Il quartiere di Chinatown a New York, 29 gennaio 2020. (Spencer Platt, Getty Images)

Sette cose che ci insegna il coronavirus

Il quartiere di Chinatown a New York, 29 gennaio 2020. (Spencer Platt, Getty Images)
03 febbraio 2020 13:40

Potremmo chiederci che cosa ci sta insegnando, e soprattutto che cosa ci sta ricordando questa faccenda del coronavirus su noi stessi, sulla nostra condizione e sul nostro modo di percepire quanto ci accade intorno.

Provo a mettere in fila sette cose.

Effetto farfalla

In un sistema complesso, una piccola variazione nelle condizioni iniziali può avere enormi conseguenze. È l’effetto-farfalla (butterfly effect), espresso in forma poetica agli inizi degli anni sessanta dai teorici del caos con la formula “può bastare il battito d’ali di una farfalla in Brasile per provocare un uragano in Texas”. Così, in un mondo globalizzato, complesso, interconnesso basta un meno poetico coronavirus proveniente dalle parti di Wuhan, Cina, per scatenare il panico nei mercati finanziari, bloccare una quota consistente dei voli internazionali, rallentare l’economia globale, mobilitare i governi in un’ottica di massima riduzione del rischio. E per sequestrare l’attenzione generale, tanto da oscurare perfino la deprimente conclusione della prima stagione della telenovela della Brexit.

Del resto, come ricorda Time citando il McKinsey global institute, “il paese più popoloso del mondo ormai è parte integrante dell’economia globale. È il maggior produttore di beni. Importa più greggio di qualsiasi altro paese. Con 150 milioni di viaggi all’estero, per un valore di 277 miliardi di dollari nel 2018, i cinesi sono al vertice della spesa per il turismo. E la Cina è il più grande mercato al mondo per molte categorie merceologiche, dalle automobili agli alcolici, all’intera gamma dei prodotti di lusso”.

Strettamente legati

Siamo tutti collegati, e sempre più somiglianti. Come segnala un ampio articolo del National Geographic, da un capo all’altro del mondo ci vestiamo sempre più allo stesso modo, mangiamo cose sempre più simili, desideriamo gli stessi prodotti, ascoltiamo la stessa musica, condividiamo (più o meno) le stesse informazioni. Ci contagiamo in mille modi.

La possibilità del contagio sanitario è una delle tante conseguenze del nostro essere così strettamente legati: certo, la più deteriore e, nell’immediato, la più evidente e terrorizzante.

Ma è parte di un pacchetto infinitamente più ampio che, ci piaccia o no, ci indirizza tutti quanti verso la condivisione di medesimi destini.

Virus europei

Nei secoli, è stata tante volte l’Europa a portare il contagio là fino a dove si andavano allargando le sue conquiste. Recupero un paio di dati: la colonizzazione delle Americhe ha portato epidemie di vaiolo (1518, 1521, 1525, 1558, 1589), tifo (1546), influenza (1558), difterite (1614) e morbillo (1618). Si stima che il 95 per cento della popolazione indigena sia rimasta uccisa. In Australia, la colonizzazione ha portato vaiolo, sifilide, tubercolosi, influenza e morbillo tra le popolazioni aborigene, che ne sono rimaste decimate. E ancora: nei secoli, l’Europa stessa è stata devastata da peste, colera, vaiolo e tifo.

Se oggi le cose vanno meglio, è perché in buona parte del mondo sono migliorate l’alimentazione e l’igiene. E perché ci sono i vaccini. C’è un paradosso: quanto più le malattie contagiose vengono contrastate dai vaccini (o addirittura azzerate, com’è successo con il vaiolo), tanto più diminuisce la percezione del rischio, tanto meno le persone sono propense a vaccinarsi. Il coronavirus ci preoccupa così tanto perché per adesso non c’è un vaccino ma, per dire, è meno contagioso del morbillo. Qui in Italia abbiamo avuto una epidemia di morbillo appena un paio d’anni fa, ma non ricordo di aver visto nessuno andare in giro con la mascherina. Nel 2018, nel mondo e soprattutto nei paesi in via di sviluppo, il morbillo ha ucciso più di 140mila persone (dato Organizzazione mondiale della sanità).

Disinformazioni virali

Il contagio da notizie false è sommamente pericoloso. Già nel 2018 uno studio del Mit ha dimostrato che le notizie false si diffondono più velocemente, più ampiamente e più in profondità di quelle vere. Giusto per darvi un’idea: una notizia falsa ha il 70 per cento di probabilità in più di essere ritwittata di una vera.

Scrive il Sole 24Ore: “Nel contesto delle malattie infettive, come si è visto anche in Congo con ebola, le false informazioni si diffondono rapidamente attraverso i social, aumentando i rischi di trasmissione e rendendo inefficaci le misure di prevenzione. Le disinformazioni virali saranno in futuro una minaccia nel causare epidemie”.

Ora all’Oms tocca anche contrastare l’infodemia (infodemic): l’eccesso di informazione su un problema che rende più difficile la soluzione del problema. Con la diffusione dei deepfake (i video falsificati) andrà ancora peggio. Anche di questi contagi dovremmo preoccuparci.

Lavarsi sempre le mani

La paura è contagiosa. Ancora più contagiosa è la paura del contagio, con il suo contorno di comportamenti del tutto irrazionali. Ho la sensazione che un bel po’ della gente che evita i ristoranti cinesi, o arriva a ostracizzare bimbi cinesi nati in Italia e mai stati in Cina, poi trascuri, per esempio, di lavarsi le mani col sapone prima di pranzare. O prima di toccarsi la faccia. O prima di mettersi le dita nel naso (in questo caso, per favore, lavarsi le mani anche dopo). Eppure si tratta “del gesto più importante per prevenire la diffusione delle infezioni”. Ma è fin troppo semplice, e allora lo si sottovaluta. A ribadirne la centralità è il nostro ministero della salute.

Esclusione e razzismo

C’è sempre qualche disgraziato pronto a cavalcare le paure collettive per sfruttarle a proprio vantaggio. Magari per giustificare e incoraggiare comportamenti razzisti. Scrive l’Avvenire: “Al netto dell’azione degli imprenditori (politici e culturali) del rancore verso gli immigrati, la paura che si fa esclusione e discriminazione parla di un’Italia malata, essa sì, di perdita di punti di riferimento, razionalità di giudizio e fiducia sociale. Insicurezza, smarrimento, autoreferenzialità, ripiegamento privatistico generano mostri”.

I rischi più gravi

Siamo un piccolo pianeta. Le emergenze e le crisi se ne infischiano dei confini. Si possono contrastare solo attraverso il trasferimento di informazioni e la cooperazione tra gli stati e tra i popoli. E mantenendo un atteggiamento razionale.

A proposito di razionalità, vi segnalo che il Global risk report 2020 del World economic forum, pubblicato pochi giorni fa, sostiene che tra i dieci rischi globali più probabili, i primi cinque sono di ordine ambientale. Tra i dieci rischi globali di maggiore impatto distruttivo, rischi ambientali si trovano al primo, terzo e quarto posto. Per dire: al secondo posto ci sono le armi di distruzione di massa. Le epidemie globali sono contemplate, ma con probabilità e impatti minori. Il problema è che, per contrastare il rischio climatico (il più probabile, il più impattante) non basta scoprire un vaccino. L’altro problema è che ci spaventa molto meno di quanto dovrebbe.

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