L. a Milano, nel 2016.

La storia del bambino che ama vestirsi di rosa

L. a Milano, nel 2016.
12 ottobre 2016 11:00

Cosa c’è di scandaloso se un bambino vuole mettersi un vestito da femmina? Se ama il rosa, lo smalto e La bella addormentata? Chi ha stabilito che tutto questo è da femmina? E quando è successo?

Qualche giorno fa, Camilla ha deciso di raccontare la storia di suo figlio, Mio figlio in rosa.

L. ha otto anni e i suoi vestiti preferiti sono rosa. Sembra perfino bizzarro che sia necessario giustificare questa preferenza, visto che il rosa non è connotato intrinsecamente come tipico o esclusivo di un genere – proprio come alcuni tratti caratteriali, considerati come femminili o maschili, sono il risultato di processi storici e culturali, mutevoli e casuali. Eppure, un bambino che ama il rosa e La sirenetta suscita sorpresa, prese in giro e condanne. Per qualcuno dovrebbe essere addirittura “aggiustato” a forza di magliette blu e giocattoli da piccolo Schwarzenegger.

Chiedo a Camilla perché ha deciso di raccontare. “Da quando mi sono resa conto che non era una fase – o che, se lo era, era molto strutturata – ho sempre cercato storie come la mia. Possibile che ci sia solo lui?. L. è sempre stato così. Al nido pensavo fosse un comportamento passeggero. Fin da allora ho cercato di evitargli difficoltà, immaginavo le reazioni degli altri. Avevo parlato con le maestre. Avevo portato un vestitino perché voleva metterselo. C’era l’angolo dei travestimenti e avevo detto alle maestre di lasciare che scegliesse se e quando indossarlo. Le maestre sono state molto disponibili. Se notate qualcosa di strano, gli avevo detto, una tristezza o una malinconia, ditemelo. Hanno sempre sdrammatizzato. Io non sono preoccupata, L. è un bambino sano e allegro, ma voglio sapere se è a disagio e voglio avere gli strumenti per aiutarlo. Alla fine dell’anno, una maestra mi ha chiamato in disparte e mi ha consigliato di ‘andare da uno bravo’. Si è giustificata dicendo che alla materna sarebbe stato un inferno per L. Ero sbalordita. Mi dici una cosa del genere proprio l’ultimo giorno? Due anni di nido e aspetti l’ultimo momento per parlarmi dell’imminente inferno destinato a L.?”.

Alle bambine che scelgono giochi da maschi va sicuramente meglio che ai bambini che vogliono fare cose da femmina

Dopo il “consiglio” della maestra di cercare uno psicoterapeuta dell’età evolutiva – perché “tuo figlio ha un problema, basta assecondarlo con le principesse e i vestitini, comincia a comprargli macchinine e trattori!” – Camilla cerca uno psicoterapeuta infantile.

“Non ha detto ‘così lo raddrizziamo’ ma il concetto era quello”.

Come il rosa, i trattori giocattolo (e pure quelli veri, a pensarci bene) non sono intrinsecamente da maschi. Come non lo sono le macchinine o le costruzioni. Qualche mese fa ho ascoltato Massimo Gandolfini, promotore del Family day, dire che ci sono dei giochi da femmina e dei giochi da maschi, tondi i primi, squadrati i secondi. Il tutto giustificato dai nostri geni. Insomma, uno stereotipo di genere giustificato da un ingenuo determinismo genetico, un ennesimo strumento per trasformare differenze occasionali in leggi di natura.

Se un adulto è convinto che ci siano colori da femmina e colori da maschi, verrebbe da dire che il problema è il suo e non di chi sceglie liberamente il colore che preferisce. Non mi ricordo questa ossessione quando ero piccola. Forse è colpa di Lady Oscar se non ho mai giocato con le bambole (gli ossessionati del gender farebbero causa alla sua autrice Riyoko Ikeda). Ma alle bambine che scelgono giochi “da maschi” o vogliono vestirsi senza il rosa va sicuramente meglio che ai bambini che vogliono fare “cose da femmina”. Anche questo è uno stereotipo di genere difficile da demolire. “Fare la femminuccia” è un insulto peggiore di “fare il maschiaccio”, no?

“Questa visione maschio/femmina è più strutturata ultimamente: è il risultato di un connubio di consumismo e sfruttamento degli stereotipi di genere”, continua Camilla. “In più, la diagnosi prenatale ha esasperato questa contrapposizione. Già prima di nascere si prepara la cameretta rosa o azzurra, il lettino da femmina o da maschio. Si vende di più sfruttando questa visione binaria”.

