: c’entra l’amigdala, una parte arcaica del nostro cervello. Nei loro tratti fondamentali sono comuni a tutti, ma ogni singolo individuo si emoziona a modo suo, e con maggiore o minore intensità (e conseguente rischio di intaso).

L’Huffington Post dà conto di un recente studio finlandese che prova a individuare quali parti del corpo siano coinvolte nelle diverse emozioni. La serie di silhouette multicolori che ne risulta è decisamente affascinante e aiuta a scoprire come il disgusto si concentri tra stomaco e gola, la rabbia tra faccia, petto e avambracci, e come l’ansia e la tristezza stiano, con diversa forza, nell’area del cuore.

Vi riconoscete, o non siete d’accordo? In ogni caso, se vi va di partecipare allo studio potete farlo a questa pagina. È ancora l’Huffington Post a elencare, se ci avete preso gusto, i 14 segni che indicano un alto grado di intelligenza emotiva, e che, dunque, andrebbero coltivati. Vi segnalo, nella sua semplicità, il numero 7: “Ci tieni a essere una brava persona”.

Ma torniamo alla questione principale: come governare il sovraccarico emotivo? Il filosofo Corrado Ocone suggerisce di ricorrere all’ironia e di tenersi ben lontani dal suo fratello crudele, il sarcasmo. Un recente studio americano suggerisce di coltivare la meraviglia: “Piccole dosi quotidiane di meraviglia rendono la vita più soddisfacente”, dice l’Atlantic, che intervista Kathleen Vohs, una delle ricercatrici. Se l’idea vi convince (a me sembra mica male) ecco una gallery di immagini che potrebbero aiutare.