26 gennaio 2021 12:23

Tra scarpe da mille dollari, abiti monocromatici dai colori preziosi e una gonna così ampia da imporre una forma sartoriale di distanziamento sociale – scrive Slate – “la cerimonia che ha inaugurato la presidenza di Joe Biden si è configurata anche come una passerella di moda”.

“Ma a rubare la scena è stato, fra tutti, il senatore Bernie Sanders, il cui abbigliamento casual si è istantaneamente trasformato in soggetto da meme. A suscitare un’attenzione speciale sono stati i suoi guanti, dall’aspetto assai confortevole. Eppure, osservatori dall’occhio d’aquila hanno notato che Sanders indossa questi guanti da anni”.

La serie di meme prodotti con Sanders protagonista è esilarante. Tra i miei favoriti, anche per la qualità dell’esecuzione.

Sanders/Game of Thrones

Sanders sul suolo lunare

Sanders/Hopper

Sanders/Guerre stellari

Ma non è niente male anche l’aggraziata, ironica pagina di Ikea, che democratizza ulteriormente il look di Sanders invitando ognuno a replicarlo. E a farlo proprio con un investimento di poco più di 10 dollari.

Non è male nemmeno la traduzione in mattoncini che di Sanders fa l’artista Lego Ochren Jelly. Il quale, peraltro, si è di recente cimentato riproducendo anche la sgangherata conferenza-stampa di Donald Trump nel Four Seasons sbagliato.

Sanders se la ride di tutto ciò, e con somma noncuranza dichiara che se ne stava soltanto seduto lì, attento a quel che succedeva, cercando di tenersi al caldo.

In effetti ci sarebbe da chiedersi come mai, fra tutti i possibili argomenti di conversazione che si potrebbero estrarre dalla complessa coreografia dell’inauguration, l’attenzione collettiva vada a fissarsi proprio sul defilatissimo Sanders.

Dai, pensiamo a com’era vestita Lady Gaga. E al suo gioiellone, rappresentante una (oibò, biblica! E in tutti i sensi impegnativa) colomba che porta un ramo d’ulivo.

Oppure, pensiamo alla simbologia cromatica e accessoriale esibita da Kamala Harris: il viola (colore femminista, ma anche di riconciliazione, perché mescola rosso repubblicano e blu democratico). La collana di perle, che rimanda all’Alpha Kappa Alpha, la prima sorority afroamericana.

Com’è successo che sia bastato un paio di muffole marroni, peraltro non inedite, a sviluppare tutto questo impatto globale?

Provo a proporre qui quattro motivi possibili. Che ci aiutano anche a ragionare un po’ sulla potenza delle immagini, dei simboli, dei contrasti, dei ruoli.

Ritorno alla normalità
Le immagini. La pacificante, domestica immagine di Bernie Sanders sana, in qualche modo, le ferite che molte altre immagini scattate nello stesso luogo, il Campidoglio, hanno di recente inferto all’immaginario collettivo. Abbiamo visto gli energumeni vocianti e tatuati. Lo sciamano con le corna. Le scrivanie sconciate. La folla inferocita. Le guardie travolte. E poi i militari della guardia nazionale stravaccati a bivaccare tra statue e colonne. Un singolo uomo anziano, isolato, seduto compostamente su una seggiolina pieghevole, più ancora di tutta la coreografia presidenziale, ci dice che si sta tornando alla normalità.

I simboli. Le muffole non sono solo qualcosa di arcaico e di semplice. Sono i tipici guanti che si usano per i neonati. Quelli che le nonne sferruzzano usando lane dai colori pastello. Fanno tenerezza. Donald Trump è stato spesso raffigurato con i guantoni da boxe. Ecco: se c’è un esatto, simmetrico, placido contrario, è proprio questo: le muffole di Sanders. La massima discontinuità rispetto ai guantoni.

I contrasti. Tutti i partecipanti alla cerimonia sono eleganti e formali, e Sanders non lo è. Tutti hanno abiti nuovi, e Sanders no. Tutti hanno mascherine ricercate, e Sanders indossa la più semplice e popolare della mascherine possibili. Tutti appaiono energici, e Sanders se ne sta lì tranquillo (e forse vagamente assopito). Dunque, succede che a renderlo così visibile sia proprio il suo essere l’unica persona speciale che sceglie di apparire del tutto normale in una situazione a sua volta molto speciale.

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I ruoli. In un evento in cui, per via del covid, il grande, tradizionale pubblico degli spettatori è assente, e in cui i pochissimi, privilegiati invitati si trovano a essere per forza di cose tutti protagonisti, Sanders è, appunto, l’unico che per abbigliamento, atteggiamento e postura si configura come spettatore. È venuto lì a vedere. E, come spettatore, se ne sta lì a rappresentare tutti noi. È archetipico. E per questo diventerà l’archetipo dello spettatore anche in tutti i meme possibili.

Infine: la tecnologia. Senza la rete, e senza, diciamo così, i riti della rete, l’immagine di Sanders non avrebbe certo fatto il giro del mondo. Al massimo, l’avremmo trovata, ovviamente nella sola versione originale, in piccole dimensioni, nella pagine interne di qualche quotidiano. E ce ne saremmo subito dimenticati.

Ma i meme di Sanders sono anche un risultato della diffusione dei programmi di fotoritocco. Dell’infinita varietà di immagini da rielaborare che chiunque può trovare in un clic. Del generatore di meme che permette di scegliere qualsiasi scenario tratto da Google maps. E dei social network, che hanno rimbalzato l’immagine di Sanders da un capo all’altro del pianeta.