30 settembre 2020 12:48

Investimenti immobiliari che non portano i frutti sperati, una gestione spregiudicata e al medesimo tempo malaccorta delle risorse economiche, il ruolo ambiguo ricoperto da intermediari finanziari dalla dubbia fama, il sospetto che qualcuno abbia tratto benefici illeciti da un’operazione “opaca” (come la definì lo stesso segretario di stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin). Questi alcuni degli elementi emersi dall’ultimo scandalo legato alla gestione delle finanze d’Oltretevere.

Parliamo stavolta della compravendita di un immobile di lusso in Sloane avenue, a Londra, da parte del Vaticano, un investimento in apparenza come tanti che però ha portato alla luce una serie di vicende anomale tra le quali spicca l’amministrazione malaccorta, ai confini della legalità, delle risorse finanziarie della Santa Sede. D’altro canto il tema non è nuovo, si tratta anzi di una prassi antica, assai diffusa nei sacri palazzi, figlia di incompetenze e di ambizioni speculative e personali di funzionari vaticani che potevano operare – nel caso specifico – senza essere sottoposti ad alcun controllo, utilizzando i fondi riservati della segreteria di stato, un “tesoretto” escluso dai bilanci ufficiali della Santa Sede.

Le indagini portate avanti dalla giustizia vaticana in collaborazione con le autorità italiane – è questa una delle novità rilevanti della vicenda – hanno svelato in realtà qualcosa di più: la rete di relazioni e di donazioni familiari del cardinale Giovanni Angelo Becciu (ammesse dall’interessato durante una conferenza stampa), che all’epoca dei fatti – l’affare londinese prende il via all’inizio del 2013 – era sostituto per gli affari generali della segreteria di stato (uno dei più stretti collaboratori dell’allora segretario di stato, il cardinale Tarcisio Bertone). I comportamenti personali a prima vista non in linea con il magistero del papa, con le norme vaticane e internazionali sulla trasparenza finanziaria e con il nuovo codice per gli appalti da poco introdotto Oltretevere per fermare la politica dei favori e del clientelismo, sono fra le cause che – di fatto – hanno portato alle dimissioni clamorose del cardinale. Becciu, nel frattempo, era già stato spostato da Francesco – secondo la classica regola non scritta del promoveatur ut amoveatur – dalla segreteria di stato alla guida della comunque rilevante Congregazione per le cause dei santi (2018).

Ogni aspetto dell’acquisto dell’immobile in Sloane avenue era noto ai piani alti

Sono dunque due i filoni che s’intrecciano: le indagini sull’immobile in Sloane avenue e quelle sull’operato diretto del porporato di origine sarda.

Facciamo ora un salto indietro, torniamo al 15 febbraio 2020; il coronavirus non è ancora esploso ma già incombe, quel giorno papa Francesco apre ancora in presenza l’anno giudiziario in Vaticano. “La Santa Sede – spiegava nell’occasione il vescovo di Roma – ha avviato un processo di conformazione della propria legislazione alle norme del diritto internazionale e, sul piano operativo, si è impegnata in modo particolare a contrastare l’illegalità nel settore della finanza a livello internazionale”. Bergoglio sottolineava come il Vaticano avesse messo a punto varie iniziative per arginare il fenomeno delle malversazioni in campo economico: “Tali azioni hanno recentemente portato alla luce situazioni finanziarie sospette, che al di là della eventuale illiceità, mal si conciliano con la natura e le finalità della chiesa, e che hanno generato disorientamento e inquietudine nella comunità dei fedeli”.

Lo scandalo relativo al pasticcio di Sloane avenue, un affare da circa 200 milioni di euro, era scoppiato a novembre e vedeva già diversi indagati: il riferimento del papa era dunque non equivocabile. Nel frattempo le indagini sono andate avanti, nuovi elementi sono emersi. Anche perché chi “lavorava nella sezione amministrativa della segreteria di stato (che faceva capo al sostituto, cioè allo stesso Becciu, ndr), sottoponeva ogni carta ai suoi superiori, non operava per conto proprio ma aveva deleghe estremamente dettagliate”, dicono fonti informate Oltretevere; ogni aspetto dell’acquisto dell’immobile in Sloane avenue, era insomma noto ai piani alti.

I fondi riservati
Di fatto, però, profilo giudiziario a parte – bisognerà vedere in sede processuale se si configurano o meno dei reati – è scoppiato il bubbone dei fondi segreti vaticani, ovvero di risorse allocate nei vari dicasteri – la maggior parte dei quali, circa 700 milioni, in segreteria di stato – da gestire in autonomia, per emergenze o problemi specifici che possano sorgere. Si tratta di somme di denaro escluse dai bilanci ufficiali la cui portata però non è così irrilevante tanto da costituire, inevitabilmente, una fonte permanente di rischio in materia di trasparenza e corretta amministrazione.

A portare alla luce questo aspetto era stato nel 2014 il discusso cardinale australiano George Pell, quando era ancora prefetto della segreteria per l’economia vaticana. Pell ha poi lasciato l’incarico – anche su indicazione del papa - travolto da due tipi di accuse: quella di aver insabbiato casi di abuso sessuale su minori che ha poi in buona sostanza riconosciuto, e quella, ancora più infamante, di aver commesso in prima persona il reato di abuso. Da questa seconda incriminazione – dalla quale si è sempre difeso con veemenza dichiarandosi estraneo ai fatti – è stato infine prosciolto nel terzo grado di giudizio dall’Alta corte australiana dopo aver passato 400 giorni in carcere a causa di una lunga vicenda processuale (nei primi due giudizi era stato ritenuto colpevole). Ora torna vittorioso in Vaticano.

