Lavoro per un’azienda che concede pochissimi giorni di malattia e di ferie. Ero vicino alla fine dell’anno e avevo già chiesto un periodo di vacanza per le feste e comprato i biglietti aerei, perciò mi restava solo un giorno di cui usufruire.
Ho preso un leggero raffreddore, ma ho tenuto duro e sono andato al lavoro perché volevo evitare di usare il mio ultimo giorno, nel caso ci fosse stata una vera emergenza. Però i miei starnuti e colpi di tosse hanno suscitato sguardi irritati, e un collega ha cominciato a passare davanti alla mia scrivania tenendosi un fazzoletto sul viso.
Ok, messaggio ricevuto, forte e chiaro. Non è educato da parte mia rischiare di far ammalare i colleghi. Ma davvero non potevo permettermi di prendere giorni non retribuiti (negli Stati Uniti non esiste una legge federale che impone al datore di lavoro il congedo retribuito per malattia, e spesso malattia e ferie sono equiparate). Cosa avrei dovuto fare in quella situazione: mettere a rischio i colleghi o mettere a rischio le mie finanze?–Lettera firmata
Ecco cosa ne pensa il dottor Appiah: quando hai il raffreddore, e anche per qualche giorno dopo la scomparsa dei sintomi, dovresti tenere a portata di mano del disinfettante per le mani e usarlo regolarmente prima di toccare qualsiasi cosa in ufficio. E dovresti evitare di starnutire senza coprirti la bocca.
Queste due cose ridurranno significativamente la probabilità di trasmettere un virus (ho studiato medicina per otto mesi, questo e Google mi rendono un esperto in materia). Dal punto di vista etico, dovresti adottare misure ragionevoli per evitare di contagiare i colleghi, e restare a casa è un buon modo per farlo.
Non è solo questione di buone maniere (come suggerisce il tuo uso della parola “educato”). Risparmiare i giorni di malattia come fai tu è egoistico, anche se comprensibile. Certo, la politica della tua azienda andrebbe ripensata. Tanto per cominciare, potrebbe essere un pessimo affare. Se le persone vanno al lavoro quando sono contagiose, si ammaleranno più dipendenti rispetto a quanto accadrebbe con una politica più generosa. Questo significa che più persone lavoreranno peggio di come potrebbero, con una riduzione della produttività.
Per capire quale sarebbe il risultato netto bisognerebbe saperne di più, ma una politica avara sui giorni di malattia potrebbe avere costi maggiori per l’azienda di una più generosa, che renderebbe l’ufficio un luogo più sano. Naturalmente, la tua azienda dovrebbe pensare alla salute dei lavoratori per il loro interesse, non solo in termini di costi e produttività. Forse dovresti suggerire che rivedano la questione da entrambe le prospettive.
Siamo i nuovi psichiatri di una clinica in un quartiere disagiato e ci troviamo ad affrontare un conflitto etico. Le compagnie assicurative richiedono “autorizzazioni preventive”, con moduli lunghissimi che, assurdamente, vengono accettati solo via fax, oppure con telefonate interminabili, altrimenti non coprono i farmaci più nuovi e costosi.
Passiamo ore a combattere contro le pratiche assicurative discriminatorie, ore che potremmo impiegare in modo più utile fornendo cure psichiatriche a pazienti che non possono riceverle altrove a causa della grave carenza di servizi.
Per i medici le autorizzazioni preventive rappresentano un incentivo perverso a cambiare le prescrizioni pur di non sprecare ore con la burocrazia. Dobbiamo prescrivere farmaci a basso costo ma meno efficaci o con forti effetti collaterali per evitare le autorizzazioni preventive e poter visitare più pazienti? Oppure dobbiamo fare pressione per ottenere i farmaci migliori per un numero ristretto di pazienti e lasciarne altri senza assistenza?–Clinica per i disturbi bipolari, dipartimento di psichiatria, facoltà di medicina dell’università della Pennsylvania
La scelta che vi impongono le compagnie assicurative è veramente odiosa. Da un lato, potete dare a ogni paziente quello che ritenete migliore per lui o per lei. Dall’altro, potete curare un numero maggiore di pazienti, ma senza fare quel che è meglio per ciascuno di loro. Però odiosa non significa irrisolvibile.
Il dovere fondamentale di un medico è nei confronti del paziente che sta curando in quel momento. È a questo che hanno diritto i pazienti. Quindi, solo la prima opzione è accettabile. Provate a immaginare come vi sentireste, da pazienti, se il medico di fatto vi dicesse: “Ti prescriverò una medicina con forti effetti collaterali, invece di un farmaco senza controindicazioni, così riesco a visitare anche un altro paziente”.
Si potrebbe obiettare che ho appena enunciato un principio in contrasto con la pratica del triage al pronto soccorso. In quei casi, in un certo senso, non ricevete la migliore assistenza possibile – cioè un’assistenza immediata – perché il medico deve prima occuparsi di un paziente che sta peggio di voi. Ma nel triage si tratta di un trattamento ritardato, non di un trattamento inferiore. Naturalmente, a volte un ritardo equivale a una cattiva assistenza: per la vittima di un incidente, per esempio. Ma se tu fossi uno dei due feriti, il medico potrebbe dirti: “Ti darò le cure che chiedi, ma prima devo occuparmi di chi ha più bisogno di te.” Queste parole non ti renderebbero felice, ma capiresti.
Qui entra in gioco una divisione del lavoro tra la prospettiva del singolo medico, leale a ogni singolo paziente, e la prospettiva della sanità pubblica, che può scegliere di sacrificare gli interessi dei singoli per massimizzare il benessere dell’intera popolazione. È scandaloso, dal punto di vista della salute pubblica, non avere le risorse per rispondere ai legittimi bisogni di tutti i pazienti. Tu e i tuoi colleghi, con tutto quello che sapete, dovreste fare pressione sulle autorità pubbliche e sui rappresentanti politici dando voce alle vostre preoccupazioni. Ma in ultima analisi questo è un nostro problema – un problema della società – e non solo vostro.
(Traduzione di Gigi Cavallo)
Il consulente etico è una rubrica del New York Times Magazine su come comportarsi di fronte a un dilemma morale. Qui ci sono tutte le puntate.
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