18 novembre 2015 11:02

Anni fa lessi in un libro di Angela Davis, Aboliamo le prigioni? una storia abbastanza incredibile. Nel 1993 il Sudafrica era nel pieno della sua transizione.

Amy Biehl stava accompagnando in auto alcuni amici neri alle loro case di Guguletu quando una folla che scandiva slogan contro i bianchi la aggredì e alcuni giovani la presero a sassate e la pugnalarono a morte. Quattro degli uomini che avevano partecipato all’aggressione furono condannati a diciotto anni di reclusione per il suo omicidio. Nel 1997, Linda e Peter Biehl, i genitori di Amy, decisero di sostenere la domanda di amnistia che quegli uomini avevano presentato alla Commissione sudafricana per la verità e la riconciliazione. I quattro chiesero perdono ai Biehl e furono rilasciati nel luglio 1998. Due di loro – Easy Nofemela e Ntobeko Peni – in seguito conobbero i Biehl, che avevano acconsentito a incontrarli nonostante le molte pressioni contrarie. Nofemela disse che voleva esprimergli il suo dispiacere per aver ucciso la figlia meglio di quanto avesse potuto fare durante le udienze della commissione. ‘So che avete perduto una persona cara’, ha riferito di avergli detto durante quell’incontro. ‘Voglio che mi perdoniate e mi prendiate come vostro figlio’.

I Biehl, che dopo la morte della figlia avevano creato la fondazione Amy Biehl, chiesero a Nofemela e Peni di lavorare nella sezione di Guguletu della fondazione. Nofemela diventò istruttore sportivo nell’ambito di un programma di doposcuola e Peni diventò amministratore. Nel giugno 2002 accompagnarono Linda Biehl a New York, dove, dinanzi all’American family therapy academy, parlarono tutti di riconciliazione e giustizia riparatrice.

In un’intervista al Boston Globe, quando le chiesero cosa provasse nei confronti degli uomini che avevano ucciso sua figlia, Linda Biehl rispose: “Gli voglio molto bene”. Dopo la morte di Peter Biehl nel 2002, Linda acquistò per loro due lotti di terra in memoria del marito, affinché Nofemela e Peni potessero costruirsi una casa.

Nei giorni successivi agli attacchi dell’11 settembre, i Biehl furono invitati a parlare in una sinagoga della loro comunità. Così Peter Biehl raccontò quell’occasione: “Cercammo di spiegare che talvolta conviene tacere e ascoltare cosa hanno da dire gli altri; chiedersi: ‘Perché accadono queste cose orribili?’, anziché limitarsi a reagire”.

L’invocazione del carcere duro e lo spirito vendicativo hanno occupato tutto lo spazio pubblico della giustizia

Viviamo un’epoca in cui il giustizialismo, l’invocazione del carcere duro, lo spirito vendicativo, il populismo penale, il paradigma vittimario hanno occupato tutto lo spazio pubblico della giustizia. In cui spesso, se cerchiamo di far valere la razionalità e uno spirito illuministico che vuole difendere lo stato di diritto di fronte a qualunque reato, riceviamo in risposta l’obiezione: sì, prova a metterti nei panni della madre di quella persona!

Come racconta Angela Davis nel brano citato, ci sono genitori che fanno uno sforzo ulteriore.

Così, anche se sembrano i tempi meno consoni per parlare di riconciliazione e di giustizia riparativa, questo passo necessario va fatto. Perciò la recente pubblicazione di due libri come L’incontro (Il Saggiatore) e Giustizia riparativa (Il Mulino) va salutata come un importante avvenimento culturale.

Il primo – ne ha scritto anche Giuliano Milani qui – è il diario a più voci di sette anni di incontri tra vittime e responsabili della lotta armata: testimonianze di poche righe, riflessioni più approfondite, lunghi saggi di analisi storica che cercano di ricostruire quest’esperienza straordinaria ideata dal gesuita Guido Bertagna con Carlo Maria Martini e coordinata poi insieme al criminologo Adolfo Ceretti e alla giurista Claudia Mazzucato.

