17 marzo 2022 15:23

Movimenti di camera laterali, leggermente obliqui, ariosi, filmano l’incedere lento di una ragazza in un affollato college americano. Il senso dello spazio espresso dalla regia comunica la sensazione di uno spazio ampio, della possibilità di conquistarlo per esaudire i propri sogni di giovane.

Grande è la leggerezza di Licorice Pizza. Quanto la sua intelligenza e la sua densità di contenuto, per uno straordinario e vitale affresco dell’adolescenza. Andate a vedere il nuovo lungometraggio di Paul Thomas Anderson nelle sale dal 17 marzo: molto più che un teen movie d’autore, è una delle migliori rappresentazioni di amore per la vita e gli esseri umani che sia capitato di vedere al cinema negli ultimi anni; l’affresco sfaccettato di un’epoca e di tipologie umane che vuole raccontare da un’angolazione inedita il più vecchio e nobile tema della vita, ovvero la nascita di un amore.

Vi divertirete nutrendo la vostra interiorità e - bel paradosso - malgrado i riferimenti a un clima di ansia del passato uscirete dal cinema con sensazioni positive, dopo aver abbandonato per oltre due ore il clima di guerra. Lo spettatore potrà fare il paio con l’ottimo Red rocket di Sean Baker, presentato in concorso all’ultimo Cannes. Una vivida e luminosa fotografia di un’America di marginali e alienati mediante il ritratto iconoclasta, ma umano, di un caotico attore porno, peraltro molto ben interpretato dal rapper Simon Rex.


Qui, però, la fotografia è di un altro genere, e racconta un’altra epoca. Siamo negli Stati Uniti all’inizio degli anni settanta, nel pieno della presidenza law and order del repubblicano Richard Nixon, che prima di lasciare il Vietnam coinvolge pesantemente anche la Cambogia nei bombardamenti, prendendosi peraltro pesanti critiche dalla stampa nazionale. E poi - ben più sottolineata dal film - siamo nel pieno della crisi energetica causata dalla guerra del Kippur e dal conseguente razionamento della benzina, un fatto non da poco in un paese in cui l’automobile era più che un simbolo del sogno americano. Le file alle pompe di benzina e i predicozzi del presidente ci sono, sì, ma restano sullo sfondo, mentre la musica rock dell’epoca è ben più presente e avvolgente. E c’è anche della politica, sia esplicitamente sia implicitamente.

Il regista, infatti, fotografa uno stato di crisi permanente, un’asfissiante e ansiogena cappa psicologica vinta da quella che potremmo chiamare un’anima adolescenziale comune, che va a identificarsi come una vera e propria resistenza dello spirito, una sorta di saggezza inconsapevole e come un’indomabile forza della vita. Anderson dimostra la capacità unica di calibrare, muovendosi come un funambolo su un filo sottile, ponendo le giuste sottolineature su ciò che accade nel mondo adulto senza intaccare la rappresentazione dell’adolescenza, cioè quella di ragazzi che cercano di diventare adulti e al tempo stesso di preservare, seppur confusamente, la loro bolla, la loro visione “altra” del mondo.

Ma il cineasta in questo suo nuovo lungometraggio porta a compimento diversi exploit. Il primo è quello di ritrarre adolescenti e giovani non belli. E nondimeno rendendoli belli. Nel senso che la regia – se è vero che il cinema è sguardo – spinge l’occhio dello spettatore a cogliere la bellezza di esseri umani a priori non esattamente appariscenti, che talvolta stanno ancora germogliando anche se fremono all’idea di poter sbocciare. Lo sport non ha ancora del tutto slanciato i loro corpi un po’ pesanti, la pelle ha ancora delle impurità, dei brufoli. Niente star accattivanti, realmente note, per attrarre gli spettatori.

