Leopardi non era pessimista. Quello che sanno (e non sanno) i futuri insegnanti

02 febbraio 2015 10:59

Leopardi usa una sola volta la parola “pessimismo”, nello Zibaldone, e al negativo. Eppure, digitando su Google “Leopardi pessimismo”, escono 683mila risultati. Il primo sito della lista è Wikipedia, il secondo “Tutto Leopardi in 10 pillole”. Tutti gli studenti o quasi sanno che Leopardi attraversa varie “fasi di pessimismo” (quando va bene), o “vari pessimismi” (quando va male, perché “pessimismo” non ammette plurale): individuale, storico, cosmico; seguite (le fasi) da una quarta eventuale, nota solo ai più preparati: quella del “pessimismo eroico”.

Peccato che questa vulgata non sia che il distillato di una tradizione critica ormai assimilata (e propinata) senza più leggere quel che ha scritto Leopardi. L’esigenza (o ossessione) di semplificare e rendere pronto all’uso, spendibile (“in termini di conoscenze, competenze, abilità”, come recitano gli “obiettivi formativi”), ciò che è per sua natura complesso, cioè un testo letterario, ha prodotto una incomprensibile tendenza a prediligere lo studio della “critica”, quella che tecnicamente si chiama “bibliografia secondaria”, rispetto alla lettura diretta dei testi, o “bibliografia primaria”.

Alcuni esiti recenti del concorso di ammissione al Tfa (Tirocinio formativo attivo) sostenuto da coloro che oggi aspirano a una cattedra di italiano nella scuola secondaria superiore possono essere un utile punto di partenza per valutare lo stato della nostra università (e, prima, della scuola superiore medesima) negli ultimi anni.

Si viene così a constatare che persino i laureati in lettere, messi di fronte a una notissima poesia leopardiana (“Alla luna”), sono imbattibili nello snocciolare i tre pessimismi, ma non capiscono il significato letterale dei testi di Leopardi. Non sanno che cosa significano le parole che Leopardi ha messo insieme, andando a capo ogni tanto.

Il componimento è tra i più disgraziati: è in endecasillabi ed è corto. Sedici versi appena. Due in più dei 14 del sonetto, che più o meno tutti conoscono. Così, qualcuno ha scritto che “Alla luna” è un sonetto (ma senza rime); qualche eccellente lo ha definito “sonetto caudato”, per far tornare quei due versi in più. E passi che la metrica sia un territorio sconosciuto.

Ma la poesia “Alla luna” è anche, disgraziatamente, scritta in modo che i periodi che la compongono non siano del tipo “soggetto, verbo, complemento”. Tollerano persino incisi e subordinate. Insomma, per capirla serve leggere e riflettere. Serve anche (meno, però) aver masticato qualche testo dell’epoca di Leopardi, o qualche altro testo di Leopardi: letture che aiuterebbero a capire, per esempio, che in “oh come grato occorre […] il rimembrar delle passate cose” occorre non significa serve, bensì accade, e che dunque “grato occorre” significa risulta gradito. Peraltro, il secondo, meno frequente significato è scritto nel vocabolario, che si può portare all’esame.

Ma il testo è rimasto oscuro, con pochissime eccezioni, agli aspiranti insegnanti italiani, preparatissimi invece sui “tre pessimismi” (con l’appendice del quarto).

Che cosa suggeriscono questi risultati? Intanto, bisogna prendere atto con grande sconforto che le generazioni dell’immediato futuro saranno formate da insegnanti che, pur dovendo insegnare lingua e letteratura italiana, di fronte alla domanda semplice di un allievo interessato, “che cosa significano questi versi?”, potrebbero non saper rispondere (o dare una risposta sbagliata, che è peggio). Da insegnanti che, consci di doversi mettere al riparo da siffatte domande, trascureranno ancor più i testi, assegnando soltanto lo studio dei manuali, dei cappelli introduttivi, degli schemi riassuntivi.

Ma bisogna riconoscere che la colpa non è tutta loro, o non sempre. Che formazione ricevono i futuri formatori? Per iscriversi al Tfa serve una laurea specialistica (magistrale) o una laurea del vecchio ordinamento (quadriennale). Serve un congruo numero di “crediti formativi universitari” (cioè serve aver fatto un certo numero di esami) nelle discipline che si andranno a insegnare. Serve aver maturato adeguate conoscenze in quelle discipline, perché il Tfa non prevede più una formazione nelle conoscenze, ma solo un tirocinio nel quale “si insegna a insegnare”. Ma se gli aspiranti non sanno che cosa insegnare?

A ogni modo, tutti coloro che hanno preso parte al concorso avevano questi requisiti.