Ci sono orfani, vedove, testimoni imbelli di allora, militanti invecchiati e diventati nonni, nomi noti come Agnese Moro o Adriana Faranda, persone che non sono state direttamente implicate, come il costituzionalista Valerio Onida o l’attrice Maddalena Crippa, ma che ci hanno tenuto ad accompagnare questo percorso, e poi molte voci che hanno deciso di rimanere anonime. “Abbiamo avuto acuti. Abbiamo avuto bassi. Semitoni, tutto quello che volete. Alla fine è stato un coro”, si legge nell’Incontro.

È vero che esiste ormai un corpus consistente di testi sulla “notte della repubblica”, anche se parliamo solo di memorialistica, con libri meravigliosi, come il seminale Armi e bagagli del professore di letteratura ex militante delle Brigate rosse Enrico Fenzi (da rileggere, appena ripubblicato dalla neonata casa editrice Egg) o Come mi batte forte il tuo cuore di Benedetta Tobagi. Ma è vero anche che L’incontro rappresenta una svolta radicale e davvero riesce a sostenere, nella bilancia del racconto di quegli anni, quasi da solo il confronto con tutto ciò che è stato scritto finora.

Perché la possibilità che si sono dati i protagonisti di quest’esperienza è di confrontarsi con le persone alle quali avevano procurato un dolore straziante o dalle quali lo avevano ricevuto.

L’ambizione non è quella di creare una memoria condivisa attraverso la giustapposizione di due visioni speculari, contrastive, ma di lasciare che il lettore – come se facesse parte anche lui di questa ricostruzione – trovi i possibili nessi in un racconto che è nei fatti plurale, spesso contraddittorio, ma per la prima volta unitario.

Il modello principale dell’Incontro è stata proprio la Commissione per la verità e la riconciliazione sudafricana, che dal 1995 in poi guidò la transizione dall’apartheid alla democrazia, attraverso una serie di audizioni pubbliche delle vittime e dei responsabili dei crimini commessi da entrambe le parti durante il regime segregazionista. Lo scopo perseguito dagli ispiratori (da Nelson Mandela e Desmond Tutu, tra gli altri) era che questo tribunale portasse, attraverso un processo non violento e un’amnistia, alla conoscenza dei crimini commessi; senza generare – per la nuova democrazia appena nata – una recrudescenza di vendette, e immaginando una nuova comunità nazionale creata da un riconoscimento reciproco e da una giustizia riparativa.

Il nostro sistema penale nasconde un evidente problema, ossia che il carcere è criminogeno

La giustizia riparativa: è un’utopia? Sicuramente è un modello giuridico poco praticato anche nel mondo occidentale, e pochissimo in Italia, nonostante il nostro sistema penale nasconda un evidente problema – ossia che il carcere è criminogeno: il 68,5 per cento delle persone che sconta la sua pena in prigione commette un nuovo reato una volta uscito, a confronto di un 19 per cento di recidiva tra chi non sconta la pena in carcere.

Da questi dati il gruppo che ha redatto Abolire il carcere (Luigi Manconi, Stefano Anastasia,Valentina Calderone, Federica Resta) indicava le diverse possibilità di giustizia alternativa, tra cui quella che nei paesi germanofoni chiamano Täter-Opfer-Ausgleich, “concordato tra l’autore e la vittima”, e che appunto in Germania, in Austria, in Belgio, in Lussemburgo, nei Paesi Bassi e in Francia riesce a garantire risultati molto incoraggianti, a partire dalla giustizia minorile.

Si pratica poco e se ne parla poco; per questo la raccolta dei saggi che s’intitola proprio Giustizia riparativa è preziosa.

Quando gli autori – coordinati da Grazia Mannozzi e Giovanni Angelo Lodigiani – cercano di valorizzare questo modello giuridico, hanno il pregio anche di ricostruirne il contesto storico e di inserire gli esigui esempi italiani all’interno di uno scenario internazionale, e lo fanno sfrondando subito una serie di pregiudizi su questa tradizione giuridica.