Anderson preferisce uno sguardo obliquo e distorto, implicito invece che esplicito. Parla del passato per parlare del presente

Lui, Gary, è Cooper Hoffman: figlio dell’attore Philip Seymour Hoffman, interprete di molti film del regista e grande amico di Anderson, qui al suo esordio assoluto. Dopo la prematura morte del padre, Anderson lo ha praticamente preso sotto la sua protezione, ed è una sorpresa. Lei, Alana, è Alana Haim: anche lei al debutto nel cinema, e non meno sorprendente nel risultato. Nella vita reale è una musicista e, insieme alle due sorelle, suona nella band californiana delle Haim. Quanto lavoro sui loro volti, nel caravanserraglio che li circonda che, anzi, non ne attenua la forza. Per loro, per magnificarli con lirismo – altro exploit – Anderson ha fatto le cose in grande: molto chiasso gioioso, concitazione, ritmo, musica, attori e comparse. Proprio come si fa quando si hanno nel cast attori celebri, grandi star e non dei perfetti sconosciuti. Per giunta non bellissimi. E tuttavia belli, come abbiamo detto. Senza contare il dislivello di età. Gary, che aspira a fare l’attore, è davvero un adolescente. Alana ha invece più di vent’anni, ma guarda sia avanti che indietro.

Non solo. La gestione di questo colpo di fulmine, che prende la strada complicata di una pudica e intensa amicizia, finisce oltretutto in una serie di infernali deviazioni tortuose prima di poter giungere finalmente a destinazione. Ed ecco un’altra unicità del film: la capacità di essere politico, seppure in modo indiretto e figurato, in maniera indissolubile al ritratto dell’età dell’adolescenza, così come l’intimo è indissolubile dalla coralità. Perché nel raccontare l’adolescenza come stato della vita unico e privilegiato, per quanto difficile, il regista - che firma anche sceneggiatura e fotografia (quest’ultima insieme a Michael Bauman) - mette in scena un susseguirsi spesso esilarante di situazioni e personaggi che si vogliono alternativi ma che sono invece soltanto tronfi nell’esibire il loro presunto essere alternativi.

I personaggi interpretati da Tom Waits, Sean Penn e soprattutto Bradley Cooper (davvero straordinario) sono al centro di una serie di scene che rivelano un ego spesso spropositato quanto grottesco. Ci sono diverse sequenze prive di senso, surreali pur essendo assolutamente credibili come reali. Ne citiamo solo una per non disperdere la sorpresa: l’arresto di Gary per omicidio, che in pochi istanti si dissolve nel nulla. Una sequenza che esprime al meglio l’assurdo mondo in cui i ragazzi si apprestano a transitare, ad entrare dentro. Aspirato appunto da questo caravanserraglio dell’assurdo, dalla perdita di tempo per cose amene e insensate proprie del mondo adulto, i ragazzi, e la banda di ragazzini-mascotte al loro seguito, riusciranno a mantenere la barra dritta dell’autenticità e della lucidità.

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Paradigmatica è l’immagine notturna, quasi irreale, fantasmagorica, di macchine e auto che girano intorno alla pompa di benzina. Il mondo falso e assurdo degli adulti gira ma al contempo non gira nella sua giostra ormai bloccata del consumo perenne. Inconcludente, appunto. Eccolo il commento politico, che rasenta lo sberleffo, alla situazione storica. Anderson preferisce uno sguardo obliquo e distorto, implicito invece che esplicito. Parla del passato per meglio parlare del presente.

Ma in questo mondo della finta adolescenza della società americana che nasconde da sempre dietro il glamour e l’infantilismo smile il peggior cinismo, costituito da fiere di insulsi letti ad acqua o di un industria del porno che comincia a fiorire, di pizza e liquirizia, di cui il regista andava ghiotto da adolescente, Anderson prosegue in realtà quel discorso sulla società statunitense e capitalista che sta tracciando pazientemente da anni coi suoi film, spesso toccando i simboli del consumismo o del gioco (come, per esempio, il business legato ai ragazzi prodigio dei quiz televisivi raccontato in Magnolia). Qui lo esprime sottotraccia, con un tono surreale (in passato già presente, si pensi, sempre in Magnolia, alla pioggia di rane quasi alla Magritte).

E anche quando la politica arriva esplicitamente, come nel personaggio del politico idealista che nasconde la sua omosessualità, il mondo adulto, pure al suo meglio, non è esaltante. Superare le ambivalenze, qualsiasi esse siano, non è facile e forse proprio per questo è così difficile concludere l’adolescenza. Per tutti.