Bruxelles, 19 giugno 2017. (Jasper Juinen, Bloomberg/Getty Images)

La Brexit e il Medio Oriente si preparano a svolte cruciali

Bruxelles, 19 giugno 2017. (Jasper Juinen, Bloomberg/Getty Images)
04 dicembre 2017 11:07

I prossimi giorni saranno molto importanti, per l’Europa come per il Medio Oriente. In Europa dovremmo scoprire se il Regno Unito e l’Ue hanno trovato un accordo sulle condizioni finanziarie e giuridiche della loro separazione.

Se sarà così, il vertice europeo della prossima settimana aprirà la seconda fase del negoziato sul divorzio, la fase più importante perché verterebbe sulla natura dei rapporti futuri tra Londra e l’Europa unita.

Tutto dipenderà dai britannici, che dovranno scegliere tra due status molto diversi, quello “norvegese” o quello “canadese”. Nel primo caso il Regno Unito avrebbe con l’Ue gli stessi rapporti della Norvegia, dell’Islanda e del piccolo Lichtenstein, che hanno un accesso pieno al mercato europeo perché ne accettano le regole anche se non hanno voce in capitolo sul processo decisionale. In questo modo i britannici dovrebbero adeguarsi alla legislazione dell’Unione europea senza poter avere alcun ruolo nella creazione delle leggi. Sarebbe abbastanza paradossale.

Scelte reversibili
Lo status “canadese”, invece, in base al quale il Regno Unito sarebbe solo un partner commerciale estraneo all’Unione quanto lo è il Canada, comporterebbe anni di negoziati prima di poter raggiungere un trattato accettabile da entrambe le parti. Per i britannici, che hanno un enorme bisogno del mercato europeo, sarebbe un percorso molto lungo.

La scelta sarà difficile, talmente difficile che un sondaggio pubblicato il 3 dicembre indica che la metà dei sudditi della regina sarebbe favorevole a un nuovo referendum, e Tony Blair ha dichiarato che “la Brexit è reversibile”.

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Ma passiamo al Medio Oriente, dove la situazione è in continua evoluzione. Le cose stanno cambiando in Yemen, dove l’ex presidente Saleh ha appena rotto con i ribelli houthi, alleati dell’Iran, scegliendo di aprire la porta all’Arabia Saudita, che combatte i ribelli da oltre tre anni a colpi di bombardamenti aerei. Riyadh e le monarchie sunnite ottengono così un grande risultato contro gli iraniani. Inoltre, altro colpo di scena improvviso, le stesse monarchie saudite sembrano volersi riavvicinare al Qatar, paese a cui avevano imposto un blocco economico accusandolo di avere rapporti troppo stretti con Teheran.

Il 4 dicembre l’emiro del Qatar dovrebbe partecipare a un vertice del consiglio di cooperazione del Golfo. Si tratterebbe quanto meno di un segno di distensione, proprio mentre Macron si prepara a visitare l’emirato il 7 dicembre. Il presidente francese ha ottimi rapporti con Doha, così come con l’Arabia Saudita. L’Iran, chiaramente, non uscirebbe rafforzato da questi cambiamenti.

Infine c’è Gerusalemme, città che in settimana Donald Trump potrebbe riconoscere ufficialmente (ma non è ancora sicuro) come capitale di Israele. Inutile dirlo, sarebbe come accendere una miccia in una polveriera.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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