Francesco Palazzo, per esempio, sostiene che l’utilitarismo della deterrenza e quello della rieducazione si sono rivelati entrambi un mezzo fallimento: il primo spesso si è tramutato in terrorismo sanzionatorio, il secondo spesso in una solidarietà inefficace per la presa di coscienza e la trasformazione della persona. Invece

il modello della giustizia riparativa ritrova una dimensione di verità nella misura in cui esso presuppone che si riconosca ‘l’altro’, colpevole o vittima, nella concretezza del suo essere, dei suoi bisogni, dei suoi rapporti esistenziali individuali e sociali, tornando a renderlo protagonista – se possibile – della ricomposizione della trama della sua esistenza individuale e sociale.

Ma attenzione: la giustizia riparativa non è un vago perdonismo, un’amnistia morale, una forma di volontariato sociale. Claudia Mazzucato ci tiene a sottolineare le condizioni qualificanti:

L’incontro con i protagonisti (diretti o indiretti) di una vicenda penalmente rilevante; la partecipazione attiva all’incontro; il coinvolgimento volontario e libero di tutte le persone interessate; l’adempimento volontario di attività o impegni nascenti da un accordo che scaturisce, a sua volta, da un incontro libero; la presenza di mediatori/facilitatori imparziali e indipendenti.

Come è chiarissimo a tutti gli autori dell’Incontro e di Giustizia riparativa, qui non è in gioco solo la vicenda dei cosiddetti anni di piombo, né la riforma del sistema penale italiano, ma la possibilità di una rivoluzione culturale profonda, che a partire da biografie singolari possa illuminare diversamente, ricomprendere in una dimensione di senso, anche questioni politiche che ci sembrano inestricabili e inconcepibili.

Nel saggio che fa da postfazione all’Incontro, firmato da Luigi Manconi e Stefano Anastasia, si racconta la storia di Claudia Francardi.

Vedova di un carabiniere ucciso da un diciannovenne mentre effettuava un controllo su un’autovettura dove viaggiavano tre giovani, in località Sorano nella provincia di Grosseto. Oggi quella donna si batte perché Matteo, l’omicida di suo marito, non sconti in carcere la condanna a vent’anni inflittagli. […] La signora Francardi si augura dunque che Matteo possa continuare proficuamente il percorso di ricerca, ripensamento e ricostruzione già intrapreso, usufruendo di misure alternative alla detenzione, magari all’interno di una comunità. È in una comunità, infatti, che la donna lo ha incontrato, iniziando così un rapporto, spesso doloroso e sempre faticoso, con lui e con sua madre, che l’avrebbe portata – nel momento della lettura della sentenza – a ‘piangere per la sofferenza di entrambi’.

Possiamo davvero ipotizzare che siano percorribili queste strade? Mettersi, in quanto carnefici, dalla parte della vittima; mettersi, in quanto vittime, dalla parte del carnefice? Perché questi casi eccezionali, addirittura forse disumani, non potrebbero diventare più comuni? Perché non ci è data l’opzione di rintracciarne l’esemplarità, e spesso assistiamo muti a un desiderio di punizione, anche rispetto agli anni settanta (si pensi al caso di Adriano Sofri o a quello di Sergio D’Elia) che pare non poter contemplare mai un mutamento? Perché pensiamo che la pena debba “infliggere destino” (l’espressione è di Walter Benjamin, citata da Manconi) e non costruire futuro?

Facciamo fatica ad allungare questa serie d’interrogativi che è scandaloso porsi in questi giorni dopo gli attentati di Parigi, in cui sono rari anche i tentativi di analizzare l’ideologia dei terroristi (e sul perché ci sia stata una radicalizzazione fascista dell’islamismo politico, si legga qui un ottimo intervento di Girolamo De Michele). Giorni in cui, invece della ricerca delle cause del terrorismo, delle motivazioni che portano dei ragazzi a diventare assassini feroci, si afferma – senza neanche una lieve ombra di esitazione – una furia di rappresaglia che non vuole nemmeno immaginarsi razionale.

