05 agosto 2017 10:16

Le donne e i loro percorsi di esistenza; oppure spaccati di vita, all’interno di gruppi sociali e generazionali. Sono questi i due filoni principali dei lungometraggi, tutti interessanti in diversa misura, delle prime due giornate del festival di Locarno. Mentre si profila la proiezione del primo film dirompente, di quelli che possono segnare un festival, come il portoghese Verāo danado di Pedro Cabeleira, ci concentriamo sul primo filone.

Chissà perché nessuno porta in Italia i film dell’attrice e regista francese Noémie Lvovsky. I suoi film sono intimi, delicati ma gradevoli, perché giocano sulla commedia e in qualche modo sull’irreale. Se non sulla fiaba come nel caso di Demain et tous les autres jours, il film che ha aperto Locarno nella gremitissima piazza Grande. Come i personaggi interpretati dall’attore statunitense Bill Murray, da Ricomincio da capo di Harold Ramis e Broken flowers di Jim Jarmush passando per Lost in translation di Sofia Coppola, anche qui la protagonista sembra del tutto fuori posto e fuori luogo, esistenzialmente perduta.

Solo che qui si tratta appunto di una donna che pare fuori posto nella vita e quindi progressivamente in ogni luogo, prima di tutto casa sua. Questo bel ritratto di donna scivola continuamente nel fantastico infantile, quello poetico ma inquieto e intriso di simboli dell’inconscio delle fiabe di un tempo. È come se per lei il reale, forse soprattutto quello di questo tempo, fosse troppo doloroso, al pari del proprio passato, del proprio intimo.

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Questo ritratto di donna (separata dal compagno) in fuga continua, fino al punto da traslocare in un’altra casa come una barbona e farsi respingere dai legittimi proprietari, ha il suo doppio nel personaggio della figlia, una bambina forte e intelligente, acuta e dominatrice, che parla sempre con la sua civetta, che le risponde con la voce del padre assente. Come se fosse morto, anche se non lo è.

La solitudine infantile è terribile, e nel raccontare questo ritratto speculare la regista in realtà realizza un film di speranza – come sembra indicare il finale – ma il fondo è duro, fa riflettere. La follia della madre porta la figlia, anche quando diventerà adulta, a proteggerla oltremisura nella bolla di una fiaba (sotto forma di giardino) luminosa e priva delle increspature dell’inquietudine, più simile a una fiaba Disney che di Andersen.

Ma questa storia inedita d’amore tra madre e figlia rivela che se l’amore è l’unica cosa reale e che resta nel tempo, il dono della protezione è offerto al prezzo del definitivo isolamento. In fondo, sembra chiedersi Lvovsky, cos’è la follia, quello stato della mente che la nostra società etichetta come tale? Forse semplicemente un mondo al contrario, proprio come questo bel film che riesce a lasciare malgrado tutto un senso di serenità, di quiete dopo la tempesta. Ma abbiamo appena detto a quale prezzo. In compenso la regista lancia un volto forte di bambina, quello di Luce Rodriguez, che ci auguriamo di vedere ancora.

Un bisogno assoluto di libertà
Freiheit (Concorso Internazionale), secondo lungometraggio del tedesco Jan Speckenbach, è il ritratto di una donna che parte, si perde e forse poi ritrova definitivamente una doppia identità soffocata. Ritratto dell’instabilità, dell’irrequietezza contemporanea e del caos interiore e amoroso, il regista delinea il ritratto di una donna moderna in una famiglia altrettanto moderna e dalle idee progressiste. Il marito avvocato, ormai solo e come incatenato ai due figli, si trova a parlare con un ragazzo nero in coma e a difendere il ragazzo xenofobo arrestato per il pestaggio del ragazzo nero.

Una scena del film Freiheit del tedesco Jan Speckenbach.

Ma lei parte. Vettore di spostamenti fisici continui, di reinvenzione di sé, è espressione di un bisogno assoluto di libertà, irreprimibile quanto confuso, perché nel suo vagare non sembra avere minimamente idea dell’approdo. Al pari dello spettatore che viene piacevolmente trasportato da un film rapsodico, spesso notturno, onirico, dalle invenzioni formali personali, a volte molto originali, quanto intense nel rappresentare una realtà liquida e non lontana dal sogno.

Le ambiguità della tradizione e della modernità
Scary mother (Cineasti del presente), film d’esordio della georgiana Ana Urushadze, 27 anni, è un’interessante messa a nudo dei meccanismi di vita e delle relazioni familiari, all’interno di un contesto sociale ancora molto tradizionalista, a tratti anche arcaico, malgrado le apparenti aperture alla modernità.

La protagonista ha represso per anni il suo talento di scrittrice per dedicarsi alla famiglia, ma a un dato momento scatta qualcosa che la porta a recuperare il suo talento e il suo mondo interiore. In questo altro ritratto di donna in fuga dalla famiglia, senza però radicali spostamenti fisici, la protagonista sembra piuttosto ricostruire la realtà a suo piacimento, e anche decostruirla nel suo senso filosofico applicato alla letteratura, quello di un’interpretazione ambigua e polifonica di un’opera.

Una scena del film Scary mother della georgiana Ana Urushadze.

Capace di esplorare le architetture metropolitane legando l’estetica allo sfondo, quello di una grigia prigione che è anche una cornice con una sua bellezza, Urushadze dimostra però di essere realmente una regista.

Presentando una donna che si spinge agli estremi ma scelti da lei, dopo che i meccanismi sociali e familiari l’hanno spinta all’estremo della negazione di sé, il film, dalla bella costruzione di situazioni teatrali vagamente surreali e senza ridondanze, non è però univoco nel ritratto di una donna vampiro e vendicativa. E non è univoco nemmeno nel presentare i personaggi maschili: il marito, per esempio, fisicamente non violento, semplicemente non la considera come persona (senza nemmeno rendersene conto). A sottolineare l’ambiguità nella rappresentazione di un mondo reale visto come polifonico. Proprio come è la realtà.