Dopo il consiglio della maestra, Camilla torna a casa stravolta. “Anche altre persone mi davano consigli simili. ‘Perché deve sempre guardare Cenerentola o La sirenetta?’. ‘E perché no?’, rispondevo io. ‘Saranno affari suoi cosa vuole guardare? E i vostri figli che guardano solo sparatorie e morti ammazzati? Quelle sono cose da maschi?’. Comunque ho chiamato una psicologa dell’infanzia e sono andata a parlarci. Dopo averle raccontato le ragioni per cui ero lì, mi ha domandato: ‘Lei che rapporto ha con l’omosessualità?’. Io le ho detto: ‘Nessuno, nel senso che per me ognuno fa quello che vuole’. Se penso a mio figlio, mi preoccupo solo per il contesto sociale ancora rigido, soprattutto qui. Avrà una vita più difficile, ma magari se ne andrà a Londra o a New York. È incredibile che la psicoterapeuta non sembrasse al corrente dell’identità di genere, non l’ha nemmeno nominata. Sono tornata a casa pensando: ‘Avrò un figlio gay’. Ma non ero convinta. Continuavo a cercare, e dopo avere cercato in italiano ‘bambino che vuole essere una bambina’ senza che venisse fuori nulla, ho provato in inglese. Mi si è aperto un mondo. Ho letto molte storie simili a quella di L”.

C’è la storia di Valentijn De Hing, per esempio, o quella di Corey Maison. O, ancora, la furiosa discussione sui bagni, divisi seguendo quella visione binaria – bagni da maschi, bagni da femmina (a parte quello di Ally McBeal e poche altre eccezioni) – che tuttavia non corrisponde a una realtà meno semplicistica e che mal si adatta a una simile semplificazione. Sei anni fa, però, se ne parlava meno di oggi.

“Non fare la femminuccia”
“Ho una figlia di 13 anni e un altro figlio di sette. La grande ha sempre fatto il maschiaccio e nessuno ha mai avuto nulla da ridire. Quando andiamo a comprare i vestiti, lei va nel reparto da maschi, L. in quello da femmina e il più piccolo mi dice: ‘Per fortuna mamma ci sono io!’. Ci scherziamo spesso. Nessuno storce il naso se mia figlia va nel reparto da maschi, ma L. ogni volta lo acchiappano e lo dirigono nel reparto ‘giusto’. Ora ha i capelli lunghi e abbiamo risolto il problema. Pensano che sia femmina. Ci siamo anche fatti furbi e non ci chiamiamo. Ci siamo scocciati di giustificarci e lui è affaticato. Abbiamo questo tacito accordo di non chiamarci per nome e lasciamo che gli altri credano quello che vogliono. Altrimenti tutte le volte dovevamo sorbirci questa cantilena: ‘Anche da maschio ci sono cose carine’. E L. rispondeva: ‘Ma a me piacciono quelle da femmina. Sono più belle e più colorate’. Che poi ha pure ragione, o no? A volte riuscivamo ad arrivare fino alla cassa. Magari L. aveva scelto tre magliette ‘da maschio’ e due ‘da femmina’, e la cassiera doveva dire la sua: ‘Sicuro?’”.

Deve essere davvero una noia tremenda ripetere e ripetere spiegazioni già non dovute la prima volta. E immaginiamo che peso per un bambino di otto anni sentirsi dire le stesse scemenze centinaia di volte. L. non vuole altro che potersi vestire come vuole, vedere i cartoni che preferisce e giocare con i giochi con cui ha voglia di giocare. Perché dovrebbe giustificarsi per questo?

L. si riferisce a sé sempre al maschile. E se gli chiedi ‘Ti senti maschio o femmina?’, risponde: ‘Io mi sento io’

“Quando ho cominciato a leggere le storie dei pink boys, mi sembrava di leggere della nostra famiglia. Una fotocopia. Continuavo a chiedermi com’era possibile che qui non ce ne fosse nessuno. Quando ho letto che la disforia di genere è nel Dsm, il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, mi è preso un colpo. Mio figlio non ha niente che non va. Però almeno, ho pensato, se è considerato un disturbo ci sarà qualcuno che ha portato il figlio a curarsi. Non ho trovato nessuno. Ne ho sentito la mancanza. I genitori, in Inghilterra o negli Stati Uniti, si incontravano e parlavano. Gli ho scritto e sono sempre stati molto disponibili con me e stupiti che qui non se ne parlasse. È lì che ho cominciato a pensare di raccontare la nostra storia, ma non avevo ancora le idee abbastanza chiare e L. era ancora piccolo. Non volevo costringerlo in un ruolo”.

