Un’aula dell’università Gregoriana, Roma, 2013.

Il crocifisso non è un’ideologia

Un’aula dell’università Gregoriana, Roma, 2013.
01 agosto 2018 14:41

C’è un no al crocifisso negli uffici pubblici: è quello di religiosi, teologi, preti e cardinali che rifiutano l’idea di un Cristo al servizio di una nazione, di un’etnia, di una razza o di leader politici spregiudicati pronti a impastare fede e ideologia a proprio piacimento con un occhio agli umori sociali del momento. Matteo Salvini e la Lega si sono finora distinti nel tentativo di appropriarsi dei simboli cristiani per piegarli ai propri scopi. Sarà pure – come si dice – “un’arma di distrazione di massa” per evitare che l’opinione pubblica si occupi delle crescenti contraddizioni in campo economico del governo, ma il tema in ogni caso esiste e ha radici profonde.

Se lo scorso 26 marzo la Lega ha presentato una proposta di legge sul crocifisso obbligatorio nelle scuole, negli ospedali, nelle carceri e naturalmente nei famigerati porti, è stato il direttore della Civiltà Cattolica, il gesuita Antonio Spadaro, a scegliere il terreno prediletto della comunicazione politica giallo-verde per dire come la pensava in proposito a colpi di tweet.

Domanda chiave evidentemente, di una stagione in cui la religione viene brandita come nuova ideologia.

Problema analogo era sorto in Germania nei mesi scorsi quando il governo a guida Csu della Baviera (il braccio destro dell’alleanza di Angela Merkel), aveva deciso che era venuto il momento di appendere un crocifisso in ogni edificio pubblico. A rispondere, in più occasioni, è stato il cardinale Reinhard Marx, capo dell’episcopato tedesco e arcivescovo di Monaco. Se la croce viene vista come “un simbolo culturale non la si capisce, la croce è un segno di protesta contro la violenza, l’ingiustizia, il peccato e la morte, ma non un segno contro altre persone”, aveva detto nell’aprile scorso il porporato – che è anche uno dei consiglieri di papa Francesco – alla Süddeutsche Zeitung. Del resto Marx ha ripetutamente affermato, e di nuovo lo ha fatto nei giorni scorsi, che essere nazionalisti e cristiani è una contraddizione in termini.

Con Francesco, la chiesa non si erge più a giudice supremo e a partner politico

Indubbiamente l’emergere di posizioni tanto nette – si pensi alla discussa copertina di Famiglia Cristiana contro Salvini, di fatto paragonato polemicamente al demonio con quel “vade retro” senza precedenti – è stato facilitato dal magistero instancabile di Francesco a sostegno dei migranti. Ma non solo: il papa, in una prospettiva più ampia, sta provando a separarsi dalla lunga stagione del costantinismo, cioè del patto trono-altare inteso anche nelle sue numerose varianti moderne. In estrema sintesi, la politica ha elargito sostegni legislativi alla chiesa e in cambio ha ricevuto, in un’epoca segnata da pensieri deboli, un pacchetto all inclusive di ideologia-teologia la cui deriva reazionaria ha avuto ricadute particolarmente evidenti nella sfera etica e in quella dei diritti individuali.

Con Francesco, la chiesa cambia alcune posizioni tradizionali, ne conserva molte altre ma soprattutto non si erge più a giudice supremo e a partner politico precostituito aprendosi, invece, a un dialogo reale con tutte le componenti della società. Sul piano globale, al centro vengono messi gli “scartati”, i poveri, le periferie, vero cuore pulsante del mondo, l’opzione preferenziale per l’occidente – per così dire – viene messa in discussione. In tal modo la cattolicità, vale a dire l’universalità cristiana, diventa antidoto al nazionalismo xenofobo, poiché a differenza della globalizzazione imposta dai mercati pone al centro la persona e i popoli, migranti e poveri compresi però.

