09 febbraio 2021 12:03

“Chi non cambia mai la propria opinione ha il dovere di essere sicuro di aver giudicato bene fin da principio”, scrive Jane Austen in Orgoglio e pregiudizio.

Poiché è difficile avere sempre l’assoluta certezza di aver giudicato bene, forse è non solo legittimo, ma anche opportuno e necessario essere disposti a cambiare opinione.

Converrebbe farlo, per esempio, se ci accorgiamo di aver considerato solo una parte dei dati a disposizione. O quando alcuni dei dati e delle informazioni che in precedenza avevamo ritenuto corretti si rivelano, a un esame successivo, falsi o fuorvianti. Quando una nuova esperienza ci apre gli occhi su aspetti che avevamo ignorato. Oppure quando un fatto inedito e rilevante cambia regole e contesti in maniera sostanziale.

Togliersi i paraocchi
Tuttavia cambiare opinione non è facile, perfino quando ci sarebbero buoni motivi per farlo. Oggi sembra più difficile che mai.

In primo luogo, dobbiamo vedercela con il bias di conferma (confirmation bias). È un meccanismo cognitivo fallace. Ci porta a sottovalutare o a ignorare del tutto dati e fatti che contraddicono le nostre opinioni consolidate, e a cercare solo gli elementi che le confermano e le rafforzano.

È questo il motivo per cui ci riesce facile chiuderci dentro camere dell’eco (echo chamber). Così, nella vita reale come in rete, tendiamo a selezionare e a frequentare persone che hanno opinioni affini alle nostre.

Certo: stare chiusi in una stanza, con persone simili a noi, ci fa sentire più al sicuro. Rafforza anche la nostra sensazione di essere nel giusto, e con questa la nostra autostima. Ma non ci aiuta certo a capire meglio le cose, o ad acquisire punti di vista equilibrati, o nuove prospettive.

Può succedere a tutti di fare una valutazione sballata, eppure anche in quei casi c’è la tendenza a non ricredersi

In secondo luogo, in tempi in cui una considerevole parte delle informazioni passa dalla rete e dai social media, tutti noi rischiamo di trovarci blindati dentro delle bolle di filtraggio (filter bubble). È un po’ come avere l’illusione di guardarci attorno, ma farlo con il paraocchi. In rete, infatti, ci sembra di poter accedere a tutte le informazioni disponibili, ma in realtà spesso finiamo per vederne solo alcune. Sono quelle che ci appaiono per prime. E che corrispondono meglio alle nostre aspettative, così come sono state intercettate dagli algoritmi che selezionano, personalizzandoli, i risultati di ricerca.

E ancora. Il non tornare mai sui propri passi e (appunto) il non cambiare opinione sono generalmente apprezzati come segni di coerenza e di rigore. E in effetti lo sono.

Ma, ripetiamolo: può succedere a tutti di fare una valutazione sballata, e di prendere conseguenti decisioni che si rivelano, nel tempo, catastrofiche. Eppure, perfino in quei casi c’è la tendenza a non ricredersi, e a perseverare nell’errore. Anzi, ad accrescerlo via via. Questa tendenza si chiama intensificazione dell’impegno (escalation of commitment). È stata ampiamente studiata e può avere effetti devastanti negli ambiti più diversi, dall’impresa alla finanza, dalle relazioni familiari a quelle tra i paesi.

Infine: un’infinità di studi ci dice che, quando una persona ha un’opinione radicata, ogni energico tentativo di contrastarla per fargliela cambiare, anche presentandole dati in apparenza incontrovertibili, è interpretato come un’aggressione. E non fa che rafforzare ulteriormente quell’opinione.

Farsene una ragione
Eppure le cose non funzionano sempre così. In certi casi noi cambiamo effettivamente opinione. Lo facciamo anche molto in fretta, e anche in modo radicale, ma per motivi non immediatamente intuibili.

Un ottimo articolo sul sito della Bbc offre un esempio e una spiegazione interessante. Ecco di che si tratta: siamo a San Francisco, e l’amministrazione decide di proibire l’uso delle bottiglie di plastica, anche se i dati dicono che molti cittadini sono contrari. Appena un giorno dopo l’introduzione del divieto, però, l’orientamento dell’opinione pubblica risulta già profondamente cambiato, e molto più favorevole.

Come si è potuto modificare, in un singolo giorno, l’atteggiamento di tante persone?

