20 novembre 2015 17:13

Una settimana dopo il 13 novembre, insieme all’orrore e a una guerra che avanza verso l’Europa, vediamo alzarsi anche un muro di incomprensioni. Dato che le analisi a caldo servono a poco, si può approfittare delle riflessioni e dei libri su Medio Oriente e islam di studiosi francesi che da molti anni si sono occupati – e anche preoccupati – della situazione in Francia e hanno denunciato la pericolosità delle sue posizioni. Se il terrore è nato in Francia con la rivoluzione, perché non provare a farlo finire lì?

“Che cosa è il terrorismo? Chi lo definisce? E in che modo? I combattenti dell’African national congress sudafricano sono terroristi come sostenevano Ronald Reagan e Margaret Thatcher? E i palestinesi? Nel corso della storia, coloro che hanno utilizzato questo termine hanno partecipato alla sua evoluzione. Spesso, l’obiettivo era quello di screditare il ‘nemico’ ed è sempre comunque servito a squalificare una causa e a impedire ogni riflessione”.

Cosa si intende con “terrorismo”

Queste domande sono state formulate dallo storico Henry Laurens, professore del Collège de France, grande studioso della storia del Medio Oriente; il suo libro in quattro volumi La question de Palestine I-IV è un opera fondamentale.

Laurens spiega che il “terrore” nato insieme alla rivoluzione francese è stato per un secolo uno strumento usato dallo stato per spaventare la popolazione. Quando un secolo dopo lo spirito rivoluzionario si sposta dall’Europa verso le sue colonie, il “terrorismo” è legato alle lotte di emancipazione contro il dominio coloniale.

Tra le due guerre si sviluppa invece l’antiterrorismo, in continuità con l’apparato giuridico dello stato di emergenza che “postula che l’illegittimità di una violenza corrisponde all’illegittimità della causa”. Laurens ricorda anche che l’antiterrorismo discende storicamente dalla lotta contro la pirateria. I corsari erano legittimi, perché gestiti dagli stati, mentre i pirati rappresentavano i barbari.

Quest’accenno storico permette a Laurens di affermare che nonostante “il gruppo Stato islamico sia così abominevole”, l’accusa di terrorismo sembra inadeguata (ma non quella di crimine contro l’umanità).

Il gruppo dei jihadisti dello Stato islamico riprende il modello della guerra rivoluzionaria portata avanti durante la seconda guerra mondiale in Cina e poi in Indocina: si distruggono con la violenza i simboli espliciti o impliciti del nemico e si agisce con l’intimidazione e l’offerta di protezione, con servizi alle popolazioni abbandonate. Allo stesso tempo, si offre un riferimento potente, ieri la liberazione nazionale e la rivoluzione, oggi il califfato.

Il jihadismo internazionale, nato come risposta sunnita radicale alla rivoluzione iraniana del 1979, si è così presentato in riposta ai sovietici in Afghanistan:

Bin Laden si è ispirato alla teoria ‘guevarista’ del focolare rivoluzionario da moltiplicare ovunque per disperdere e sfinire le forze imperialiste. Dopo l’11 settembre, il jihadismo ha saputo estendersi dal Pakistan fino al Mediterraneo ‘con un sistema che riesce a coniugare un reclutamento in zone rurali con quelle delle ‘periferie dell’islam’, cioè i musulmani che vivono nei paesi occidentali e spesso si sono convertiti da poco.

Il sociologo Farhad Khosrokhavar, professore all’École des hautes études en sciences sociales di Parigi, nel 2015 ha pubblicato un libro importante, Radicalisation, dopo avere condotto una ricerca sul campo negli ultimi tre anni all’interno delle prigioni francesi.

Un jihadismo europeo

Khosrokhavar individua due gruppi di aspiranti jihadisti: “Il primo gruppo è costituito dai giovani esclusi che hanno interiorizzato l’odio della società e si sentono profondamente vittime, ‘i disaffiliati’”. L’adesione all’islam radicale è un modo per “sacralizzare il loro odio e legittimarlo, giustificando la loro aggressività”. Il secondo gruppo, del tutto differente, riguarda i giovani della classe media, che non hanno provato l’odio della società, vivono in quartieri tranquilli e non hanno la fedina penale sporca: “Loro vogliono aiutare i loro ‘fratelli di fede’ e sono animati da un romanticismo ingenuo. Il loro impegno corrisponde a una sorta di prova personale, un rito di passaggio alla vita adulta per postadolescenti, e soprattutto per quanto riguarda le ragazze e coloro che si sono convertiti”.

