03 novembre 2020 15:42

Dopo essermi guardata pochi giorni fa, su La7, il documentario Unfit: la psicologia di Donald Trump girato dal regista Dan Parkland, sono andata a cercare un po’ di dati. Ecco perché questo articolo è zeppo di citazioni e riferimenti alle fonti.

“Mettere Donald Trump sul divano dell’analista è diventato un passatempo nazionale”, commenta Variety, “e questo documentario lo fa bene”. Lo fa confrontando in un montaggio serrato spezzoni di repertorio riguardanti Trump, e non solo lui, con le opinioni di storici, politici e numerosi psichiatri.

L’orientamento del responso non è difficile da immaginare.

Un punto interessante riguarda la legittimità dell’operazione. La tendenza a psicoanalizzare il presidente degli Stati Uniti contrasta infatti con la Goldwater rule, istituita nel 1964 dall’Associazione americana degli psichiatri (Apa), la quale stabilisce che non si possono formulare diagnosi psichiatriche su personaggi pubblici senza averli esaminati direttamente e senza il loro consenso.

A questa regola lo stesso documentario Unfit ne contrappone un’altra, meno nota. È la Tarasoff rule, istituita nel 1985 (ma non registrata dall’Apa) la quale impone agli psichiatri l’obbligo di avvertire chi di dovere quando un paziente presenta comportamenti nocivi.


La questione resta oggetto di acceso dibattito. Come racconta il settimanale britannico New Statesman, in questi ultimi tempi, e in modo crescente nel corso della pandemia, molti psichiatri statunitensi stanno contestando il divieto di esprimersi sulla salute mentale del presidente. Accusano Apa di essere connivente con il governo per non rischiare di perdere stanziamenti pubblici, e di esercitare una forma di “paternalismo coercitivo”.

Tra l’altro: su Trump e sui suoi comportamenti, diciamo così, estremi è uscita in questi anni un’infinità di libri, tanto da trasformare Trump stesso in un fenomeno editoriale. “Una delle ironie del nostro tempo è che un uomo che legge raramente ha ispirato una valanga di libri sulla sua presidenza”, scrive il Washington Post. Ma non solo: in epoca trumpiana si sono rivitalizzate le vendite di una quantità di romanzi distopici, da 1984 di George Orwell, al Racconto dell’ancella di Margaret Atwood, al Complotto contro l’America di Philip Roth. Questi ultimi sono anche stati tradotti in (eccellenti) serie televisive.

Torniamo a Unfit.

Il documentario dura 83 minuti, è uscito il 28 agosto ed è stato presentato in diversi festival. E qui c’è la pagina dedicata, la quale spoilera senza esitazioni il tema chiave della narrazione: Donald Trump soffrirebbe di narcisismo maligno (malignant narcissism), una sindrome che ha quattro componenti: disordine narcisistico della personalità, comportamento antisociale (sociopatia), paranoia e sadismo.

Il narcisismo appare agli statunitensi di oggi più accettabile di quanto non fosse per le generazioni precedenti

“Narcisismo maligno” è una definizione tanto sinistra quanto suggestiva. L’ha coniata lo psicologo sociale e filosofo umanista Eric Fromm nel 1964. Si tratta, per Fromm, di una variante perniciosa del disturbo narcisistico di personalità, una sindrome censita dal Dsm, il manuale diagnostico dei disturbi mentali, utilizzato globalmente dagli psichiatri nella pratica clinica (“narcisismo maligno” non è invece citato nel Dsm).

Fromm scrive che “i narcisisti maligni si sentono potenti per via delle qualità che, secondo loro, sono state date loro dalla nascita. ‘Sono più grande e superiore di te, quindi non ho nulla da dimostrare. Non ho bisogno di relazionarmi a nessuno né di fare alcuno sforzo. Mantenendo la mia immagine di grandezza, mi allontano sempre di più dalla realtà’”.