In sostanza succede che, quando non abbiamo vie d’uscita, tendiamo “a farcene una ragione”. Secondo Kristin Laurin, la ricercatrice che esamina il caso, noi “razionalizziamo le situazioni in cui ci sentiamo privi di alternative, o intrappolati. È come se liberassimo spazio mentale per andare avanti con le nostre vite. È una specie di ‘sistema immunitario psicologico’”.

Laurin segnala che un analogo cambiamento d’opinione si verifica quando nell’Ontario si proibisce di fumare in alcuni spazi esterni: i fumatori addirittura riaggiustano le loro memorie del passato per convincersi che, dopotutto, non si tratta di un divieto così pesante, e che raramente hanno fumato in quegli spazi che ora sono vietati.

Di tutto ciò chi governa potrebbe tener conto, quando esita nell’introdurre misure sociali virtuose per il solo motivo che al momento appaiono troppo impopolari. Le cose potrebbero cambiare molto in fretta.

Un eccellente articolo su Scientific American, intitolato “How political opinions change”, aggiunge un elemento in più. E sostiene che anche le opinioni politiche possono facilmente modificarsi. Il “trucco” per incoraggiare le persone ad avere una mente più aperta è tanto semplice quanto sorprendente. Si tratta di far credere alle persone che l’opinione opposta alla loro “sia già la loro”.

Tutto ciò si basa su un fenomeno scoperto nel 2005 da un gruppo di ricercatori svedesi, e noto come cecità alla scelta (choice blindness). Qui un video della Bbc mostra il primo esperimento.

L’esistenza di una cecità alla scelta è stata validata da molti studi. In sostanza, è stato chiesto alle singole persone quale fosse la loro opinione in una varietà di campi, dalle scelte finanziarie al gusto preferito di marmellata.

In seguito, alle stesse persone è stata presentata, come se fosse stata espressa da loro, un’opinione diversa da quella effettivamente dichiarata. Sorprendentemente, “la maggior parte delle persone” ha riconosciuto quell’opinione come propria, procedendo senza alcun problema a motivarla.

L’esperimento è stato replicato anche a proposito delle opinioni politiche su argomenti divisivi. Per esempio, l’applicazione di una tassa sui beni di consumo per contrastare il riscaldamento climatico. Anche in questo caso, ai partecipanti è stato offerto un “falso” riscontro delle loro scelte. Poi, gli è stato chiesto di motivare quella “falsa” scelta. Anche in questo caso, i ricercatori hanno registrato drastici cambiamenti di opinione. Per esempio, chi si era in precedenza pronunciato a favore di una tassa sul clima, si è trovato, in seguito al falso riscontro e senza neanche accorgersene, a spiegare i “suoi” motivi di contrarietà a quella tassa.

Questo, spiegano i ricercatori, succede “perché le persone si ritrovano libere dai condizionamenti della posizione che ritenevano di avere, e aperte a considerare i vantaggi della posizione alternativa” (e anche, sospetto, perché si sentono tenute a sostenere quella che immaginano “sia già” la loro opinione. Quella su cui si sono, nella loro percezione, già impegnate davanti al ricercatore).

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In sintesi: anche se facciamo di tutto per preservarle a oltranza, le nostre opinioni sono molto meno solide di quanto immaginiamo. Risultano, invece, liquide, nel momento in cui cambiarle ci risulta, in termini di benessere emotivo, molto meno costoso che mantenerle.

Risultano anche liquide (fino all’evaporazione!) quando non ci sentiamo chiamati a difenderle per motivi identitari.

E sono, con un po’ di accortezza e di faccia tosta, facilmente manipolabili.

Tutto ciò potrebbe suggerirci due cose.

La prima: potremmo essere un po’ più aperti, e più disponibili a cambiare consapevolmente opinione, quando nuovi dati, nuovi eventi, nuovi contesti ci suggeriscono di farlo. La coerenza è senza dubbio un valore, ma un po’ di flessibilità ci aiuta ad adattarci meglio. Ad affrontare in modo più creativo e produttivo i cambiamenti. Quindi, a gestire meglio l’incertezza del presente e le sfide del futuro.

La seconda cosa: dovremmo stare attenti a chi ci presenta una prospettiva, o un’alternativa, del tutto inedita sostenendo che “se ne era parlato già in passato”. Che già avevamo espresso un consenso, esplicito o implicito. E che si tratta esattamente di quanto volevamo o desideravamo.

Forse è vero. E forse non lo è.