13 maggio 2021 15:07

Se la ritorsione è “un atto ostile e vendicativo nei confronti di chi si ritiene ci abbia arrecato danni morali o materiali” e la risposta è “un comportamento che fa seguito a un altro, specialmente come reazione ad atti di ostilità”, come vanno definiti i bombardamenti di Israele contro la Striscia di Gaza e i razzi di Hamas contro Israele?

Quello in corso in Medio Oriente è davvero un “conflitto” in cui entrambe le parti sono sullo stesso piano e ugualmente responsabili oppure è la “lotta” di un popolo per riprendere il possesso di territori che la comunità internazionale considera occupati? E l’udienza della corte suprema israeliana era per lo “sfratto” di centinaia di famiglie palestinesi o per la loro “espulsione forzata” che, scrive perfino il New York Times, “molti palestinesi considerano una forma di pulizia etnica, alcuni gruppi per i diritti civili vedono come una forma di apartheid e le Nazioni Unite definiscono un potenziale crimine di guerra”?

Sono “scontri” quelli in cui da una parte c’è un esercito e dall’altra dei civili? E quando i palestinesi tirano le pietre sono “terroristi”, “estremisti” o “attivisti che protestano”? Le terre sono “contese” o “occupate”? I protagonisti sono israeliani e palestinesi o sono ebrei e musulmani? Tra Israele e Gaza c’è un confine o una “barriera di separazione”? Ma se effettivamente non è un confine riconosciuto a livello internazionale tra due stati sovrani, perché quando lo si attraversa viene messo un timbro sul passaporto?

Nel 2013 un gruppo di sei giornalisti palestinesi e israeliani ha curato per l’International press institute una guida alla scelta delle parole intitolata Use with care. “Tutti sappiamo che le parole possono solo mediare la realtà, non definirla. Ma le parole sono anche potenti e hanno un ruolo importante nel plasmare la nostra coscienza e le nostre percezioni”, si legge nella prefazione.

È un’illusione pensare che le parole siano neutre, per questo è importante cercare di sceglierle con cura. Non sempre ci si riesce, ma sforzarsi di farlo in modo consapevole è un primo passo fondamentale.

Questo articolo è uscito sul numero 1409 di Internazionale. Compra questo numero | Abbonati