L’unica cosa giusta che la prima psicologa aveva detto, ricorda Camilla, riguardava la voglia di attirare l’attenzione vestendosi da principessa o in modo stravagante. Le ha consigliato di non dargli troppa attenzione e di non enfatizzare. “Lascialo fare ma non accentuare con commenti o apprezzamenti”.

Ma non era per niente facile. “L. era così felice! È complicato mediare. Pensi che sia un gioco. E poi perché vestirsi da Robin Hood va bene e da principessa no? L. è egocentrico. Quando c’è, lo devono sapere tutti. Ho ascoltato quel consiglio, pensando che magari avrebbe perso interesse. Ma non è cambiato nulla”.

La stanza di L.

Camilla ha avuto delle fasi. Leggeva, parlava, cercava, poi le veniva l’ansia e si fermava per qualche mese. Lasciava sedimentare. “L. è molto intelligente e ha già capito come difendersi e comportarsi per non avere troppe scocciature. Durante le vacanze è sempre femmina – una mia amica mi ha detto che era ovvio perché, diversamente da quando è a scuola, in vacanza è rilassato e fa quello che vuole. L. comunque si riferisce a sé sempre al maschile. E se gli chiedi ‘Ti senti maschio o femmina?’, L. risponde: ‘Io mi sento io’”.

Ecco come P.J., otto anni, aveva risposto alla giornalista del New York Times Ruth Padawer: “I don’t want to be a girl. I just want to wear girl stuff. I want to be who I am!” (Non voglio essere una bambina. Voglio solo mettere vestiti da bambina. Io voglio essere come sono).

Posso diventare buddista?
“Un giorno è arrivata mia figlia e mi ha chiesto: ‘Posso diventare buddista?’. Poi è arrivato L. e mi ha chiesto: ‘Posso diventare femmina?’. Ho risposto a tutti e due: ‘Ragazzi, con calma!’. Poi ho spiegato a L. che era ancora troppo piccolo, che per ora poteva fare quello che voleva, e che poi quando sarebbe stato più grande, se quello era quello che voleva, lo avremmo affrontato. A settembre me lo chiede sempre”.

L’anno scorso Camilla si è rivolta all’ambulatorio di Careggi per la disforia di genere.

E ha telefonato a una psicologa, Jiska Ristori. Ristori collabora con Alessandra Fisher, endocrinologa, e Davide Dèttore, un altro psicologo.

Ristori collabora anche con l’ospedale di Amsterdam, che qualche anno fa ha cominciato a trattare i bambini con i bloccanti ipotalamici – ne avevo parlato con lo psicologo Luca Chianura.

“Ho chiesto a L. se voleva andarci a parlare. Questa specialista, gli ho spiegato, si occupa di bambini confusi e li aiuta ad affrontare gli altri. ‘Tu non fai niente di male ma gli altri spesso non capiscono’. Erano le 10 di sera e L. mi ha chiesto: ‘Possiamo andare subito?’. Gli ho promesso che l’avremmo chiamata il mattino seguente. Siamo andati nell’ambulatorio perché non avevo voglia di portarlo in ospedale e farlo sentire malato”.

La dottoressa ha sottoposto L. a test e colloqui e ha detto a Camilla che non c’era una disforia di genere, ma una fluidità di genere. Una realtà talmente in divenire e con pochi esempi e statistiche, che la cosa più saggia da fare era stare a vedere cosa sarebbe successo. Ciò che però bisognava fare, nel frattempo, era proteggere L. dalle ossessioni altrui (leggere soprattutto il paragrafo di Anna Bianchi Dealing with my fear: “Turning to face my own discomfort meant first of all excavating and owning my prejudice” (Affrontare il mio disagio ha voluto dire innanzitutto analizzare e ammettere il mio pregiudizio).

Quando può fare quello che vuole è più felice e sereno. A scuola o altrove può esporsi a rischi e a commenti che possono ferirlo

A casa e in vacanza, cioè in luoghi non ostili, L. è molto più rilassato perché ha meno persone intorno che fanno domande aggressive o se la prendono con le sue magliette rosa.

