Com’è difficile essere studenti

01 ottobre 2018 13:58

La sala del teatro è gremita. Ci saranno almeno trecento ragazzi dell’ultimo anno delle superiori. Tra qualche mese dovranno vedersela con l’esame di maturità e con alcune scelte importanti.

Il gruppetto di adulti che sta sul palco in teoria è lì per offrire loro indicazioni utili per il futuro (questo è l’ambizioso obiettivo dell’incontro).

Ma in pratica non è così facile, per gli adulti, evitare di pavoneggiarsi, o di metterla giù troppo semplice. L’adolescenza, nel ricordo di chi l’ha superata da un pezzo, rischia sempre di sembrare più bella e facile di com’è davvero.

Tra gli adulti c’è Luigi Ballerini, medico, psicoanalista e scrittore di libri per ragazzi. Uno che incontra moltissimi studenti, anche in veste professionale. Riesce a parlare alla platea con semplicità e senza essere condiscendente, cosa che mi colpisce. Quindi, terminato l’incontro, mi do da fare per potergli rivolgere qualche domanda.

Quali sono oggi i maggiori motivi di disagio, per ragazzi come questi, secondo la sua esperienza?
Si parla spesso di genitori assenti, ma mi sentirei di dire che uno dei motivi di maggiore disagio è, paradossalmente, l’intrusività dei genitori. I ragazzi vanno a prendere informazioni ai banchetti negli open day universitari accompagnati da mamma e papà. Quando fanno i test di ingresso alle università, i genitori li seguono quasi fin dentro ai laboratori informatici, e poi restano fuori ad aspettare.

È successo al Politecnico di Torino e al Politecnico di Milano. A Catania e a Bologna per i test di medicina. Il comportamento è così diffuso che il Cosp, il centro per l’orientamento allo studio dell’Università Statale di Milano, organizza incontri con percorsi di sostegno alla scelta universitaria “per i genitori”.

A monte di tutto ciò, c’è la propensione dei genitori a vedere i figli fragili, deboli e incapaci

E non solo: le agenzie per il lavoro dicono che sempre più spesso sono i genitori ad andare in sede per consegnare i curricula dei loro pargoli. Ma che cosa si può mai pensare di un ragazzo che non si dà una mossa neanche per venire a presentarsi? Ovviamente quei curricula finiscono ignorati.

Lei ha figli?
Sì, quattro, tra i 19 e i 27 anni. E non li ho mai accompagnati a fare i test.

Ma che male ci sarebbe, a dare una mano ai figli, quando si può?
A monte di tutto ciò, c’è la propensione dei genitori a vedere i figli fragili, deboli e incapaci. E il non riuscire a pensarli protagonisti della loro vita in relazione all’età che hanno. Ma se andiamo in profondità, possiamo vedere che c’è anche la voglia di dare un senso alla propria vita, occupandosi di quella dei figli.

Insomma: è un tentativo di sostituzione. Il desiderio inconsapevole di vivere la vita dei figli perché magari non si è soddisfatti di come va la propria, di vita. Se un adulto è appagato da quello che fa e che costruisce, si interessa dei figli ma non è così invadente. Oggi il comportamento intrusivo è equamente distribuito tra tutti i genitori, e non riguarda solo le madri.

Quali sono le conseguenze?
Alcuni ragazzi sono insofferenti. Altri finiscono per percepirsi e comportarsi effettivamente come fragili. Altri ancora sviluppano veri e propri sintomi.

Spesso però accade, soprattutto nel caso dei più piccoli, che intervenendo sui genitori, anche proponendo piccoli cambiamenti e senza nemmeno coinvolgere il figlio, si possono modificare sostanzialmente le cose.

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Leopardi nello Zibaldone scrive che non possiamo sapere tutto quello di cui sia capace, aiutata da circostanze favorevoli, la natura umana. Ecco: la sfida è capire quali per il genitore sono le circostanze che possono innescare un cambiamento, e favorirle. Un genitore che si dispone a correggersi e a rivedere come pensa al proprio figlio e come si comporta con lui consegue già un buon primo risultato.

Quali sono i comportamenti dei genitori che andrebbero evitati?
Per semplificare, prendiamo in considerazione quattro modelli di comportamento genitoriale: Chioccia, Tigre, Elicottero e Spazzaneve.

Il genitore Chioccia non riconosce che il figlio è cresciuto e tende a continuare ad accudirlo oltre ogni ragionevolezza.

Il genitore Tigre è autoritario e sovrastante. Il suo messaggio al figlio è “lo so io qual è il tuo bene, quindi tu devi far tutto quello che ti dico io”.

Il genitore Elicottero è fissato sul controllo, compreso il controllo digitale: deve monitorare il figlio in ogni momento e sapere tutto di lui.

Il genitore Spazzaneve è il modello più recente: è spaventato dalla fatica dei figli e pronto a tutto per spianare la loro strada. Se un figlio prende 4, non protesta con il figlio, ma con il professore. Presenta mozioni a scuola perché i compiti sono troppi o perché gli zaini sono troppo pesanti, e per qualsiasi altra questione, anche minima, che secondo lui può intralciare la strada al figlio.

La soluzione non è adottare un ulteriore modello, ma che i genitori sappiano percepire il figlio come altro da sé

I modelli genitoriali ci aiutano a etichettare in modo semplice alcuni comportamenti non appropriati, ma non esistono allo stato puro, nella realtà delle famiglie. Spesso i problemi nascono da una combinazione di diversi comportamenti inadeguati.

La soluzione non è adottare un ulteriore modello, ma che i genitori sappiano percepire il figlio come altro da sé. Che sappiano averne stima e apprezzarlo come un soggetto pensante, che va accompagnato e sostenuto, ma al quale non bisogna sostituirsi. Un soggetto dotato della facoltà di pensare in proprio, più debole nell’esperienza per il fatto di essere più giovane, ma non per questo fragile e incapace.