“Abbiamo inoltre scoperto – affermava Pell nel 2015 in merito allo stato delle finanza vaticane – che la situazione è assai migliore di come appariva, perché erano stati riposti in particolari conti sezionali 1,3 miliardi di euro e questi non apparivano sui bilanci”. Pell, fedele al credo turbocapitalisitico temperato dalla carità cristiana, esponente dell’ala conservatrice del collegio cardinalizio, voleva applicare una mentalità finanziaria anglosassone – che coniugava regole, efficienza e grande business – ai vecchi bizantinismi vaticani, a un mondo abituato a gestire gli affari in modo discreto, familiare, amicale, scambiandosi favori e ignorando o aggirando spesso le leggi. Tuttavia, quella scelta da Francesco è un’altra strada che differisce da entrambi i modelli: il suo è un deciso sì a trasparenza, regole, legalità dentro gli standard internazionali, ma rinunciando agli istinti più selvaggi del mercato.

Le risorse economiche per la Santa Sede non sono il core business dell’istituzione ma uno strumento indispensabile per promuovere l’evangelizzazione e soprattutto per aiutare le comunità e le persone più povere, gli scartati, gli emarginati, i migranti. È vero che la solidarietà costa, ma non per questo, nell’impostazione di Francesco, bisogna operare per arricchirsi ricorrendo a meccanismi speculativi. Qui, del resto, sta il cuore della riforma della curia che il papa vuole portare a termine ridimensionando non a caso strutture, uffici, imponenza di una corte vaticana ormai anacronistica. Sta di fatto, in ogni caso, che Becciu e Pell sono stati grandi avversari in questa vicenda, portatori di due visioni contrapposte delle cose; così il cardinale australiano si è congratulato con il papa per le dimissioni di Becciu e quest’ultimo ha ricordato nei giorni scorsi l’aspro conflitto che lo divideva dal cardinale Pell.

Riforme in corso
La novità in arrivo, ora, è la centralizzazione delle spese e la fine dei fondi riservati dei vari dicasteri (per altro anche in Vaticano devono fare i conti con la crisi economica amplificata dalla pandemia); gli investimenti andranno tutti rendicontati, ogni dicastero avrà un suo budget che dovrà essere approvato dalla Segreteria per l’economia ma la cassaforte sarà all’Apsa, l‘Amministrazione del patrimonio della sede apostolica, che già gestisce beni immobiliari, società estere, investimenti finanziari. Lo Ior, l’Istituto per le opere di religione, sottoposto in questi anni a una lunga cura dimagrante e a un’applicazione severa delle normative sulla trasparenza dopo anni di scandali a suon di riciclaggio, conti segreti ed episodi di peculato, non sarà più il protagonista principale delle finanze vaticane.

L’Istituto ha provato a riguadagnare centralità con la vicenda dell’immobile in Sloane avenue, accreditandosi come l’unico ente in grado di gestire le risorse finanziarie d’Oltretevere; ma il papa ha deciso diversamente e gli ha preferito l’Apsa guidata da un monsignore di cui Francesco si fida, Nunzio Galantino, ex numero due della conferenza episcopale italiana. “Il papa ha chiesto di evitare che vi siano più centri di deposito di denaro”, ha spiegato Galantino in un’intervista. “Ha chiesto che, per quanto possibile, vi sia un unico centro anche per spesa e investimenti. Il tutto per avere sotto controllo il flusso reale della liquidità che appartiene alla santa sede ed è necessaria per la vita della curia romana e la missione della chiesa”.

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Allo stesso tempo va sottolineato che proprio a partire dai dicasteri economici, sta passando un altro pezzo della riforma voluta da Francesco. Se infatti molto spesso a essere coinvolti in operazioni finanziarie opache o sconclusionate sono stati prelati poco avvezzi a maneggiare i meccanismi dell’alta finanza, sta ora crescendo il ruolo di laici – uomini e donne – credenti e portatori di competenze specifiche. Così se la guida dei dicasteri resta ecclesiastica, i loro vice, più operativi, sono laici.

Negli ultimi mesi il papa ha nominato Fabio Gasperini, manager di Ernest & Young (multinazionale nel campo della consulenza finanziaria), come segretario dell’Apsa; nello stesso incarico alla segreteria per l’economia, guidata dal gesuita Juan Antonio Guerrero Alves, è stato chiamato lo spagnolo Maximino Caballero Ledo, esperto di finanza internazionale, proveniente da Baxter Healthcare Inc., azienda del settore sanitario ad azionariato diffuso con sede a Deerfield, Illinois. Infine c’è un’importante novità da segnalare al Consiglio per l’economia, organismo che vigila sui bilanci della Santa Sede e dello stato vaticano, presieduto dal cardinale tedesco Reinhard Marx e composto da quindici persone, otto fra vescovi e cardinali e sette laici. Bergoglio ne ha di recente rinnovato la composizione nominando nella componente laica sei donne, tra manager ed esperte di finanza, e un solo uomo.