“L’anno scorso siamo stati per un mese da mia sorella a Valencia. ‘Se vuoi puoi essere femmina’, ho detto a L. ‘Ma no, dai’, mi ha risposto. Poi il giorno prima di partire mi ha detto che aveva qualcosa da chiedermi all’orecchio. ‘Ti ricordi quello che mi avevi detto un po’ di tempo fa?’. ‘Quello della femmina?’. ‘Sì, va bene’. Quando può fare quello che vuole è più felice e molto più sereno. A scuola o altrove può esporsi a rischi e a molti commenti che possono ferirlo. Ieri, per esempio, stavo ascoltando i bambini che giocavano a calcio. Alcuni sono così abituati agli automatismi che, nonostante gli sforzi, è difficile rimuovere l’identificazione ‘maglietta rosa = femmina’. L. giocava e al fratello gli dicono: ‘Tu sei in squadra con tua sorella’. Nessuno dice nulla. Poi si correggono: ‘Tua sorella, no cioè tua fratella’. Perfino il mio iPhone ha due cartelle separate, L. maschio e L. femmina. Io ho quattro figli!”.

Quanto è radicato il pensiero binario! Anche l’idea che ci siano due sessi è una semplificazione che può diventare rischiosa. Non è così semplice come ci piacerebbe pensare nemmeno sul piano biologico. Figuriamoci con i vestiti e le nostre preferenze. E le parrucche? Basta spostarsi nel tempo e nello spazio per capire che la gonna o i capelli lunghi sono sintomi occasionali e mutevoli. Se arrivasse un nobile francese del settecento con i boccoli e gli strati di seta, lo interneremmo?

Camilla ricorda il destino di alcune donne nell’entroterra albanese. Se il primogenito non è un maschio, ce lo fanno diventare. A me viene in mente Creatura di sabbia dello scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun. L’elenco potrebbe essere molto lungo.

L’inferno sono gli altri
L., com’è evidente, è accolto e protetto a casa sua. Ma fuori? E a scuola? “La sua difficoltà sono gli altri. Se lo scambiano per una femmina in modo ingenuo e senza cattiveria non gli importa. Le prese in giro però a volte sono davvero faticose. A fine anno era così stanco da non poterne più. Cercava protezione. Gli veniva da piangere. Che fare? Siamo andate a parlare con la psicologa insieme alla maestra. Le ha spiegato un po’ di cose e come proteggere L. senza metterlo ulteriormente in difficoltà. Deve essere sempre mio figlio a mediare. Ogni tanto ho pensato se parlare con gli altri genitori. Ma ho paura di opprimerlo con ancora più attenzione. È un equilibrio molto faticoso quello tra la cura e la sua libertà. La psicologa ha detto di chiedere a L. se voleva venire a parlare con lei. E lui mi ha detto: ‘Mamma, ma io non ho nessun problema a vestirmi di rosa, sono gli altri che devono andare dalla psicologa’. A sette anni”.

A sette anni. La psicologa ha invitato Camilla a partire dal presupposto che L. è sereno, ha le idee chiare e sa difendersi. Ha un buon rapporto con gli adulti ed è molto equilibrato. “Ha un carattere a volte tremendo, ma è una sua risorsa. È forte, è bello – e lo so che è brutto da dire, ma anche questo lo aiuta. Non gli piace sbottare. A un certo punto però non ne può proprio più”. È però allo stesso tempo fragile e ci rimane molto male quando non si sente accettato o viene preso in giro con malanimo.

Insomma, nonostante L. abbia le spalle coperte, l’ostilità dell’esterno a volte è difficile da gestire. Ma non è qualcosa che si può eliminare o, peggio, far finta che un tempo fosse tutto più facile, perché non sarebbe che una forma di pessimismo nostalgico. Gli idioti sono sempre esistiti e ci saranno sempre. Se non era per la maglietta rosa, sarebbe stato per altro. Perché sei troppo grasso o troppo basso, perché hai gli occhiali o l’apparecchio, perché hai la mamma brutta o il giubbotto sbagliato. Qualcosa si trova sempre. E forse è più saggio rinforzare il nostro carattere piuttosto che illudersi di costruire o di vivere in un mondo asettico e ideale.

