Nel più bel film italiano sulla scuola, Bianca di Nanni Moretti, all’inizio c’è una scena in cui il protagonista Michele Apicella si rivolge a Bianca, dicendole: “Io lo so che tipo è lei: ha il suo macellaio di fiducia, che le tiene i pezzi migliori…”. “Perché, c’è qualcosa di male?”. “E certo che c’è, se ci vado io, poi mi prendo i pezzi peggiori!…”.

Lo spirito della riforma che Matteo Renzi ha ripresentato ieri, per la decima, undicesima volta dal suo insediamento, sta un po’ tutto qui.

In questa ennesima bozza (questa è la volta del disegno di legge), la constatazione amara che ci sono modelli formativi di serie A e modelli formativi di serie B – si tratti di scuole o di università – non è più un problema da risolvere, ma una soluzione.

Il non troppo nuovo progetto – mica poche le somiglianze con il disegno legge Aprea del governo Berlusconi – non ha più il suo cardine nell’assunzione dei precari.

Notare: nelle precedenti conferenze stampa il numero dei futuri assunti era di 150mila, ieri si è detto centomila, e c’è da scommetterci che dall’iter parlamentare (”ah! le opposizioni maramalde che si sono opposte al nostro disegno di legge!”, si griderà per l’unica riforma che non è passata a botte di decreti legge e fiducie) si arriverà, vedrete, a 50mila unità, cioè una cifra praticamente identica alle assunzioni che avvengono ogni anno.

Inoltre non si capisce ancora, dalle parole enfatiche di Renzi e della ministra Stefania Giannini in conferenza stampa, qual è il progetto educativo legato a quest’idea dell’“organico funzionale”, che continua a somigliare, slide alla mano, a una vasta milizia di tappabuchi non formati che dovrebbero a loro volta formare in modo iperqualificato.

Non si capisce perché chi per esempio ha vinto un concorso per insegnare latino e greco debba – o, soprattutto, sappia – formare i suoi colleghi, potenziare le competenze linguistiche, sviluppare le competenze digitali degli studenti, incrementare la scuola-lavoro: queste sono le abilità richieste, per esempio, a questo fantomatico “organico funzionale”.

Sembra una riforma tutta improntata sull’innovazione, sul merito: ogni volta in queste conferenze stampa è tutto un luccichio di concetti fraintesi. Bisognerebbe fare un lungo studio per esempio su come il concetto autocontradditorio, diseducativo di meritocrazia sia diventato un principio educativo cardinale. E vedremo come dopo la distruzione delle università – divise ormai tra poli di reale formazione e parcheggi per prossimi disoccupati e precari – questa riforma sposterà il tema dell’inclusione sociale e della uguaglianza formale ancora più in basso anagraficamente. Ha vinto di fatto il modello delle scuole paritarie, del privato – come si dice – “d’eccellenza”.

Ma l’accento più forte nella conferenza stampa di ieri è stato posto sull’autonomia scolastica. Mentre – come testimoniato dal suo addetto stampa Filippo Sensi – Renzi teneva sul tavolo questa vignetta di Charlie Brown, le sue parole scorrevano in senso tutto opposto.

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E in nome di quest’altro plastismo che è ormai diventata l’espressione “autonomia scolastica”, si sdoganava la possibilità dei dirigenti scolastici di assumere i docenti per chiamata diretta, di “formarsi una loro squadra” confrontando curriculum e andandosi evidentemente a capare i pezzi migliori, come nel film di Moretti.

Alla faccia dell’uguaglianza, dell’inclusione sociale, delle enormi divaricazioni tra le scuole a seconda della regione o della città o del quartiere. A chi già in queste ore faceva notare questo rischio, la deputata Malpezzi (tra gli autori del disegno di legge) rispondeva con ingenuità al limite della malafede.

Le agenzie hanno parlato di presidi che potranno scegliersi le loro squadre di prof. Un passo verso la chiamata diretta?

Non si tratta assolutamente di chiamata diretta: i docenti, che saranno inseriti in albi territoriali, avranno tutti un posto di lavoro ma dall’esame dei curricula i dirigenti potranno assumere quelli con le competenze più adatte alle realtà scolastiche e territoriali di arrivo.

I curricula dei docenti saranno, però, anche a disposizione delle famiglie. Non pensa che questo potrà dare adito a inferenze sbagliate sulla loro professionalità? Verosimilmente, le prime cose che saranno messe sotto la lente di ingrandimento saranno i voti di laurea o di abilitazione.

Mi auguro proprio di no! L’abilità di un docente non si valuta sulle sue conoscenze, che sono già ampiamente certificate, ma sul processo complessivo di crescita che egli attua nel corso della sua carriera. Si deve, cioè, caso mai guardare a quanto e come si aggiorna. Sarebbe un bel guaio se un genitore si fermasse al voto di diploma o di laurea! Bisogna valutare il profilo complessivo, insisto.

In questo mondo orwelliano, in cui le parole significano il loro opposto, la distorsione dell’idea di autonomia scolastica in una specie di franchising è veramente un triste paradosso.

Perché se è vero che ogni scuola ha una sua storia, legata al territorio eccetera, l’esito della riforma Renzi (se si mettono in conto anche gli sgravi fiscali per le paritarie, il 5 per mille che si può destinare alla scuola) sembra quello di assecondare qualche cattiva tendenza della scuola italiana: di pensare una scuola competitiva nel senso peggiore del termine, e soprattutto di creare una scuola customizzata, a misura dei genitori, cioè di coloro che giustamente pensano che tutti i figli sono uguali, ma i loro figli sono un po’ più uguali degli altri.

Cosa finirà per succedere al sistema scolastico italiano? Le scuole migliori potranno valersi dei docenti più preparati, con curriculum migliori eccetera, le scuole più svantaggiate dovranno accontentarsi degli scarti. Senza calcolare, nell’ovvia discrezionalità di queste scelte, i pericoli di affiliazione, clientelismo, raccomandazioni eccetera.

Ossia: se io dirigente scolastico posso scegliere tra Caio (amico mio) e Sempronio (chi mai l’ha visto e conosciuto), chi chiamerò?

Be’, magari finirò per trovarne uno tipo questo professore di storia: “Un ottimo elemento”.

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