Un altro punto in comune della radicalizzazione è l’ossessione per la fama: Mohamed Merah (che sparò a militari musulmani e a una scuola ebraica nel 2012) portava una telecamera al collo per filmarsi mentre uccideva le sue vittime, i fratelli Kouachi (gli assassini di Charlie Hebdo) volevano essere filmati.

“I mezzi d’informazione, soprattutto la televisione”, spiega Khosrokhavar, “giocano un ruolo essenziale. C’è un’identità terrorista – jihadista o come quella di Breivik in Norvegia – che si declina ormai sotto una forma inscindibile dalla sua messa in immagine”.

Nella classe media, sono la rete, gli “amici” e i video su internet che nutrono la radicalizzazione. Esiste anche una volontà di rottura con il mondo familiare dell’individualismo. Il sociologo ha anche accennato a un aspetto fondamentale del nuovo jihadismo alla francese: la sua componente femminile.

Secondo il politologo Olivier Roy, invece, autore di Santa ignoranza, si può capire il reclutamento dei jihadisti guardando alle sparatorie del liceo di Columbine del 1999. Sono gli stessi giovani che si perdono nella violenza autodistruttrice. In oriente come in occidente esiste una gioventù affascinata dal nichilismo suicida: “L’islam offre una dimensione globale, anche un po’ mistica, un nome alla causa”.

In un articolo del 2014, Roy spiegava anche che l’islam è “l’unica causa sul mercato”: “Vogliamo vedere solo le differenze e non i punti in comune, e preferiamo rinchiuderci in una lettura manichea del mondo musulmano. Tutti questi conflitti sono invece il sintomo di uno stesso crollo culturale”.

Un jihadismo “aiutato” dalla repressione delle primavere arabe

Il professore di scienze politiche Jean-Pierre Filiu, ha scritto un libro anch’esso letto oggi come premonitore, From deep state to Islamic state, in cui spiega che le autocrazie di Siria, Egitto e Yemen hanno distrutto le rivolte democratiche delle primavere arabe usando le forze dei servizi e degli agenti di sicurezza interne al deep state (lo stato profondo) contro le opposizioni e favorendo le bande di strada (i baltaguiyya in Egitto) e le squadre della morte (i shabbiha in Siria) per imporre la loro volontà. Il politologo, specialista della Siria, avverte dall’inizio della guerra in Siria che l’occidente – e la Francia – hanno partecipato alla crescita dell’Is non appoggiando le forze democratiche ribelli che si opponevano ad Assad, e “lasciando campo libero al mostro”.

Smettiamo di parlare di terrorismo e antiterrorismo come di forze antagoniste tra loro, o non si riuscirà mai a comprendere la discesa agli inferi inflitta dai moderni tiranni alle loro società. Se guardiamo il ‘decennio nero’ algerino scopriamo che non c’è nulla di ‘nuovo’. La ferocia dei regimi pronti a sacrificare la loro popolazione per assicurare la sopravvivenza della loro casta ha trovato nella barbarie del gruppo Stato islamico un equivalente ai loro orrori che non potrà essere limitato al solo mondo arabo.

Tutte queste analisi sono state scritte prima degli attacchi di Parigi. Offrono spunti per capire la violenza che scuote la Francia. Gli aggressori non vogliono solo impedirci di continuare con il nostro “modo di vivere” – una lettura degli eventi che riduce la cultura francese al divertimento, ai caffè e allo champagne, una visione da “un americano a Parigi” che dimentica i quindici anni di guerra in Medio Oriente e la profonda crisi sociale e di definizione della cittadinanza della società francese.

Chiaramente, questi studiosi ed esperti del mondo arabo non ricevono ascolto da un governo francese che ha cominciato a lanciare bombe; allo stesso modo si pubblicano comunicati stampa utili solo alle pubbliche relazioni, si colpiscono i civili, siriani, e si continua con la violenza cieca ad alimentare l’immagine di una Francia ipocrita, e non perché beve champagne, ma perché è entrata nella logica della vendetta prima di provare a capire che cosa non ha funzionato in casa sua.