Ciò significa, senza dubbio, che la nostra università consente di prendere la laurea magistrale in lettere a persone che non sono in grado di capire un testo letterario. E non si parla di persone preparate che magari per una parola hanno bisogno del vocabolario o ricordano male una data, ma di persone che hanno grossolanamente frainteso il significato letterale tutto del componimento.

Questo fatto non deve spingerci all’indignazione, deve spingerci a un esame di coscienza e a prendere urgentemente provvedimenti che cambino le cose.

Ci sono corsi di laurea in lettere che prevedono nel piano degli studi un solo esame di letteratura italiana, per esempio; perché, magari, l’università in questione non ha i fondi per assumere un altro docente; o – più spesso – perché quelli che ci sono sconvolgerebbero equilibri di potere, e allora si preferisce non far loro insegnare una materia fondamentale; o – ancor più frequentemente – perché la legge dell’università costringe a calcoli numerici (crediti, requisiti minimi eccetera) che obbligano a impiegare a tempo pieno docenti titolari di materie che un tempo si sarebbero dette “complementari”, restringendo il campo alle principali. Ma la cosa grave è che la legge consenta di insegnare letteratura italiana a chi ha sostenuto un solo esame di letteratura italiana (12 crediti).

Anche quando gli esami ci sono, non è detto che i programmi siano stesi in modo da offrire ai laureandi un’adeguata formazione. Ai miei tempi (non così remoti), se facevi tre esami di letteratura italiana portavi per ciascun anno (come lettura autonoma, oltre ai testi su cui faceva lezione il docente) una cantica della Commedia di Dante. Se ne facevi due, portavi due cantiche un anno, la terza il secondo.

Adesso non c’è più nessun coordinamento, nessun obbligo, e c’è specialmente una corrispondenza tra crediti e ore di studio che rende di fatto impossibile assegnare legittimamente un testo così lungo e difficile (trascorro sui probabili esiti di una lettura autonoma della Commedia da parte di chi esce oggi dalle scuole superiori). C’è soprattutto la tendenza, invalsa da decenni, ad assegnare lo studio del manuale.

Solo che, vent’anni fa, il manuale affiancava la lettura integrale di un cospicuo numero di testi; oggi è rimasto solo, e consuma da solo quasi tutte le pagine assegnabili, risultando poco più di un elenco telefonico di nomi e titoli vuoti. Persino quando il corso si concentra su un autore, è consuetudine farlo leggere in antologia: un canto qua un canto là per i grandi poemi della nostra tradizione, un componimento qua uno là per il canzoniere di Petrarca, un capitolo qua uno là di un romanzo (i capitoli “storici” dei Promessi sposi, è noto, si “saltano”).

La speranza di una buona formazione, dunque, è appesa a un filo: si spera che il professore universitario sia bravo, e che riesca in una lettura in pillole, nelle poche ore concesse, non solo a leggere qualche brano, ma a trasmettere un metodo di lettura e di studio; si spera che lo studente sia volenteroso o che, più prosaicamente, voglia vedere come va a finire la storia o che dannati ci sono tra Francesca e Ulisse.

Certo, nello spazio di un corso universitario il professore non può fare tutto. Ma può, anzi a mio parere deve, fare lezione su dieci componimenti di Petrarca, e obbligare gli studenti a leggerli tutti e 366. Deve, insomma, obbligare gli studenti a confrontarsi con il testo, il che significa confrontarsi con un intero la cui struttura spesso è portatrice di significato, e confrontarsi con usi linguistici che possono risultare oggi poco familiari. Ma senza far perdere la coscienza che di lingua italiana si tratta: in Italia non dovrebbe esistere (purtroppo, invece, esiste) un’edizione del Principe di Machiavelli con “versione in italiano moderno” a fronte, a meno che non si intendano tradurre i titoli dei capitoli, che sono in latino: altrimenti il lettore, e lo studente, è tentato di leggere soltanto la “traduzione”.

Per questo confronto servono strumenti ben fatti o almeno onesti, dove un passo difficile o di interpretazione controversa porti in nota l’ammissione di incertezza del curatore. Serve essere inflessibili nella selezione dei docenti universitari (e una prova didattica – preferibilmente condotta sui testi – per ottenere l’abilitazione: se ci fosse stata, alcuni degli attuali abilitati non sarebbero tali, e viceversa). Servono docenti che abbiano il coraggio di non quantificare crediti e ore di studio, e studenti che abbiano lo stesso coraggio. Magari, prima o poi, anche il legislatore si renderà conto che non si può quantificare la conoscenza, e tanto meno il pessimismo.

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