Perché un ragazzo oggi va dallo psicoanalista?
I motivi possono essere diversi. Negli ultimi anni ho visto crescere una casistica particolare, una specie di epidemia sotterranea di cui si parla ancora poco. Ci sono ragazzi tra le medie e i primi tre anni delle superiori che la mattina non riescono più ad alzarsi per andare a scuola. È qualcosa di diverso dalla dispersione scolastica, contraddistinta da disinteresse, ostilità e rifiuto per la scuola.

Nei casi di cui sto parlando si tratta di quella che viene piuttosto definita fobia scolare, o fobia scolastica. Può succedere all’improvviso e può destabilizzare l’intera famiglia. Riguarda anche gli studenti bravi a scuola e affligge in uguale misura le ragazze e i ragazzi.

Questi ragazzi desiderano andare a scuola e ogni sera se lo ripromettono: magari fanno i compiti e preparano la cartella. Ma la mattina non ce la fanno: è più forte di loro, restano bloccati a letto o in casa. Se ne dispiacciono e si giudicano negativamente per questo.

I genitori le provano tutte. E tentano anche le mosse più disperate: minacciare il figlio o blandirlo, invocare l’arrivo della polizia o degli assistenti sociali. Ma non c’è verso: è come provare a spingere un elefante. E allora le famiglie decidono di cercare aiuto. Di tutto questo si parla troppo poco, ma se si interpellano gli insegnanti si può scoprire che il fenomeno è molto più diffuso di quanto si creda. Loro li vedono, questi ragazzi.

Qual è l’origine della fobia scolastica?
Mi sono fatto questa idea: quando un ragazzo si rifiuta di andare a scuola, secondo la mia esperienza in circa un terzo dei casi proprio a scuola è successo qualcosa di brutto, che l’ha spaventato e gli rende difficile tornarci. E allora è su quello che bisogna lavorare: atti di bullismo, difficoltà nei rapporti, comportamenti ostili di adulti e compagni.

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Ma negli altri due terzi dei casi è accaduto che la scuola sia stata investita e caricata di un significato che non dovrebbe avere. Non un posto dove si va per imparare, o per incontrare gli amici, o anche solo perché si è obbligati a frequentare, e lo si fa.

Un posto, invece, dove è imperativo dimostrare di essere bravi: o bravi figli, o bravi studenti. E se uno non ce la fa, ecco che inizia a pensare come evitarla, la scuola.

Tutto questo accade a ragazzi che devono attestare di essere all’altezza, in famiglie che fanno pressione sulla bontà delle prestazioni. E che parlano solo di quello.

Ma non bisogna ridurre la vita dei ragazzi alla scuola, e la scuola al risultato. In questo modo la scuola, da luogo di appuntamento e di apprendimento, si trasforma in un luogo pieno di rischi, di insidie e di agguati.

Che si fa in casi come questi?
Bisogna allentare la preoccupazione riguardante la scuola. Quando un genitore domanda al figlio “come è andata oggi?” deve anche chiedersi se gli sta domandando davvero com’è andata la sua giornata oppure “hai preso un buon voto, conforme alle mie attese e ai tuoi doveri?”.

E il genitore deve capire che non può essere una bella giornata se uno ha preso otto ma è stato umiliato durante l’intervallo. E che, viceversa, può essere una bellissima giornata se uno ha preso un pessimo voto, ma durante l’intervallo si è accesa la scintilla di un amore. Occorre allargare l’orizzonte. Aiutare i ragazzi a trovare le loro proprie buone ragioni per tornare a occuparsi di sé, anche mentre imparano.

Quanto incidono bullismo e ciberbullismo sulle vite dei ragazzi?
Le dinamiche bullistiche sono le stesse. Ma il ciberbullismo – la persecuzione in rete – è più pervasivo, ubiquitario e permanente.

A scuola i casi di bullismo si verificano soprattutto in tre momenti: prima di entrare e all’uscita, al cambio d’ora, nell’intervallo. Ma c’è sempre la speranza che qualche adulto passi di lì e interrompa la persecuzione, e comunque quando si torna a casa si è al sicuro e si può tirare il fiato.

Il ciberbullismo invece non dà tregua: può verificarsi giorno e notte, non c’è nessun posto dove scappare e mettersi al riparo, e accade in luoghi dove non ci sono gli adulti, perché la persecuzione avviene in gruppi amministrati da ragazzi e protetti da password.

Che cosa si può fare, allora?
Bisogna sottolineare che il bullismo e il ciberbullismo prosperano in una condizione di disimpegno morale. Se c’è la coppia bullo-vittima, c’è anche, tutta attorno, una corte di spettatori che resta silente per paura o, peggio, che è plaudente per ammirazione e consenso.

Ecco perché nei casi di ciberbullismo c’è sempre omertà da parte degli altri componenti del gruppo, che si limitano ad assistere (spaventati essi stessi, o indifferenti). O che, compiaciuti e affascinati dalla prepotenza, la amplificano, per esempio condividendo foto e messaggi.

Dunque, oltre che sulla coppia bullo-vittima, è anche sull’intero gruppo che bisogna lavorare, spiegando ai ragazzi che il silenzio è sempre connivente.

Nei gruppi è ancora diffusa l’idea che chi spiffera quel che succede è un infame. E invece no, bisogna far capire che chi contrasta e denuncia un caso di bullismo è il più figo della classe. E certo, poi servono anche adulti all’altezza, attenti e capaci di raccogliere la segnalazione, competenti nell’affrontare la situazione e nel gestirla.

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Claudia Grisanti