08 giugno 2021 16:51

Negli anni coraggiosi delle rassegne cinematografiche simili a maratone, il coraggio mi spinse a vedere la messinscena del Requiem di Mozart girata da Aleksandr Sokurov. Nel film, il regista riprende il coro della filarmonica di San Pietroburgo in movimento, alternando le inquadrature con i volti del pubblico di cui percepiamo sia l’estasi sia il tormento.

Molto si è scritto di Ira di Iosonouncane, e tanti riferimenti sonori – quelli linguistici rientrano in una mappa che si trasforma costantemente, una lingua che si riscrive a ogni ascolto – sono andati alla kosmische musik, alle invenzioni dei Radiohead più orchestrali: io stessa mi sono cullata in questo liquido amniotico di somiglianze. È stato solo dopo molti momenti d’intimità con Ira che ho ripensato al Requiem di Sokurov e il viaggio cosmico ha lasciato il posto all’immersione sacra.


Troppo spesso affidiamo l’idea di sacro al singolo interprete, e non è un caso se Giovanni Lindo Ferretti è il primo nome che si fa nitido nella nebula di una musica che spaventa. Ma la musica sacra si fonda spesso sul coro, su una cooperazione armoniosa e straziante di intenti e visioni, e Ira è un disco basato proprio sul coro.

È uno dei suoi pregi più belli, sia estetici sia formali: in un momento in cui cerchiamo di capire come sgravare il peso dell’io e delle narrazioni in prima persona, arriva un disco che spazza via i codici del viaggio solitario e del trip individuale (rinfocolato da un rinascimento psichedelico sempre meno collettivo) per farci sentire animali, meno dispersi e più connessi, in una colossale mandria.

Questo articolo è uscito sul numero 1412 di Internazionale. Compra questo numero | Abbonati