04 giugno 2022 09:01

Le storie true crime (cioè basate su vere vicende di crimine) stanno vivendo un boom – con serie tv, film, podcast, libri – che, per quanto sorprendente, è in continua crescita. The staircase ne è un buon esempio, perché è l’adattamento di una docuserie francese con lo stesso nome che ha vinto il Peabody award, che è stata presentata come film nel 2004 e ha riscosso un enorme successo negli Stati Uniti, e poi di nuovo come serie di 13 episodi andata in onda su Netflix nel 2012-2013 con una breve aggiunta nel 2018. A quanto pare la vicenda è ancora intrigante visto che rispunta fuori in questo periodo di boom tra il pubblico.

L’adattamento della Hbo Max si basa sulla docuserie e racconta la misteriosa morte di una ricca imprenditrice del North Carolina, Kathleen Peterson, che fu trovata in fondo a una scala insanguinata; le lacerazioni in testa, i tagli e i lividi sul corpo sembravano parlare di qualcosa di più di una caduta accidentale. Suo marito, Michael Peterson, un autore di romanzi, è stato incriminato per l’omicidio, ma intorno alla sua condanna sono nati dubbi e perplessità.

La realizzazione del documentario francese è uno dei filoni della trama di questa serie in 13 episodi, che riporta e presenta in maniera avvincente i dettagli più sospetti della vita segreta e le molte bugie di Michael Peterson. Come sa chiunque abbia familiarità con il genere, è assolutamente necessario che il numero di segreti rivelati, omicidi e altri crimini ci faccia girare la testa, e sia condito, come in questo caso, da corruzione o incompetenza, o magari da entrambe, a tutti i livelli delle indagini di polizia e in generale della giustizia (di solito non è difficile trovarne).

Una storia vera
In breve, nessuno vuole una scarna narrazione di cronaca nera, con un omicidio di facile soluzione e che non regge il confronto con gli abissi angoscianti dell’esperienza umana. Trovare il giusto crimine, contorto e malato, o l’omicidio più incredibilmente orrendo è metà dell’opera in questa battaglia. L’autrice Ann Rule è considerata la regina di questo genere nell’ambito letterario. E come ha cominciato? Finendo suo malgrado nella storia di vita vera più assurda che ci sia.

All’inizio degli anni settanta, quando lavorava come volontaria per una linea di assistenza telefonica per la prevenzione dei suicidi, aveva come collega un simpatico giovane studente dalla faccia pulita di nome Ted Bundy, di cui diventò amica e che stimava così tanto da desiderare che sua figlia lo sposasse. Un estraneo al mio fianco, vera pietra miliare del genere true crime negli Stati Uniti, è il risultato di quella esperienza.


Ma non si può sempre contare sulla dubbia fortuna di conoscere Ted Bundy e scoprire poi che è quasi un mostro incomprensibile come qualsiasi serial killer. Ci dev’essere una bella battaglia dietro le quinte tra gli autori in lotta per strappare il contratto con un libro sull’ultimo scioccante caso di omicidio.

Ovviamente, anch’io mi sono appassionata al genere, ma erano gli anni novanta, e dopo qualche tempo ho dovuto lasciar perdere: se leggi o guardi troppi di questi racconti alla fine ci possono essere degli effetti negativi per la salute mentale. Cominci a soffrire di strane paranoie in stile Un estraneo al mio fianco, ossia a sentirti fortemente a disagio con gli esseri umani e con l’intera struttura della società o, perlomeno, molto meno a tuo agio di come ti saresti sentita senza appassionarti a questo genere.

Eppure, questi giorni è difficile resistere alla tentazione di immergermi nuovamente nel fiume impetuoso del true crime. I primi tre episodi di The staircase non sono sbalorditivi come The thing about Pam, una serie della Nbc basata sugli omonimi servizi e podcast realizzati dal programma Dateline della Nbc. Ma si può dire che batta Candy, un nuovo docudrama, che a sua volta sarà probabilmente surclassato dal rivale Love and death, basato sullo stesso assassino di periferia armato di ascia e in uscita quest’anno. Entrambi s’ispirano al libro Evidence of love: a true story of passion and death in the suburbs di John Bloom e Jim Atkinson, così come alla serie di articoli pubblicati dagli autori sul Texas Monthly con il titolo “Love and death in Silicon prairie”, amore e morte nella Silicon prairie.

Giusto per non rimanere a secco, potete sempre scegliere Under the banner of heaven, la docuserie tratta dal best seller di John Kracauer basato su una storia vera, oppure The girl from Plainville che si ispira all’articolo di Jesse Barron pubblicato nel 2017 su Esquire con lo stesso titolo, ripreso anche nel documentario del 2019 I love you, now die: the Commonwealth v. Michelle Carter.

