23 febbraio 2021 12:26

Questo articolo parla di cooperazione. Il tema è non solo interessante, ma cruciale. Devo però avvertirvi da subito che lo prenderò un po’ alla larga.

Vorrei provare, infatti, a separare l’idea stessa che comunemente abbiamo di “cooperazione” dalla glassa di buonismo zuccheroso e di stucchevole condiscendenza che a volte la ricopre. E che ne maschera l’essenza più solida, permanente e fondamentale.

Dunque, mettetevi comodi.

“In una prospettiva evoluzionistica, la cosa più notevole della società umana è la molteplicità delle forme di cooperazione”, scrive lo psicologo Michael Tomasello in una citatissima ricerca di pochi anni fa. Per sottolineare questa peculiarità, Tomasello impiega una definizione assai suggestiva: dice che noi umani siamo una specie ultrasociale.

L’ultrasocialità appartiene ai pochissimi esseri viventi che praticano una complessa divisione del lavoro e una estrema specializzazione dei ruoli: oltre a noi, si comporta in modo ultrasociale solo qualche specie di insetti, come le formiche.

Questa contiguità comportamentale può forse stupirci, dato che dalle formiche siamo piuttosto diversi. Ma non deve certo offenderci, specie se consideriamo che il successo evolutivo delle formiche, in termini di diffusione della specie nel pianeta, è almeno paragonabile al nostro.

In natura la competizione, e la conseguente vittoria del più forte, non è l’unica soluzione possibile e prevista

Noi parliamo di cooperazione quando diversi soggetti uniscono i loro sforzi per raggiungere un risultato condiviso. Troviamo tracce rudimentali di questo comportamento anche negli animali superiori, dagli elefanti ad alcune specie di uccelli. In particolare, nelle grandi scimmie.

Ma, appunto, si tratta di tracce, perché di norma il risultato riguarda il procurarsi cibo. Noi e le formiche, invece, cooperiamo anche per coltivarcelo, il cibo. E per costruire, secondo i casi, formicai, o villaggi e città.

Resta comunque rilevante il fatto che sappiano cooperare non solo gli esseri umani e le formiche, ma anche altri animali superiori. E che scelgano di farlo.

Vuol dire che in natura la competizione, e la conseguente vittoria del più forte, non è l’unica soluzione possibile e prevista. Questa, almeno, è la posizione di uno straordinario etologo e primatologo olandese come Frans de Waal.

Tra l’altro: le descrizioni che de Waal ci offre di come i bonobo, beati loro, risolvono i conflitti attraverso il sesso scintillano di intelligenza e humor.

Poiché condivido la simpatia di de Waal per questi scimpanzé pacifici e aggraziati, aggiungo qualche altra informazione che li riguarda: i bonobo (nome scientifico: Pan paniscus) sono nostri antenati neanche tanto remoti. Si sono separati da noi solo qualche milione di anni fa. Insieme agli scimpanzé comuni, i bonobo sono gli esseri viventi con cui condividiamo la maggior percentuale di patrimonio genetico. Vivono in comunità matriarcali. Si trovano sulle rive del fiume Congo e sono catalogati tra le specie a rischio di estinzione.

Il bonobo forse più famoso al mondo si chiama Kanzi. Ha da poco compiuto quarant’anni, è nato in cattività, abita all’università della Georgia, capisce centinaia di parole inglesi e comunica con gli umani usando una tastiera contenente 256 lessigrammi, che lui sa anche unire in sequenze. Cioè, in semplici frasi.

De Waal ha dedicato un’intera vita a studiare come si sviluppa la cooperazione tra gli animali, e in particolare tra i bonobo. Di tutto questo dà conto in una Ted Conference di qualche anno fa, che vi invito a guardare perché contiene diversi filmati incantevoli, e un’idea forte.

De Waal dimostra che, se un bonobo è nella condizione di poter aiutare un altro a procurarsi del cibo, lo aiuta, anche senza ottenere niente in cambio. E dimostra (questo è ancora più interessante) che se due bonobo svolgono lo stesso compito, pretendono di essere ricompensati allo stesso modo dal ricercatore.

