L’elegia profonda di Pietro Marcello incanta Locarno

14 agosto 2015 20:47
Una scena del film Bella e perduta.

Crediamo che farà molto parlare di sé Bella e Perduta, il nuovo film del regista italiano Pietro Marcello, unico lungometraggio nostrano in concorso al festival di Locarno. E’ un elegia profonda quanto semplice sulla natura trionfante anche dopo l’uomo, che ha saputo creare tanta bellezza in maniera direttamente proporzionale alla sua inettitudine nel mantenerla. Il giovane cineasta casertano parte dall’Italia per tracciare, con un custode-pastore, un vaccaro e un bufalo, una metafora dello stato del pianeta. Dal piccolo, dal minimale, verso la vastità universale. Non è strano: l’Italia è stata l’avanguardia del mondo moderno, salvo poi essere progressivamente divenuta l’avanguardia di gran parte delle regressioni.

Bella e Perduta è la storia di Tommaso Cestrone, a cui era stata ‘affidata’ la cura della reggia di Carditello, una delle residenze dei Borboni in provincia di Caserta. Cestrone viveva con i frutti della pastorizia e offriva il proprio servizio gratuitamente, nella totale indifferenza da parte della borghesia e delle autorità locali, ma aveva subito intimidazioni dalla Camorra: il muro e il cancello saltarono in aria con una bomba; le ruote dell’auto nuova gli vennero forate; la roulotte dove dormiva bruciata e le capre avvelenate. Quando finalmente la reggia è stata restaurata e inaugurata (con ritardo) dall’ex ministro dei beni culturali Maurizio Bray, Cestrone è stato stroncato da un infarto, in una notte in cui “Giove splendeva nella costellazione del Leone”.

Questo film – prodotto in gran parte da Marcello e dalla montatrice Sara Fgaier con la loro società L’Avventurosa e scritto assieme allo scrittore Maurizio Braucci – è la rivincita degli umili, dei servi. I servi metaforizzati dai Pulcinella e dai bufali, animali che Cestrone amava profondamente e che, dopo la morte improvvisa del loro angelo custode, vengono protetti idealmente dalla maschera napoletana, mandata in missione segreta dal mondo nascosto dei Pulcinella ad esaudire le ultime volontà del pastore. “Purché si sia nati con un gran nome e con una grande fortuna…L’unica cosa che ho è questa mia storia”, dice Sarchiapone, il piccolo bufalo che Cestrone non vuole mandare al macello, in una sequenza ovattata e onirica, anzi uterina (e proprio con una sequenza analoga si apre il film).

Il film è una rivincita sul mondo degli aristocratici campani e più in generale italiani: intellettuali, giornalisti o politici che hanno sempre guardato con disprezzo il popolo e in particolare il popolo di quelle aree del paese. Nessuno di loro sarebbe mai stato capace della dedizione di Cestrone. Una dedizione all’Arte e alla storia della Campania, quindi all’Umanità.

Il film è una rivincita sugli intellettuali, giornalisti o politici, che hanno sempre guardato con disprezzo il popolo

Dietro il mondo sotterraneo dei Pulcinella ci sono gli Immortali, che costruiscono storie segrete con la loro intelligenza. In realtà, dietro di essi c’è il film stesso, cioè l’Arte che idealmente e concretamente ringrazia Cestrone, servo che ha visto portar via dalla reggia capitelli, cammini e sicuramente ha vissuto tutto questo come se gli strappassero parti di sé. L’Arte, per estensione, fa di Bella e Perduta anche un film animalista e animista.