Un cast chic e rispettabile
The staircase sembra seguire una tendenza diffusa nel genere: cast con grandi nomi, format da docufilm scritti e progettati molto bene, produzioni milionarie e di alto livello tecnico, il tutto generosamente investito su storie raccapriccianti che una volta sarebbero probabilmente state sfornate in stile reality show da programmi molto meno sfarzosi come America’s most wanted o Cold case files. Non c’è cast più chic e rispettabile di quello di The staircase: Colin Firth, Toni Collette, Michael Stuhlbarg, Parker Posey e Juliette Binoche. E le aspettative dei critici e degli spettatori viaggiano di pari passo. Anche se alcune recensioni, come quella su A.V Club, potrebbero alzare un po’ l’asticella: “The staircase potrebbe, nei suoi ultimi capitoli, definire un nuovo eccellente standard per quanto riguarda il true crime, oppure finirà per essere una disastrosa rappresentazione della crudeltà della cultura di massa, pessima almeno quanto The girl from Plainville, se non di più. Non c’è nemmeno bisogno di dirlo, procediamo con estrema cautela e ci riserviamo di rivalutare questo spettacolo una volta raccolte tutte le informazioni necessarie”.

La presenza di critici specializzati nel genere è senza ombra di dubbio un segno della sua acquisita rispettabilità. I critici e gli spettatori di classe non vogliono essere accusati di “crudeltà tipica della cultura di massa” quando guardano serie e film su omicidi e devastazioni; vogliono credere di affrontare “l’insidiosa fascinazione della società per le tragedie”. Qualunque cosa questo significhi!

Sindrome da ricchi
The staircase finora si è rivelata una serie avvincente e piuttosto fuori dei soliti schemi, perché si sofferma sull’esasperante difficoltà di decifrare un caso e deciderne le sorti, impresa ostacolata dalle tortuose procedure del sistema giudiziario.

È anche un’ottima analisi della sindrome tipica dei ricchi. Caratteristico dei Peterson è il non avere mai abbastanza denaro e sentirsi continuamente sotto pressione e spaventati. Portano il loro stile di vita a un livello di vizio ed eccesso così ridicolmente alto da intrappolarsi in una routine senza felicità, costretti a guadagnare sempre di più per potersi permettere tutto quel lusso divenuto ormai imprescindibile.

Il denaro dei Peterson costituisce un argomento cruciale, affascinante e spaventoso

Michael Peterson sostiene di essere stato seduto a bordo piscina – e parliamo di un’enorme piscina a forma di fagiolo nello sterminato giardino della loro immensa casa – quando sua moglie, ubriaca di vino e Valium, era caduta per le scale battendo la testa così violentemente da far pensare che le fosse “esploso il cranio”, hanno dichiarato i poliziotti giunti sulla scena. E ci si chiede, come in un romanzo, se sia possibile che l’uomo non abbia sentito nulla, come lui afferma. Ma d’altro canto l’assoluto lusso dell’ambiente crea una fastidiosa distrazione.

Il denaro dei Peterson costituisce un argomento cruciale, affascinante e spaventoso. Per esempio, Michael Peterson deve sborsare mezzo milione di dollari al suo viscido avvocato, David Rudolf (impersonato dal sempre superbo Michael Stuhlbarg), perché costruisca una vera strategia di difesa. Perfino i Peterson faticano a trovare una tale somma in fretta, e questo senza dire che per chiunque di noi normali lavoratori sarebbe impossibile riuscirci. State attenti a ciò che fate, tutti, perché essere accusati di un crimine serio è qualcosa che non potete permettervi!

Nei panni della vittima del presunto omicidio, Kathleen Peterson, Toni Collette recita il ruolo con cui è più facile empatizzare. Ma la Peterson è una donna che non si fa domande sui lati peggiori della sua vita. Dirigente molto lanciata all’interno della sua spregevole azienda, in cui nessuno è al riparo dai licenziamenti – in una scena la vediamo mentre consola una collaboratrice appena licenziata che le chiede il motivo del licenziamento, e Kathleen sa parlare solo di “fusione” e “tagli del personale”. E anche se nemmeno lei, con il suo lavoro di alto livello e strapagato, si sente al riparo dal rischio di licenziamento, le sue critiche verso l’azienda non vanno mai oltre un’alzata di occhi al cielo.

Kathleen è costantemente manipolata dal marito, impersonato da Colin Firth, che non si risparmia nel rappresentare un uomo losco, egocentrico e superficialmente affabile, a stento capace di non mentire, coprire e modificare dettagli della sua vita passata. Uno scrittore che ambisce alla carriera politica, che ha perso le elezioni come sindaco per aver mentito sulle sue azioni nella guerra del Vietnam. Quando si ricandida approfitta della moglie, della sua solarità e socievolezza, organizzando feste in piscina per raccogliere fondi per la sua campagna, al punto che lei è costretta a tirarsi indietro da impegni presi con i loro figli pur di farlo contento. Alla fine, nel bel mezzo di un evento di grande successo, mentre una compagnia di danza di Durham da lei stessa ingaggiata si sta esibendo per i loro ospiti, gli mormora: “Sono stanca, sono davvero esausta”.