A partire da queste evidenze, de Waal afferma che noi esseri umani, proprio come i nostri cugini bonobo, siamo naturalmente empatici e portati a cooperare. Con i bonobo condividiamo i pilastri della moralità: il primo pilastro è la reciprocità, che ci porta ad apprezzare i comportamenti che sono giusti e imparziali.

Il secondo pilastro è l’empatia, che ci guida a comprendere i sentimenti dell’altro e a essere compassionevoli.

Michael Tomasello dirige il Mark Plank Institute a Lipsia. Studia il modo in cui la capacità di cooperare di noi esseri umani si è evoluta, modificandosi e accrescendosi. E diventando qualitativamente diversa da quella dei nostri più prossimi cugini.

Tomasello confronta il comportamento dei primati con quello dei bambini, anche molto piccoli. E scopre una cosa importante: gli esseri umani sanno cooperare non solo unendo gli sforzi per ottenere un risultato materiale e condiviso, ma anche condividendo informazioni ed esperienze.

È un livello di cooperazione superiore, che nemmeno gli amichevoli, intelligenti bonobo praticano. I bambini imparano a cooperare attraverso l’interazione sociale. Cominciano molto presto: a un anno circa di età. E sono propensi a cooperare perfino quando l’unica ricompensa è il piacere per aver cooperato.

Insieme è meglio
Ripetiamolo: a fare la differenza è proprio questa attitudine degli esseri umani a informare altri esseri umani su cose che potrebbero essere utili o interessanti per loro. Il salto di qualità potrebbe essere avvenuto circa un milione e mezzo di anni fa, nel Pleistocene, quando, a causa dei cambiamenti climatici, saper collaborare efficacemente per procurarsi cibo a sufficienza è diventato cruciale. Così, a sopravvivere sono stati non gli individui più aggressivi, ma i più collaborativi. E così noi esseri umani abbiamo, per dirla così, addomesticato noi stessi, abituandoci a metterci d’accordo non solo per fare le cose insieme, ma per farle meglio insieme.

Gli esseri umani, dice Tomasello, “capiscono intuitivamente ciò che sta pensando un’altra persona e agiscono per un obiettivo comune”. Questa capacità cognitiva “ha lanciato la nostra specie sulla sua straordinaria traiettoria. Ha forgiato linguaggio, strumenti e culture”.

Abbiamo così incentivato noi stessi a cooperare formulando complessi sistemi di norme sociali. Di credenze. Di riti, di convenzioni, di leggi. E quella straordinaria forma di cooperazione tra generazioni che è la creazione di una cultura condivisa e trasmissibile.

Per questo, sostiene Tomasello, ancora oggi “le nostre menti sono il prodotto di un’intelligenza competitiva e una saggezza cooperativa, e il nostro comportamento è una combinazione di amore fraterno e ostilità verso chi ci appare estraneo”.

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In questa prospettiva, il fatto che comunque competiamo o combattiamo, che possiamo essere violenti o avere pregiudizi nei confronti degli estranei non va certo sottostimato. Tuttavia, resta il fatto che i nostri tratti emergenti, come specie diversa da ogni altra, sono la generosità e la fiducia reciproca.

Del resto, è dimostrato che sì, singoli individui egoisti possono prevalere su singoli altruisti, ma è ugualmente dimostrato che i gruppi altruisti prevalgono sui gruppi egoisti. E già Charles Darwin nel 1871 l’aveva intuito, scrivendo dell’immenso vantaggio che, rispetto agli altri, ottiene il gruppo i cui appartenenti hanno un più alto standard di moralità.

In sostanza, senza la spinta evolutiva a cooperare, e fragili come siamo, forse ci saremmo, come specie, già estinti. Di certo non avremmo saputo trarre innumerevoli benefici collettivi dalle altrettanto innumerevoli intuizioni della creatività individuale.

Potrebbe forse bastare questo, se solo ne fossimo più consapevoli, a convincerci che, senza cooperazione, non c’è futuro.