16 febbraio 2021 12:06

La richiesta palestinese è stata accolta dalla Corte penale internazionale (Cpi): il tribunale con sede all’Aja potrà indagare nei territori occupati da Israele dal 1967. La giustizia internazionale è l’ultima speranza per un popolo che subisce quotidianamente violazioni dei propri diritti. Questa decisione è anche la conferma che gli Stati Uniti non sono più interlocutori dei palestinesi, e l’ultima possibilità per la Corte – e per i 123 paesi che la sostengono – di dimostrare che può lavorare con indipendenza, nonostante le enormi pressioni politiche.

Venerdì 4 febbraio Fatou Bensouda, la procuratrice capo della Cpi, ha confermato, dopo avere ricevuto la notifica positiva della prima camera preliminare, che il tribunale può avvalersi della piena giurisdizione per indagare la “situazione in Palestina”, cioè i possibili crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi nei territori occupati da Israele dal 1967: Striscia di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est. La coraggiosa procuratrice gambiana è finita così sulla copertina di molti giornali arabi.

Per l’esercito israeliano e per il governo di Benjamin Netanyahu è una notizia bomba. Lo racconta Gideon Levy in un articolo pubblicato su Haaretz e tradotto sul sito di Internazionale, e lo conferma il fatto che Netanyahu, in pieno shabat, ha pubblicato un video in cui definisce la decisione della Corte un atto di “puro antisemitismo”, equiparando così una notifica di diritto internazionale pronunciata da tre giudici internazionali all’incitazione all’odio razziale.

Per i palestinesi che lavorano da anni per questo obiettivo è una vittoria amara, ma importante: senza prospettive di pace, i palestinesi scommettono sulla giustizia internazionale e confermano che non si aspettano più nulla dagli Stati Uniti, il loro interlocutore privilegiato per decenni.

Per la Cpi, nata con il Trattato di Roma entrato in vigore nel 2002, questa mossa della procuratrice Bensouda è un salto nel vuoto: se il tribunale non riuscirà a portare a termine le indagini annunciate, la sua credibilità, indebolita dalla pesante accusa di perseguire solo presunti crimini nei paesi africani, potrebbe risultare definitivamente incrinata.

Un sollievo per i palestinesi
L’ong Al Haq a Ramallah è la più longeva organizzazione palestinese che si occupa di diritti umani. Dal 1979 indaga e documenta violazioni e abusi. Al telefono, uno dei suoi ricercatori più esperti e specialista di giustizia internazionale, Michael Kearney, commenta la decisione della Cpi: “La Corte ha sempre risposto alle sollecitazioni degli stati membri, e non poteva ignorare la richiesta palestinese. Già nel 2009 i palestinesi, con Al Haq in testa, hanno chiesto un’indagine. Nel 2015 l’assemblea dell’Onu ha riconosciuto la Palestina come stato osservatore, e dal nostro punto di vista non c’era neanche bisogno di chiedere un’ulteriore notifica”.

La questione della giurisdizione della Cpi rilancia de facto il dibattito sullo stato palestinese e le sue frontiere. Tuttavia, continua Kearney: “Essere palestinese significa vivere continue violazioni dei diritti, e questa decisione, anche se tardiva, non può che rappresentare un sollievo per i palestinesi. Se al momento non abbiamo sufficienti assicurazioni che la Corte sarà in grado di indagare veramente, è certamente una grande notizia sul lungo periodo”.

La questione della giurisdizione della Cpi rilancia de facto il dibattito sullo stato palestinese e le sue frontiere

Tutti i rappresentanti politici palestinesi in Cisgiordania e a Gaza hanno accolto la notizia come un passo storico. Il primo ministro dell’Autorità palestinese, Mohammed Shtayyeh, la considera un “messaggio per i responsabili dei crimini di guerra, che non la faranno franca”.

Hamas, che governa la Striscia di Gaza, ha dichiarato in un comunicato che “il passo è importante” aggiungendo che il prossimo sarà quello di “portare veramente i criminali di guerra israeliani davanti ai tribunali internazionali”. Questa posizione di Hamas potrebbe essere a doppio taglio, secondo il professore di giustizia criminale della Soas, Kevin John Heller: “Da un punto di vista giuridico, Fatou Bensouda potrebbe anche perseguire gli attacchi deliberati di Hamas contro i civili israeliani”. Questi attacchi sono più facili da documentare e costituiscono crimini di guerra secondo la giurisprudenza della Corte.

I crimini dell’occupazione
La principale indagine nei confronti di Israele riguarda l’offensiva militare contro Gaza del 2014. Nel 2015 era stata avviata un’indagine preliminare riguardante le accuse di crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi durante l’operazione Margine di protezione, lanciata da Israele sulla Striscia. La guerra aveva causato 2.200 morti tra i palestinesi, di cui 1.500 civili secondo le Nazioni Unite, e 73 morti tra gli israeliani, di cui 67 soldati.

Gli altri punti riguardano i crimini dovuti all’occupazione. Per le organizzazioni che lavorano sul campo, come il gruppo di prigionieri palestinesi Al Asir, la decisione della Cpi permette di affrontare la questione della tortura dei palestinesi nelle carceri israeliane, inclusi i maltrattamenti dei prigionieri e delle loro famiglie, e la negligenza medica che ha portato alla morte di alcuni di loro. Ma soprattutto, ricorda Al Awsat, si potranno indagare i crimini legati alle attività degli insediamenti, comprese le costruzioni illegali in terra palestinese, e il terrore esercitato dai coloni, che ha causato la morte di numerosi civili palestinesi.

Il ruolo dell’Unione europea
Il 4 febbraio la Corte ha anche riconosciuto l’ugandese Dominic Ongwen colpevole di crimini di guerra e contro l’umanità, commessi quando era un comandante dell’Esercito di resistenza del Signore (Lra), la milizia guidata da Joseph Kony. A differenza della notizia relativa alla Palestina, questa è stata accolta favorevolmente dagli Stati Uniti, sottolinea Michael Kearney: “Perché quando i palestinesi si rivolgono al diritto internazionale, e si muovono pacificamente per ottenere giustizia, i grandi paesi liberali li condannano?”. Nei giorni successivi all’annuncio della Cpi, Canada, Germania e Australia hanno fatto dichiarazioni con cui si dissociano dalla decisione.

“Sono membri della Corte fin dall’inizio”, commenta Kearney, “ciò significa che se la procuratrice lancia un mandato d’arresto contro un criminale israeliano o palestinese questi paesi hanno l’obbligo di detenere ed estradare” il sospetto all’Aja. I loro commenti vanno anche contro il principio che i paesi della Corte devono “rispettare l’indipendenza del procuratore”.

Quando a marzo dello scorso anno Fatou Bensouda ha lanciato un’investigazione sul comportamento dei soldati statunitensi in Afghanistan, l’amministrazione Trump ha imposto pesanti sanzioni contro di lei e un componente della sua squadra, congelando i loro averi negli Stati Uniti e vietandogli l’ingresso nel paese. Se 123 paesi hanno ratificato il trattato di Roma, rifiutano la sua giurisdizione Israele e Stati Uniti, così come Cina, India, Iraq, Qatar, Libia e Russia.

L’Unione europea, che ha fortemente sostenuto la Corte e ha accolto favorevolmente l’annuncio di Bensouda, deve fare di più per assicurare l’indipendenza della procuratrice, o abbandonare definitivamente qualsiasi retorica legata al suo attaccamento alla giustizia internazionale.

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