Ancora a proposito di narcisismo: Livescience sottolinea che il narcisismo appare più accettabile per gli statunitensi di oggi di quanto non fosse per le generazioni precedenti: i narcisisti appaiono sicuri di sé, energici e performanti. Perfino la loro sgradevolezza contribuisce a guadagnare i favori del pubblico, almeno nel breve termine. Tuttavia, aggiunge Livescience, anche se il narcisismo aiuta le persone ad arrivare al vertice, non garantisce successi permanenti: le stesse caratteristiche che aiutano a conquistare il potere rendono poi difficile gestirlo e mantenerlo nel tempo.

Il fascino dell’uomo forte
La questione del narcisismo non è l’unica a essere ampiamente evocata a proposito di Trump. Già nell’agosto 2016, mentre lui ancora compete con Hillary Clinton per la presidenza degli Stati Uniti, Psychology Today cita un’altra sindrome. La quale ha un nome ancora più suggestivo, e che sembra tratto da un romanzo horror: la triade oscura.

Questa sindrome associa al narcisismo due ulteriori distinti tratti di personalità: machiavellismo (propensione alla manipolazione e all’inganno) e psicopatia (comportamenti antisociali). In tempi più recenti, e sempre a proposito di Trump, parlano di triade oscura anche Medium, il New York Times e diverse altre fonti.

Il dato più interessante è contenuto in una ricerca intitolata “La personalità peculiare degli uomini forti”, che mette a confronto, a partire dai dati raccolti da oltre 1.800 ricercatori, i profili di 157 leader che si sono cimentati in 81 competizioni elettorali nel mondo. Tra questi sono anche censiti 14 leader con tendenze autocratiche: ci sono Putin, Bolsonaro, Erdoğan, Orbán, Duterte, Netanyahu, Modi e, naturalmente, Trump.

Entrambi i gruppi di elettori (e dunque anche quelli che l’hanno votato) assegnano a Trump alti livelli di narcisismo e psicopatia

I tratti della triade oscura prevalgono in maniera significativa tra gli autocrati. Trump surclassa tutti quanti in due tratti (narcisismo e machiavellismo) su tre.
Di triade oscura ed esercizio del potere credo che tornerò a parlarvi, prima o poi, anche se il tema è ispido e non esattamente gradevole. Anzi, disturbante. Ma stiamo sperimentando tempi che non sono gradevoli per molti versi, e ragionarci sopra è un modo per non lasciarsene travolgere.

Recensendo Unfit sul Corriere della Sera, Aldo Grasso conclude con la domanda delle domande. E scrive: “Va bene, Trump è ‘un truffatore e un razzista’”, (le virgolette sono nell’articolo), “ma se è stato votato da una larga fetta di americani non è che queste ‘pecche’ siano apprezzate dalla maggioranza della popolazione?”.

La componente manipolatoria, che oggi i social media, tra bolle (filter bubbles) e camere dell’eco (echo chambers) possono esaltare è, se non una risposta, almeno una parziale spiegazione del fenomeno. Un’ulteriore parziale spiegazione si trova in un’altra ricerca, intitolata “Dottor Jekyll o Mister Hyde? Come il profilo di personalità del presidente Donald Trump viene percepito da differenti punti di vista politici”.

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In sostanza, mentre gli ex elettori di Clinton prevedibilmente percepiscono Trump come molto ostile e poco coscienzioso, i suoi elettori, altrettanto prevedibilmente, lo giudicano molto estroverso ed emozionalmente stabile. Sono due ottimi motivi per votare quello che, senza dubbio, appare loro come un leader solido, energico e determinato. Il prototipo dell’uomo forte al comando.

Il dato notevole è però un altro: entrambi i gruppi di elettori (e dunque anche quelli che l’hanno votato) assegnano a Trump alti livelli di narcisismo e psicopatia. E rieccoci ai tratti della triade oscura. Che, sembrerebbe, spiccano assai chiari.

Ecco.