Nella testa degli assassini

Qualche giorno fa su Doppiozero Marco Belpoliti scriveva un pezzo perturbante ma rigorosissimo intitolato “Cosa c’è nella testa degli assassini di Parigi?”. Belpoliti, che ha una lunga frequentazione con questi territori terminali dell’umano (L’età dell’estremismo), ricalca questa domanda su quella che Primo Levi si pone di fronte ai criminali dei lager nazisti, e la rende in questo modo lecita. E per provare ad abbozzare una risposta, cita un libro del 2011 di Murakami Haruki, Underground: qui si racconta l’attentato del 1995 nella metropolitana di Tokyo (12 morti e seimila intossicati), quando un gruppo di una setta religiosa rilasciò del gas nervino in un treno. Le pagine di Underground sono composte da interviste ai sopravvissuti, ma anche agli autori di quell’attentato, in un tentativo, a 15 anni di distanza, di comprendere le due versioni di una tragedia totalmente assurda ai nostri occhi.

Comprendere il terrorismo? Comprendere addirittura i terroristi? Possiamo immaginare un terrorista che cambi idea? Che si convinca che la sua ideologia fanatica sia un macroscopico e tragicissimo errore?

Stiamo scivolando su un campo molto insidioso rispetto alle questioni tecniche che pone il ricorso alla giustizia riparativa. Ma sono digressioni alle quali nessuno degli autori di questi libri si sottrae: ci troviamo indubbiamente in un campo dell’umano che è difficile esplorare, e che preferiamo rimuovere del tutto.

C’è una storia italiana poco conosciuta, quella delle vittime dell’attentato del Natale 1985 all’aeroporto di Fiumicino compiuto da un commando terroristico palestinese legato ad Abu Nidal: ci furono tredici morti e circa cento feriti. Una di loro fu Caterina Brau, che perse una gamba.

Raccontò la sua storia nel 2012 in un’intervista bellissima, pubblicata da Una città. Sul suo attentatore – Khaled Ibrahim Mahmoud, che allora aveva 18 anni, unico sopravvissuto del commando, condannato a 26 anni di carcere che ha finito di scontare pochi anni fa – Brau ha detto:

Quel poveraccio aveva solo diciott’anni. Una storia terribile: aveva perso tutta la famiglia a Sabra e Chatila quand’era ancora un bambino. Se ci pensi, il passaggio tra il suo prima e il suo dopo, quel giorno in cui, a otto anni, è tornato a casa e non ha più trovato i suoi cari, è stato forse peggiore del mio. […] Non è che mi sia indifferente perché ho comunque seguito le sue vicende da lontano, ci ho pensato ogni tanto a come stava, a cosa voleva dire per lui essere l’unico vivo del gruppo, però non ho mai avuto il desiderio di incontrarlo. Credo che sarebbe malsano, per tutti e due; no, non mi piace neanche l’idea. Voglio dire, non lo odio, ma non lo amo neanche. Queste cose all’italiana del perdonismo, del ‘Carramba che sorpresa’, non fanno per me.

Nel 2011 aveva già rilasciato un’altra intervista, toccante e lucida, alla Nuova Sardegna. Ne riporto giusto due risposte.

Qual è il modo giusto di raccontare un episodio drammatico come la strage di Fiumicino?
Forse quello usato da Haruki Murakami nel suo libro Underground, che ricostruisce l’attentato del 1995 nella metropolitana di Tokyo con il gas sarin. È una raccolta di testimonianze di vittime di quell’attacco. Leggendolo hai la percezione di una cosa che si ripete e insieme di una cosa sempre diversa: non c’è nessun tentativo di dare al racconto un significato politico, ma solo la volontà di dare la parola a chi era lì. Così ha dato voce alle testimonianze di vita vissuta, a partire dalla paura che non passa. Finalmente un libro dalla parte delle vittime.

Lei però in tutti questi venticinque anni non ha mai avuto l’atteggiamento da vittima.
Forse non ho mai avuto l’atteggiamento, ma sono stata una vittima. Quando c’è stato l’attentato alle torri gemelle, prima di pensare a chi c’era dietro ho pensato alle vittime, mi sono sentita dalla loro parte. Anche rispetto a Mahmoud, non sono dispiaciuta del fatto che sia uscito dal carcere perché anche lui è prima di tutto una vittima e proprio perché vittima della sua storia ha fatto una scelta mortale per gli altri. Oggi è bello che dica: sono uno stalinista in via di guarigione.