Una stazione ferroviaria a Mantes-la-Jolie, alla periferia di Parigi, il 15 aprile 2016. (Q. Sakamaki, Redux/Contrasto)

La rabbia che spinge i giovani verso la violenza jihadista

Una stazione ferroviaria a Mantes-la-Jolie, alla periferia di Parigi, il 15 aprile 2016. (Q. Sakamaki, Redux/Contrasto)
21 giugno 2016 11:59

Il gruppo Stato islamico (Is) sta subendo degli attacchi che ne minacciano l’esistenza nel prossimo futuro. Ma il malessere di chi si è impegnato tra le sue file persiste, sia sul versante siriano-iracheno sia su quello europeo, e perfino statunitense. Il tratto comune che collega i paesi del nord a quelli del sud del mondo (gli stati arabomusulmani) è la comparsa di un nuovo immaginario tra molte fasce di giovani.

Sono giovani che hanno in comune lo smarrimento, dovuto al sentimento di non avere un futuro. Questo sentimento può culminare nella volontà di passare alla violenza (l’estremismo islamico) o di fuggire (i migranti verso l’Europa), oppure di andare in Siria e in Iraq (i giovani europei che partono per il jihad).

Un altro aspetto unisce l’Europa al mondo arabo: l’assenza di un’utopia politica che indichi una via d’uscita dalla crisi. In Europa abbiamo assistito all’eclissi delle utopie, socialismo, comunismo e nazionalismo. Nel sud abbiamo visto il fallimento delle rivoluzioni arabe che avevano messo in discussione la violenza in favore della salmiyah (“pace”, “essere pacifico”) e della karamah (“dignità del cittadino”).

Oggi si assiste a una preoccupante convergenza tra nord e sud intorno alla violenza. I giovani delle classi medie e quelli provenienti da ambienti più popolari trovano un terreno comune nel jihadismo. Si tratta di minoranze, ma la loro azione indica il malessere profondo che serpeggia nelle loro società e che trova il suo parossismo in una minoranza attivamente implicata nella violenza cieca del jihadismo.

Dal nord al sud i giovani vivono un malessere simile: l’assenza di prospettive, lo smarrimento

Dal sud al nord l’ondata migratoria è massiccia: milioni di persone vorrebbero venire a nord per vivere in modo “dignitoso”. Dal nord al sud la stessa ondata migratoria è più selettiva: alcune migliaia di giovani sono partiti per aderire al jihad e sarebbero stati molto più numerosi senza le misure di sicurezza prese per impedire l’accesso alla Turchia. Pur muovendosi in senso opposto tra loro, queste migrazioni testimoniano un tipo di malessere simile: l’assenza di prospettive, lo smarrimento, la volontà di esilio o di violenza, o le due cose insieme.

L’assenza di un’utopia politica in Europa e nel mondo arabo associa il desiderio dell’esilio al rischio della morte, o della violenza jihadista come suo sostituto. La migrazione dei giovani europei verso la Siria e l’Iraq è un’utopia di esilio dall’alto: raggiungono uno “stato” che incarna l’islam del califfato come stadio supremo della ricostruzione di una sfera politica dove domina il fattore religioso.

Dal canto loro, gli arabi che si dirigono in Europa devono trovare un posto nel continente per condurre una vita decente, accettando il rischio di morire lungo il tragitto. La politica è retrocessa in secondo piano. Siamo a un livello infrapolitico.

Dagli Stati Uniti sono partiti per la Siria e l’Iraq molti meno jihadisti rispetto all’Europa (circa 150 contro i cinquemila europei). Come mai? Negli Stati Uniti, dove vivono meno musulmani bianchi rispetto all’Europa, le classi medie musulmane sembrano meno inclini a impegnarsi nella guerra santa contro il loro paese (gli Stati Uniti) nonostante questo conduca una politica estera molto più “antiaraba” rispetto a quella dell’Unione europea. In America la fine dell’utopia politica non sembra giocare un ruolo di primo piano nella radicalizzazione islamica.

Un profondo sentimento di alienazione

Tuttavia, i quattro più importanti casi di attentati negli Stati Uniti mostrano un problema jihadista con caratteristiche proprie: nel 2009 Nidal Hasan, uno psichiatra militare di origini palestinesi, ha ucciso 13 persone e ne ha ferite più di trenta a Fort Hood, in Texas; nel 2013 i fratelli Tsarnaev, di origini cecene, hanno ucciso tre persone e ne hanno ferite 264 durante la maratona di Boston; nel 2015 i coniugi Rizwan Farook e Tashfeen Malik hanno ucciso 14 persone e ne hanno ferite 22 nel corso della sparatoria di San Bernardino; infine Omar Mateen, una guardia giurata di origini afgane, ha ucciso 49 persone e ne ha ferite altrettante in un locale gay a Orlando, in Florida, il 12 giugno 2016.

Se è vero che i fratelli Tsarnaev e Tashfeen Malik erano migranti di prima generazione, gli altri appartenevano invece a una seconda generazione. Quasi tutti erano di classe media. Si tratta di persone spesso indignate per le sorti dei musulmani fuori dagli Stati Uniti. Provano un forte sentimento di alienazione rispetto a un paese che reprime, a loro modo di vedere, i musulmani del mondo intero con una politica estera ingiusta. Sono animati da un sentimento di solidarietà panislamica.

Lo spettacolo di un’America che sarebbe immorale e tollerante nei confronti dei “depravati” (omosessuali) e intollerante verso i musulmani (repressione in Palestina, attacchi mirati con droni negli stati in cui si sviluppa il jihad) provoca in loro un profondo sentimento di ingiustizia. In Europa, invece, il focus è sulle sofferenze dei musulmani all’estero e sulla loro emarginazione sociale all’interno del continente (la maggior parte dei musulmani europei vive nei quartieri popolari).

Negli Stati Uniti all’origine degli attentati terroristici sembra quindi esserci l’impero e la sua politica antiaraba e antimusulmana, oltre alla “lussuria” che vi imperversa (la tolleranza per gli omosessuali), mentre in Europa prevalgono ragioni più sociali, come la stigmatizzazione e l’emarginazione.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

Questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano francese Le Monde.

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