Beppe Grillo a Imola, il 18 ottobre 2015. (Giuseppe Cacace, Afp)

Nel movimento di Beppe Grillo ricomincia la caccia ai dissidenti

Beppe Grillo a Imola, il 18 ottobre 2015. (Giuseppe Cacace, Afp)
09 febbraio 2016 15:35

I vertici del Movimento 5 stelle sono maestri dell’autocelebrazione. Ma che siano anche veri campioni dell’autolesionismo, lo confermano gli avvenimenti degli ultimi giorni. A poche giorni dal voto sul ddl Cirinnà, Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio hanno concesso (o meglio imposto) libertà di coscienza sulle unioni civili, una decisione che ha provocato molte polemiche tra i parlamentari del movimento.

Molto discussa anche l’introduzione di un contratto a Roma che prevede una multa di 150mila euro per chi dissente dal programma del movimento, con obbligo di firma per tutti i candidati alle comunali di Roma. Si tratta di una specie di bavaglio che vincola i consiglieri eletti alla volontà di Grillo, Casaleggio e del loro staff.

Per Roberta Lombardi, fedelissima di Grillo, è “un monito a ricordarsi che il programma viene prima delle carriere personali”. Luigi Di Maio lo definisce un “patto tra privati: se non pagano la sanzione li portiamo direttamente in tribunale”.

Si sa che la caccia ai traditori reali e potenziali fa parte del dna di Grillo, che ha espulso una trentina di parlamentari, tra cui il senatore Marino Mastrangeli, perché aveva partecipato a un talk show. Ora in vista delle comunali la caccia ai dissidenti sembra riprendere slancio.

A Roma sono stati presi provvedimenti contro parecchi fondatori, tra cui Roberto Motta che è stato sospeso per aver criticato il direttorio e Roberta Lombardi. Il modo di parlare ricorda pericolosamente il vocabolario del Cremlino ai tempi del Pcus: “Ci risulta che lei abbia disconosciuto in modo pubblico il sistema di votazione e delle candidature su cui si basa il Movimento 5 stelle. Per questo motivo viene sospeso con effetto immediato dall’M5s”.

Il vero problema dei cinquestelle è la qualità e la preparazione dei candidati

A Napoli i sospesi sono 36. Nella capitale finora 209 candidati hanno firmato il decalogo che prevede sanzioni per i dissidenti. Ma se a Roma, dove i membri dell’M5s vogliono vincere a ogni costo, il rigore è estremo, a Torino il clima è molto disteso e di caccia ai dissidenti non c’è traccia.

La candidata sindaco Chiara Appendino non intende applicare nessun contratto. La bocconiana che parte con ottime possibilità di battere Piero Fassino, sembra l’esatto contrario della Lombardi.

L’imprenditrice di famiglia borghese è un personaggio atipico nel movimento, una giovane donna combattiva, ma serena e non vincolata da dogmatismi e rigidità ideologiche.

Appendino, 31 anni, punta su innovazione e qualità: “Torino uscirà venerdì con un bando pubblico per la ricerca degli assessori. Un metodo coraggioso e innovativo, perché faremo conoscere agli elettori i nomi della giunta prima del voto”.

E accennando agli avvenimenti nella capitale, Appendino aggiunge: “Per fortuna il nostro territorio è autonomo”. Il Movimento 5 stelle dovrebbe smettere di occuparsi di dissidenti reali e potenziali. Il conformismo non serve.

Ogni movimento ha bisogno di una dialettica interna. Il vero problema dei cinquestelle è la qualità e la preparazione dei candidati. Il movimento dovrebbe preoccuparsi dei suoi sindaci: come Patrizio Cinque di Bagheria, del quale Le iene hanno svelato gli abusivismi di famiglia. O della giunta in crisi di Venaria Reale, dove il sindaco ha aumentato le indennità dei consiglieri, o del fatto che il più votato nella lista M5s a Quarto potrebbe aver preso i voti della camorra, e la sindaca Rosa Capuozzo ora intende revocare le sue dimissioni.

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