Per capire gli altri bisogna conoscere se stessi

13 novembre 2017 12:45

Intelligenza sociale vuol dire, in parole povere, essere capaci di mettersi in relazione con gli altri in maniera efficace e positiva. Alcuni sostengono che sia l’intelligenza sociale, più ancora di altre forme di intelligenza, a dirci chi siamo come esseri umani.

Sembra una cosa importante, no? Indispensabile in molti ambiti cruciali: amicizie, studio, lavoro, famiglia, la cittadinanza reale e quella virtuale. È stato lo psicologo americano Edward Thorndike a darne per primo una definizione negli anni venti del secolo scorso: “capacità di gestire saggiamente le relazioni umane”. Howard Gardner l’ha chiamata “intelligenza interpersonale”.

È stata con ogni probabilità la conquista dell’intelligenza sociale indispensabile per convivere e per lavorare in gruppo (e della flessibilità comportamentale che ne deriva) a dotare gli esseri umani, 60mila anni fa, di un cervello più grande. A sostenerlo è l’archeologo Steven Mithen.

Ma la stessa cosa avviene anche tra gli altri mammiferi, siano scimmie, cetacei o pipistrelli: più ampi sono i gruppi di appartenenza degli individui, più grande è la neocorteccia (la parte “evoluta” del cervello, e la sede delle funzioni cognitive superiori).

Il maggior incremento di intelligenza sociale è correlato con la maggiore capacità di identificare anche le proprie parti più negative

Per noi esseri umani, intelligenza sociale vuol dire tante cose. Per esempio: capacità di interpretare le situazioni e le persone, capacità di capire i discorsi, di spiegarsi e di cooperare, empatia. E ancora: capacità di decodificare i ruoli sociali, di esprimersi in modo appropriato nelle diverse situazioni, di ascoltare, di intuire quello che gli altri pensano e sentono.

Vorreste accrescere la vostra intelligenza sociale? Diventate più consapevoli di voi stessi. E fatelo onestamente, senza considerare solo gli aspetti positivi. Uno studio tedesco pubblicato di recente ci dice proprio questo: il maggior incremento di intelligenza sociale è correlato con la maggiore capacità non solo di conoscere e capire se stessi, ma anche di identificare le proprie parti più negative. È qualcosa di non facile da fare, perché è difficile vincere la resistenza a confrontarsi con ricordi, percezioni o emozioni spiacevoli.

In sostanza, i ricercatori hanno lavorato con un totale di più di 330 partecipanti, divisi in tre gruppi. Il primo si è dedicato alla meditazione contemplativa. Il secondo ha praticato tecniche per identificare le diverse forme o aspetti, o le parti intime (inner parts) della propria personalità: la parte che cerca le cose piacevoli. Quella che si prende cura. Quella che sa essere tollerante. Quella positiva. Ma anche la parte ipercritica. Quella vulnerabile. Quella impaurita…

Il terzo gruppo ha funzionato come gruppo di controllo. Cioè non ha fatto nulla di particolare. L’esperimento è durato nove mesi. In media, i partecipanti del secondo gruppo hanno identificato 11 parti diverse in se stessi, con una lieve prevalenza di parti positive.

Nei panni degli altri
Risultato dell’esperimento: la capacità sociale del gruppo di controllo è rimasta stabile. Quella del gruppo che ha fatto meditazione è leggermente cresciuta. Del gruppo che ha lavorato sugli aspetti della propria personalità, i partecipanti capaci di identificare un maggior numero di parti di sé ha dimostrato un importante aumento di intelligenza sociale. Cioè, ripetiamolo, della capacità di capire le convinzioni e le intenzioni degli altri, e di mettersi nei loro panni.

Attenzione: non vuol dire che le persone peggiori, cioè quelle che hanno un maggior numero di aspetti negativi della personalità, sono più capaci di capire gli altri.

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Vuol dire che sono più capaci di capire gli altri le persone che prestano più attenzione al quadro d’insieme, e non solo alla superficie gradevole, che sono più flessibili, che meglio riescono ad accettare la complessità e l’ambivalenza che c’è in tutti noi, e che sanno affrontare la fatica di riconoscere (anche) i propri lati meno piacevoli.

Anne Böckler, che ha condotto lo studio, spiega che identificare e accettare pensieri e comportamenti negativi in se stessi è una grande sfida e richiede sforzo, flessibilità cognitiva e stabilità emozionale. Insomma, sono le persone più toste e più equilibrate a riuscirci meglio.

Ora, ci basta ricordare che le persone di potere tendono a badare solo a se stesse (e a pensare di essere perfette) per capire come mai i loro comportamenti ci sembrano così alieni: tutta questione di incapacità di sviluppare intelligenza sociale.

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