Molti dei film che abbiamo recensito da Locarno sono dei mondi perduti, segno forse di una transizione particolare dell’Occidente. Quello di Marcello è certamente il più paradigmatico. Lo ripetiamo, farlo con i servi e creando immagini poetiche di grande forza e semplicità dal nulla, anzi dal niente, è quasi un miracolo. Un prologo di pura meraviglia – che pare uscito dal Casanova di Federico Fellini, ma senza la sua aristocrazia – nel quale i Pulcinella sono dei veri carcerati e dal quale noi spettatori non vorremmo più uscire, è solo l’inizio di una serie d’immagini affabulatorie e allegoriche. E’ proprio da immagini pittate che parte la ricerca del primordiale perduto: dal vecchio dipinto con i pulcinella, dall’antico quadro del bufalo e dalle immagini di pittura cinematografica partono le sequenze dei Pulcinella e del bufalo. Imparino gli stolti incolti, malati di kitch pubblicitario dai colori saturi, cos’è un immagine con profondità. Si tratta di bolle uterine dalla grandezza ed estetica variabile che ogni tanto scoppiano e lasciano il posto a splendide immagini dal registro naturalistico, pasoliniano.

Marcello integra materiali di repertorio e filmati amatoriali, anche grazie alla bravura di Sara Fgaier (sua tradizionale montatrice), con il girato ex-novo, e diventa poi difficile distinguerli poiché vi è una fusione totale degli opposti in un unico organismo. Il cinema torna così ad essere l’arte principe del reale, come fu nel secolo scorso: “La fiaba o il sogno possono essere irrealistici ma sempre devono dire la verità”, si dice nel film.

Un prologo di pura meraviglia è solo l’inizio di una serie d’immagini affabulatorie e allegoriche

Pietro Marcello è uno dei pochi giovani registi italiani – certamente l’unico a questo livello – a fare della memoria perduta del cinema e dell’immagine una nuova ricchezza, un nuovo organismo, liquido come lo sono gli ectoplasmi più interessanti della memoria cinefila. Invece di affondare nel citazionismo isterico del postmoderno, questa nuova stirpe di registi fa uso della memoria per condensarla in qualcosa che è l’evocazione di questa memoria. Non più la citazione precisa di un tale film o quadro.

Marcello è più prossimo a registi come Apichatpong Weerasethakul, Raya Martin, al Philippe Garrel di Les Amants Réguliers, a Vimukthi Jayasundhara o al portoghese Miguel Gomes di Tabu’: cineasti riconosciuti, chi più chi meno, come tra i più interessanti e innovativi del cinema contemporaneo. Marcello è alle frontiere del nuovo cinema, come una nuova alba, dopo un’apocalisse pacifica. Già ai tempi del Passaggio della Linea (documentario di poesia filmato dai treni e metafora di un’Italia sempre più caotica e frammentata, indecifrabile anche nei suoni), trasfigurava la lezione del grande documentarista Vittorio De Seta, che ha girato piccoli documentari su pescatori siciliani o su pastori sardi, fatti con stile rapsodico, con una fotografia che esaltava immagini ancestrali, suoni e urla riproposti in maniera onirica. Un po’ come quando ci sdraiamo sulla spiaggia e i suoni ci arrivano ovattati. Uterini, ancora una volta. Come in un sogno.

Marcello è alle frontiere del nuovo cinema, come una nuova alba, dopo un’apocalisse pacifica

Marcello, rielaborando Tarkovski, Pelechian o Sokurov, ne Il Passaggio della Linea ci restituiva per frammenti sonori un’Italia perduta, o che si sta perdendo, come un dolce sogno dall’aldilà. L’ex direttore dei Cahiers du Cinèma Thierry Jousse notava che la dark lady che usciva dalla limousine in Strade Perdute di David Lynch era riconducibile a tutte le grandi dark lady della storia del cinema e non più a una in particolare: Lynch era cioè uscito dal citazionismo e dal pastiche postmoderno che ancora animava opere come Cuore Selvaggio e le puntate di Twin Peaks. E’ proprio qui che possiamo situare questo nuovo inizio per l’immagine.

Nella ‘cerca’ della nuova alba, Marcello finalmente si occupa del Sud, dopo averlo fatto in maniera più ‘dislocata’ nelPassaggio della Linea e allegorica nella Bocca del Lupo. Lo fa con un film fatto con niente, ma potente perché posseduto da una dolcezza materna e assieme panteista e profondamente umanista.

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