09 gennaio 2021 10:04

Dicono che il 29 dicembre anche la luna era verde, come i fazzoletti sventolati dalle donne scese in piazza. La luna splendeva nel cielo del sud e il risultato è legge: l’aborto è legale fino alla quattordicesima settimana di gravidanza. Dopo aver ottenuto l’approvazione alla camera dei deputati, la marea verde ce l’ha fatta anche al senato, dopo un anno doloroso. Un risultato raggiunto dopo anni di lotta femminista. Grazie alla resistenza delle ragazze e delle Nonne di plaza de Mayo le argentine cominciano il 2021 con il diritto di abortire in modo legale, sicuro e gratuito. “Non torneremo più alla clandestinità”, gridano nelle strade. E vengono subito in mente gli aborti praticati di nascosto, le barelle fredde, le grida soffocate, il dolore e la paura di morire giovani e sole in quei luridi consultori. Ma tra le righe sentiamo anche che non torneremo più alla condanna sociale per avere una vita sessuale libera, perché dietro la penalizzazione dell’aborto c’era anche il controllo patriarcale dei corpi e del desiderio delle donne.

Come non emozionarsi davanti all’immagine cruda e poetica dell’addio definitivo alla gruccia insanguinata, simbolo dello squarcio dei nostri uteri e delle nostre vite lasciate in mano a un dio criminale e a uno stato complice? Nel mio paese, il Perù, puoi ancora finire in carcere se interrompi una gravidanza frutto di una violenza. Lì non tutte le donne che vogliono abortire poi lo fanno, soprattutto le minorenni. In molte regioni dell’America Latina e dei Caraibi le bambine e le adolescenti sono ancora obbligate a portare avanti la gravidanza e a partorire, e muoiono nell’indifferenza di quelle stesse chiese che piangono per i feti. Il trionfo argentino apre la strada.

Oggi nelle città latinoamericane l’aborto non è libero ma è libertario, perché per anni l’unica via d’uscita è stata costruire reti di sostegno per proteggere le donne dal carcere, dagli interventi non sicuri e dalla morte. Queste comunità femministe e abortiste sono nate insieme a governi che dovevano essere liberali, ma che lo sono stati solo in campo economico, perché davanti a politiche conservatrici che impedivano di considerare l’interruzione di gravidanza un diritto si sono dimostrati codardi.

L’inferno dell’isolamento
Nel 2020, con la pandemia, si è continuato a negare a migliaia di ragazze il diritto di abortire. Come per il covid-19, è stato chiaro che i governi se ne infischiano della salute della maggioranza, che l’accesso a un’assistenza sanitaria di qualità è segnato dalla disuguaglianza, e che la salute sessuale e riproduttiva femminile non è mai stata una priorità. Anzi, il lockdown non è stato un deterrente per gli stupratori. Insieme alle vite perse per la pandemia, dovranno essere contate le donne scomparse (in Perù cinquemila nel 2020) e quelle stuprate. Ogni giorno nel mio paese cinque bambine sono obbligate a diventare madri. In isolamento e con il coprifuoco, con la maggior parte dei consultori e dei centri d’accoglienza chiusi e la vendita di dosi contraffatte di misoprostolo (il farmaco che induce l’interruzione di gravidanza), l’inferno di abortire in clandestinità diventa ancora più infernale e il lavoro delle accompagnatrici che forniscono medicinali e cure si complica.

R., un’infermiera peruviana che da trent’anni pratica interruzioni di gravidanza nelle Ande, mi ha raccontato il caso di una bambina di dodici anni violentata dal padre. La madre, una donna povera, l’aveva obbligata ad avere il bambino dopo che un sacerdote l’aveva convinta che era la cosa migliore. Il padre stupratore è finito in carcere, la madre e la figlia si sono trovate senza niente, perché lo stupratore almeno ogni tanto portava a casa qualcosa da mangiare, e il sacerdote si è eclissato. R., che assiste ogni anno un migliaio di donne che abortiscono in clandestinità, mi ha ricordato che l’interruzione di gravidanza resta una delle principali cause di morte materna e che “la mortalità materna ha il volto di un’adolescente povera”. Ma le chiese fondamentaliste continuano a penalizzare l’aborto grazie a lobby potenti e milionarie ben radicate nelle istituzioni.

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Ogni giorno si aggiungono storie terribili a quella raccontata da R., mentre lo stato è assente. Nonostante gli sforzi individuali e collettivi, è impossibile soddisfare la richiesta di aiuto di chi continua a essere carne da macello. Ancora oggi l’accesso all’interruzione di gravidanza è discriminatorio in molti paesi. A una donna povera può costare quanto la spesa di un mese per mangiare. Solo le donne delle classi medie e alte possono permettersi di abortire, non le povere e le precarie nere, indigene, andine e afrodiscendenti, che sono sottoposte ad altre violenze come la sterilizzazione forzata, lontano dalle città in cui le ragazze bianche stanno festeggiando. Per questo lottiamo per la depenalizzazione, perché il diritto a decidere non sia più un privilegio di poche. Oggi la luna verde dell’aborto brilla in Argentina, ma domani dovrà brillare su tutta l’America Latina.

(Traduzione di Francesca Rossetti)

Questo articolo è uscito sul numero 1391 di Internazionale. Compra questo numero | Abbonati