La Buona scuola prepara lavoratori sfruttati e precari

23 febbraio 2016 14:34

La legge 107 – la cosiddetta Buona scuola – non smette di mostrare i suoi effetti problematici. Gli ultimi riguardano le disposizioni sull’alternanza scuola-lavoro, che stanno cominciando a essere operative in questi giorni.

Secondo la guida normativa pubblicata dal ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, gli studenti dei liceo dovranno fare almeno duecento ore nel corso del triennio come attività aggiuntiva, gli studenti dei tecnici e dei professionali almeno quattrocento ore.

In cosa consiste quest’alternanza scuola-lavoro? Il ministero non lo specifica molto bene. Si tratta di svolgere delle ore di lavoro in quelle aziende – iscritte alla camera di commercio – che siano disposte ad accogliere questa massa di centinaia di migliaia di studenti. Con quale scopo?

Quello di “attuare modalità di apprendimento flessibili ed equivalenti sotto il profilo culturale ed educativo, rispetto agli esiti dei percorsi del secondo ciclo, che colleghino sistematicamente la formazione in aula con l’esperienza pratica”, e di “arricchire la formazione acquisita nei percorsi scolastici e formativi con l’acquisizione di competenze spendibili anche nel mercato del lavoro”.

Motivati e non pagati

Già questo linguaggio vaghissimo e aziendalese dovrebbe mettere in allerta. E difatti le proposte che arrivano alle scuole sono le più disparate. Meravigliosi progetti lasciati al volontarismo di chi se ne fa carico, ma anche negozi di abbigliamento che cercano commessi per l’estate, agenzie pubblicitarie che vanno a caccia di volantinatori e uomini sandwich, società di marketing che mettono in piedi opinabili concorsi per insegnare agli studenti a fare storytelling, fino anche alle parrocchie dove imparare a fare l’aiutante della perpetua – come accade nella regione lombarda.

La caratteristica comune di tutti questi progetti, quale ne sia il loro valore formativo – che nessuno (né il ministero né le singole scuole) ovviamente è tenuto a verificare in anticipo – è che gli studenti impegnati in quest’alternanza andranno a lavorare gratis. E lo faranno per un tempo che magari sarà vagamente divertente, o anche interessante, ma alla maggior parte di loro – soprattutto ai liceali – raramente potrà assicurare quell’“acquisizione di competenze da spendere nel mercato del lavoro”.

Mentre per le aziende si tratterà di disporre a getto continuo, durante tutto l’anno scolastico, di una manodopera giovane, generalmente motivata, non pagata.

I nuovi esperti di riferimento del Miur immaginano un mondo in cui la scuola debba formare, di fatto, al precariato e allo sfruttamento.

Ieri si teneva a Milano un convegno organizzato dalla regione Lombardia in cui era previsto l’intervista della ministra Stefania Giannini, e dove si sono decantate le magnifiche sorti e progressive di questo nuovo istituto dell’alternanza scuola-lavoro.

Tra i relatori c’era quella Valentina Aprea che tracciò già sotto l’ultimo governo Berlusconi un disegno di legge con un impianto che poi sarebbe stato recepito in larga misura dalla Buona scuola. E c’era anche Giuseppe Bertagna, professore di pedagogia all’università di Bergamo, di cui vi invito a leggere questa recente intervista per riconoscere l’ideologia che permea l’idea dell’alternanza nella legge 107, a partire da questo passaggio:

Dall’ultimo censimento Unioncamere risultano 117.000 posizioni di lavoro disponibili. Ed economisti e sociologi parlano di mezzo milione di posti scoperti per mancanza di qualificazione. Ma è davvero possibile di questi tempi?

Possibilissimo. Le faccio un esempio. Poco tempo fa un ragazzo camerunense mi ha aiutato a cambiare 50 euro perché mi servivano le monete per il parchimetro. Mi diceva che stava al parcheggio perché non aveva un lavoro. Gli ho detto: te lo trovo io. Avevo sentito di un’azienda che aveva bisogno di un porcaio e ora, infatti, quel ragazzo lavora.

Il punto è quanti ragazzi o quanti dei loro genitori accetterebbero un simile lavoro.

Nessuno lo accetterebbe se si trattasse di attendere ai maiali per tutta la vita. Ma non è un lavoro da disprezzare: si possono apprendere nozioni di biologia, fisiologia. Perché non può far parte di un percorso di studi per diventare veterinario? Si deve accettare l’idea di cambiare lavoro. Eppure è più semplice se il lavoro resta lo stesso per tutta la vita: sindacati, burocrazia e aziende, troppi hanno interesse a mantenere un lavoro ‘per sempre’.

Dietro questa visione si nascondono due bugie: la prima, che i progetti di alternanza scuola-lavoro sono formativi; la seconda, che il progetto pedagogico consiste nel fare il porcaio sottopagato per diventare, magicamente, veterinario, invece di prevedere investimenti in ricerca (come accade appunto in Germania) e in istruzione di alto livello.

I nuovi esperti di riferimento di questo ministero dell’istruzione – che agli occhi della comunità scientifica godono di un’autorevolezza spesso assai mediocre – immaginano un mondo in cui serve sempre meno lavoro, in cui la scuola, non solo quella superiore, debba formare non al lavoro qualificato, ma alla flessibilità, all’adattamento. Di fatto: al precariato e allo sfruttamento.

Cos’altro sono duecento o quattro ore non pagate? Perché lo stesso studente non potrebbe decidere – se vuole rendersi economicamente più autonomo – di svolgere lo stesso lavoro d’estate ma pagato? Perché lo stesso studente non potrebbe decidere di dedicare lo stesso tempo a formarsi sul molto altro su cui spesso la scuola italiana è carente? Perché lo stesso studente non può immaginare di evitare di usare questo tempo per quella che di fatto è un’ulteriore materia curricolare, e invece studiare meglio le materie che fanno parte del corso di studi che ha scelto?

Formazione addio

Se pensiamo alla storia dell’educazione e delle politiche del lavoro in Italia, per esempio a esperienze storiche fondamentali come le 150 ore che furono inaugurate nel 1973 con l’istituzione del contratto nazionale collettivo, non è difficile ammettere che la ratio dell’alternanza scuola-lavoro è davvero l’opposta: non investire nella formazione permanente destinata al mondo del lavoro, ma cercare di trasformare il prima possibile gli studenti in operai disponibili ai cosiddetti McJob, lavori sottopagati e precari, con nessuna possibilità di avanzamento.

Considerate da questa prospettiva, sembrano molto meno casuali le dichiarazioni (o gaffe) che il ministro del lavoro Poletti ha inanellato negli ultimi due anni – da “Un mese di vacanze va bene. Ma non c’è obbligo di farne tre. Magari uno potrebbe essere passato a fare formazione… I miei figli d’estate sono sempre andati al magazzino della frutta a spostare le casse. Sono venuti su normali” a “Prendere 110 e lode a 28 anni non serve a un fico, è meglio prendere 97 a 21”.

Il 22 febbraio davanti alla sede di Assolombardia, dove si svolgeva il convegno della regione Lombardia, c’è stata una manifestazione degli studenti, preceduta da un’aggressione da parte di alcuni fascisti durante un volantinaggio. È evidente che questa battaglia non riguarda solo l’applicazione di questa legge-sgorbio, ma creerà un lungo conflitto tra due ideologie della formazione e del lavoro molto ostili.

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Giovanni De Mauro