Tirarsi fuori
Firth usa degli ottimi espedienti per indicare che, anche se non fosse un assassino, Michael Peterson è un personaggio falso e losco, sempre ambiguo. Fuma la pipa, oggetto molto diffuso negli anni quaranta e cinquanta – Bing Crosby fumava la pipa – ma oggi davvero insolito. Quando la stringe tra i denti mentre conversa animatamente e dandosi grandi arie, Firth riesce a trasmettere la sensazione che faccia parte della sua recita da “autore di successo”, “marito affidabile” e “padre amorevole”. Eppure, quando viene messo sotto pressione dalle terribili circostanze della morte della moglie e dalle indagini in cui è coinvolto in seguito, comincia a mostrarsi debole, con lo sguardo spento e a far trasparire una falsità da spaccone che allarma molto i suoi figli, anche quelli avuti dal suo primo matrimonio che gli sono ciecamente leali, Clayton (Dane DeHaan) e Todd (Patrick Schwarzenegger).

La prima a tirarsi fuori dal fronte unito di questa famiglia mista è Caitlin (Olivia DeJonge), la figlia avuta da Kathleen nel suo primo matrimonio, che rifiuta chiaramente di accettare la rivelazione che il patrigno sia un bisessuale dall’intensa vita amorosa nella comunità locale. Michael sostiene che la moglie lo sapesse e non ne fosse turbata, ma non ha modo di dimostrarlo; inoltre la cosa era stata tenuta segreta al resto della famiglia, così come agli amici e ai colleghi. Come testimone a suo favore indica la sua ex moglie Patty (Trini Alvarado), che conferma di essere stata a conoscenza, già decenni addietro, delle sue numerose avventure sia con uomini, sia con donne.

Il permanere del dubbio ha dato origine a una serie di affascinanti teorie, compresa quella “del gufo”

Patty però rivela anche un fatto inquietante, ossia che Kathleen Peterson non è la prima donna con un rapporto stretto con Michael a essere morta per una caduta lungo una scalinata. Vent’anni prima, quando i due vivevano in Germania, una loro amica era morta nello stesso modo. In seguito a questo avvenimento, avevano adottato le due figlie minori della donna, Margaret (Sophie Turner) e Martha (Odessa Young). Sia gli avvocati sia gli autori del documentario finiscono per chiedere alle due donne se non gli sembri una coincidenza davvero strana il fatto di aver perso ben due madri per una caduta per le scale…

Il lato affascinante di questa storia, che ha sempre riscosso un grande interesse tra il pubblico, ruota attorno a ciò che un critico ha descritto così: “Potrebbe non essere stato Peterson, eppure deve essere stato lui”.

Il permanere del dubbio ha dato origine a una serie di affascinanti teorie, compresa quella “del gufo”. Nata dalla disperazione, la teoria prende origine da una apparentemente bizzarra idea del vicino dei Peterson, l’avvocato Larry Pollard, che durante il corso del processo ha suggerito che Kathleen potrebbe essere stata attaccata da un gufo mentre rientrava a casa. Stordita dall’alcol, dal Valium e dalle profonde ferite in testa, Kathleen potrebbe essersi diretta verso il piano superiore per medicarsi le ferite e, inciampando, essere caduta all’indietro giù per le scale ed aver perso così molto sangue. Sembra che tra i suoi capelli, dopo la morte, siano state ritrovate delle microscopiche piume di gufo e che le lacerazioni nel cuoio capelluto fossero a forma di tridente, ossia corrispondenti a delle ferite causate dagli artigli di un gufo.

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Il problema è che la teoria suonava davvero ridicola e così le autorità non l’hanno tenuta in considerazione. I poliziotti, ironicamente, hanno messo la foto di un gufo tra i documenti dei principali sospettati e Rudolf, l’avvocato di Peterson, ha ritenuto che introdurre la teoria del gufo praticamente giunti all’arringa finale non avrebbe avuto altro effetto che scatenare l’ilarità della corte.

Sembra ci sia un sito dedicato alla teoria del gufo, ma nella docuserie francese è a malapena menzionata. Sarà interessante scoprire se nella serie della Hbo Max è inclusa come possibilità. Si parla di un’infestazione di pipistrelli nella casa dei Peterson come causa di stress per Kathleen proprio nel periodo precedente la sua morte e si vede un pipistrello piombare in picchiata sopra la sua testa. Forse quindi si parlerà di una “teoria del pipistrello”. Oppure è solo un espediente per introdurre il discorso della teoria del gufo?

Spero di sì. Perché in fondo si tratta di un veniale impulso umano: abbiamo assolutamente bisogno di sapere se Kathleen è stata uccisa dall’attacco di un gufo o se invece Michael Peterson – che potrebbe non averlo fatto ma deve averlo fatto – sia effettivamente il colpevole.

(Traduzione di Mariachiara Benini)

Questo articolo è uscito sul trimestrale statunitense Jacobin.