“Io cerco di non intervenire per non rischiare di esasperare la percezione di una ‘stranezza’. L’anno scorso però un bambino stava esagerando e gli ho chiesto quale fosse il problema. Non ho resistito e gli ho chiesto: ‘Sai cos’è la libertà? Qualcuno viene a dirti come vestirti? O come ti sei pettinato? Perché L. non può fare quello che vuole? Non ti ha fatto nulla, non ti ha insultato, state giocando. Ha la maglietta rosa e allora?’. L. è scoppiato a piangere. Mi sono chiesta se devo intervenire più spesso. È pesante per lui starsi sempre a difendere da solo”.

Difendersi per cosa poi? “Eravamo in montagna e L. si presenta con una tuta fucsia – io non l’avrei messa manco a una figlia femmina! A L. non piacciono solo le cose da femmina, ma le cose esagerate! Però dice: ‘A me piacciono’. Lo lascio fare. Anche se per me è assurdo quel colore così sgargiante, perché dovrei obbligarlo a fare qualcosa che non vuole o impedirgli di vestirsi come gli piace?”.

È più rischioso parlarne o tacere?
“È stato lui. Io ci avevo pensato e avevo scritto qualcosa ad agosto, ma i post erano privati. Non avevo nemmeno il coraggio di dirglielo. Poi un giorno gli ho detto che forse poteva essere utile parlare della nostra famiglia. E lui – avresti dovuto vedere la sua felicità! – mi ha risposto: ‘Subito!, ma quando lo facciamo?’. Era entusiasta. Qui a Firenze c’è una specie di movimento per liberare la poesia. Le scrivono e poi le attaccano sui muri. ‘Possiamo stampare i post e attaccarli su tutti i muri anche noi? Così la gente legge e sa e io posso stare tranquillo e non devo giustificarmi’. ‘Intanto cominciamo con il blog’, gli ho proposto. Era fine agosto, ogni sera mi chiedeva: ‘Allora quando?’”.

L. oggi ha otto anni. Voi quanti ne avete? Quante e quali domande gli fareste? Quanti pregiudizi o categorie rigide e spesso ingenue vi impedirebbero di non giudicare un ragazzino che si veste come pare a lui?

“Un giorno viene una mamma che non lo vedeva da due anni. L. aveva i capelli lunghi. Lo guarda, poi guarda me. ‘Ma è una femmina?’, mi chiede. E io, che prevedevo una reazione simile, le rispondo: ‘No guarda, non ancora’. Un’altra volta un ragazzino, come tanti altri, gli ha detto: ‘Hai la maglietta rosa quindi sei una femmina’. E la sorella gli ha risposto: ‘Ma farti gli affari tuoi, no?’. E poi io gli ho chiesto quale fosse il problema. Aveva una maglietta con la scritta sono un genio. ‘Senti, ma ti pare di essere un genio?’. È scoppiato a ridere e ha smesso di prenderlo in giro. Un’altra volta, era ancora all’asilo, mi ha chiesto: ‘Mamma, hai preso l’ombrello?’. ‘Ma c’è il sole!’, è intervenuta la sorella. ‘Dicevo quello parasole’. ‘Mamma, ci manca solo che usciamo con lui e il parasole. Io cambio famiglia!’. Alcuni hanno anche da ridire sul fatto di scherzarci. Se avessi piagnucolato ‘Oddio, come faccio?’ forse sarebbero stati più soddisfatti. Per certe persone è come se io sottovalutassi o non mi rendessi conto. Io non voglio appesantire mio figlio. E poi sono tutti psicologi! Tutti sanno come risolvere il problema. L. ha il coraggio di uscire come gli pare. Di nuovo, il problema è degli altri. Finché non facciamo nulla di male a chi dobbiamo rendere conto? Ho sempre pensato che dopo otto ore di scuola mi sparerei piuttosto di essere trascinata a fare sport, violino, ginnastica… Se i miei figli vogliono giocare in piazza, li lascio fare. ‘Ma che sport fanno? Come nessuno sport?!’. Io cerco di lasciarli liberi, per quanto possibile e rispetto alle loro età”.

Essere sempre convinti di saperla lunga è una patologia diffusa e difficile da curare. È un ingrediente fondamentale di quella ingenua e prepotente visione secondo la quale siamo esperti in qualsiasi settore e, quindi, siamo autorizzati a “consigliare” chi non ci ha mai chiesto un parere. Abbiamo la strafottenza di suggerire, insistere, ammonire. Siamo così occupati a vestirci da brave infermiere da non accorgerci che le scuole elementari sono finite da molti anni.

“L. è una realtà in divenire. Poi chissà. Non è predefinito. Io cerco di permettergli di evolvere senza caricarlo. E senza farlo sentire in difetto”.

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