10 ottobre 2002 17:24

Resto ferma sulle posizioni espresse nella mia dichiarazione giurata e ho scontato la condanna che mi ha imposto la Corte suprema. Si sbaglia chi pensa che la punizione per il mio presunto “crimine” siano stati un giorno di carcere e una multa di duemila rupie. La punizione è cominciata più di un anno fa, quando mi è stato intimato di comparire in tribunale per un’accusa ridicola che secondo la stessa Corte suprema non avrebbe mai dovuto essere presa in considerazione. In India è noto che, per quanto riguarda il sistema giudiziario, il processo fa parte della punizione.

Ho trascorso una notte in carcere, cercando di decidere se pagare la multa o scontare la condanna a tre mesi. Il fatto di aver pagato la multa non significa che io abbia chiesto scusa o accettato la sentenza. Ho deciso che pagare la multa fosse la cosa giusta da fare perché ho chiarito il discorso che cercavo di far passare. Insistere oltre avrebbe significato erigermi a martire di una causa che non è solo mia. È compito della stampa indipendente proteggere i confini di questa libertà messa in pericolo dalla legge sull’oltraggio alla corte. Spero che la battaglia prosegua.

Il cammino dell’arte

Se così non fosse, vorrebbe dire che nell’ultimo anno ho combattuto solo per la mia dignità personale, per il mio diritto, come cittadina indiana, di guardare in faccia la Corte suprema e dire: “Rivendico il diritto di commentare e criticare l’operato della Corte”. Sarebbe un risultato molto più modesto di quello che spero sia l’obiettivo di questa battaglia. Lasciate che vi legga cosa dichiarò un po’ di tempo fa, in un discorso pubblico, un ex ministro della Giustizia: “La Corte suprema, composta di elementi della classe dominante, aveva palesi simpatie per i ricchi, ovvero i proprietari terrieri. Nella Corte suprema hanno trovato rifugio elementi antisociali - persone che non rispettano la Legge sulla regolamentazione del commercio estero, mariti che bruciano le mogli e un’intera massa di reazionari”.

In questo caso la Corte ha giudicato lecita la dichiarazione del ministro della Giustizia perché “la critica del sistema giudiziario era espressa da un cittadino che aveva fatto parte dell’Alta corte e che all’epoca era ministro”. Ma poi prosegue dicendo che “non si può permettere a tutti i cittadini di commentare la condotta della Corte in nome di giuste critiche che, se non verificate, danneggerebbero l’istituzione stessa”. In altre parole, l’oltraggio è determinato non da ciò che si dice né la sua correttezza o giustificazione, ma da chi lo dice. Dunque, l’affermazione espressa all’inizio della sentenza - “Chiunque sia la persona, qualunque sia il suo grado, nessuno è al di sopra della legge indipendentemente da quanto possa essere ricco e potente” - è contraddetta dalla stessa sentenza.

Voglio ribadire la mia ferma convinzione che la Corta suprema dell’India è un’istituzione importante che ha emesso alcune sentenze illuminate. Il fatto che un individuo la critichi non implica in alcun modo che stia minando l’intera istituzione. Significa invece che ha a cuore questa società e che si preoccupa del ruolo e dell’efficienza di questa istituzione. Oggi la Corte suprema prende decisioni che, nel bene o nel male, si ripercuotono sulla vita di milioni di cittadini. Negare, a eccezione di un club esclusivo di “esperti”, la possibilità di commenti e critiche su questa istituzione, con il rischio di essere incriminati per oltraggio, sarebbe deleterio per i principi democratici su cui si basa la nostra Costituzione. In India la magistratura è forse l’istituzione più potente e, come il presidente della Corte suprema ha recentemente lasciato intendere, quella che risponde di meno del proprio operato. In realtà i commenti e le critiche dei cittadini sono l’unico modo per richiamare questa istituzione alle sue responsabilità. Se si negasse anche questo diritto, si esporrebbe il paese al pericolo della tirannia giudiziaria.

Sono anche rimasta sconcertata dal passaggio della sentenza dove si afferma: “(…) mostrando la magnanimità della Legge, tenendo conto che il convenuto è una donna e sperando che nella sua mente si facciano strada maggior senno e giudizio (…)”. Certamente le donne possono fare a meno di questo tipo di discriminazione al contrario.

Per finire voglio evidenziare che la sentenza parla di me come di una persona che si è allontanata “dal cammino sul quale procedeva contribuendo all’arte e alla letteratura”. Spero non significhi che, d’ora in poi, per stabilire il giusto cammino dell’arte e della letteratura gli scrittori debbano guardare, al di sopra di ogni altra cosa, alla Corte suprema indiana.

Traduzione di Nazzareno Mataldi

Internazionale, numero 428, 10 ottobre 2002