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Se questo è lo schema generale, la Lega – non da oggi – prova a disegnare un proprio cristianesimo costruito sull’asse territorio-tradizioni locali-confini, una fede da tratti conservatori, preconciliare, chiusa nell’identità prima locale e ora nazionale. È il modello di Steve Bannon, ideologo del trumpismo, e conosce alcune importanti varianti con Marine Le Pen in Francia oppure nella cattolicissima Ungheria di Viktor Orbán, attraversata da movimenti politici neofascisti o, ancora, nella Polonia nazionalista in cui le pulsioni antisemite ciclicamente risorgono. In Europa, leader e partiti populisti e nazionalisti usano un linguaggio dal retrogusto acre, quello di una memoria da incubo, da Vichy, a Budapest, alla romana piazza Venezia. Non a caso nel giro di poco più di due mesi, Salvini è arrivato a citare sin troppo facilmente il Duce.

Ma se oggi la chiesa, dopo l’ubriacatura ideologica del wojtylismo e dei suoi cascami, caratterizzati in Italia dalla lunga stagione del cardinale Camillo Ruini, è capace di una opposizione così netta a certe derive antiumane e antidemocratiche – che si è catalizzata sul tema dei migranti e degli sbarchi, come ha notato giustamente il Washington Post – questo lo si deve in buona parte a quel concilio Vaticano II che ha cambiato la rotta della barca di Pietro alla metà degli anni sessanta. Non a caso il papa preso a modello da Francesco è quel Paolo VI che portò a compimento l’assise conciliare. Dietro, però, s’intravede un tema più grande e scabroso: il concilio, infatti, cominciò a segnare una cesura decisa e definitiva tra chiesa e fascismo rompendo con le ambiguità dei tragici decenni precedenti; al contempo diritti umani e civili, democrazia e libertà entrarono a far parte a pieno titolo del linguaggio e della cultura ecclesiale. Di questa svolta fa parte la fine dell’antisemitismo in termini e teologici e magisteriali stabilito dal Vaticano II una volta per tutte.

Rotta di collisione
Sul fronte americano la vicenda si articola un po’ diversamente. La destra repubblicana, fin dai tempi di George W. Bush e dello scontro di civiltà, delle nuove crociate, ha provato a unire cattolicesimo conservatore e correnti pentecostali integraliste. Il primo però è entrato ora in rotta di collisone con il pontificato bergogliano, il secondo ha trovato nuova linfa con l’estremismo di Donald Trump che ne sostiene il messaggio.

Nel corso dell’ultimo anno, Civiltà Cattolica – rivista che per ogni numero riceve l’imprimatur vaticano – ha dedicato due lunghi interventi al cristianesimo fondamentalista statunitense collocandolo in definitiva tra i filoni di pensiero reazionari del nostro tempo. Entrambi gli articoli sono stati firmati da padre Antonio Spadaro e da Marcelo Figueroa, il direttore – protestante – dell’edizione argentina dell’Osservatore romano (scelto dal papa). Il primo articolo s’intitolava: “Fondamentalismo evangelicale e integralismo cattolico”; il secondo, recente, parla della “teologia della prosperità” di matrice evangelicale. “Il nucleo di questa ‘teologia’ – scrivono i due autori – è la convinzione che Dio vuole che i suoi fedeli abbiano una vita prospera, e cioè che siano ricchi dal punto di vista economico, sani da quello fisico e individualmente felici”. “Questa teologia – continuano Spadaro e Figueroa – è chiaramente funzionale ai concetti filosofico-politico-economici di un modello di taglio neoliberista. Una delle conclusioni di alcuni esponenti di questa teologia è di natura geopolitica ed economica, legata al paese di origine della ‘teologia della prosperità’. Essa conduce alla conclusione che gli Stati Uniti sono cresciuti sotto la benedizione del Dio provvidente del movimento evangelico. Invece, gli abitanti del territorio che va dal Rio Grande verso sud sono sprofondati nella povertà proprio perché la chiesa cattolica ha una visione differente, opposta, ‘esaltando’ la povertà”.

Vale la pena di ricordare che tutte le versioni integraliste del cristianesimo si fondano su una lettura il più possibile letterale delle scritture, rinunciando a priori all’interpretazione del testo e quindi al pensiero critico. Una modalità quest’ultima che, come si capirà facilmente, accomuna tutti gruppi e i movimenti fondamentalisti delle tre religioni del Libro.

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