Il ritorno di Silvio Berlusconi somiglia alla scena finale di un film dell’orrore in cui il mostro cattivo sembrava fuori gioco e invece dà un’ultima zampata facendo urlare tutti per lo spavento. Avviene nel momento in cui in tanti paesi del mondo c’è un movimento di donne che prendono la parola per denunciare aggressioni, molestie sessuali e stupri compiuti da uomini di potere.

Ida Dominijanni, giornalista e teorica femminista, ha scritto nel 2014 un saggio fondamentale, Il trucco (pubblicato da Ediesse), in cui rilegge la fine di Berlusconi alla luce del ruolo avuto dalle donne, tre in particolare: Sofia Ventura, Veronica Lario e Patrizia D’Addario. “È stata la parola femminile”, scrive Dominijanni, “ad aprire una crepa nella narrazione della realtà e nel regime del dicibile e dell’indicibile berlusconiani, crepa che a sua volta ha aperto la strada alla pensabilità e alla possibilità della sconfitta del premier”.

E proprio come succede oggi con le donne che denunciano le molestie, anche allora furono in pochi – almeno in Italia – a “mettersi in ascolto della loro verità senza creduloneria né pregiudizi, respingendo l’onere del ‘supplemento di credibilità’ che, soprattutto ma non solo da parte maschile, viene richiesto alle donne e solo alle donne in una sfera pubblica in cui agli uomini è consentito dire e contraddirsi in continuazione senza onere alcuno, perché la parola maschile conta per definizione mentre quella femminile non conta, o conta di meno, o conta solo a certe condizioni, prima fra tutte l’irreprensibilità della parlante”.

Berlusconi non l’aveva portato la cicogna, dice Dominijanni: “Niente di quello che il suo ventennio ci ha somministrato era inevitabile, perché tutto veniva da più lontano”. La sua vittoria nel 1994 parlava di noi, di quello che eravamo diventati e stavamo diventando. E potrebbe essere vero ancora oggi.

Questa rubrica è stata pubblicata il 24 novembre 2017 a pagina 9 di Internazionale. Compra questo numero | Abbonati

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